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    Ieri

    Vincenzo Pagliarulo in carica nel 1974

    I ritratti dei sindaci di Fasano a cura di Secondo Adamo Nardelli pubblicati su Osservatorio e successivamente nel libro "Medaglioni fasanesi"
    RedazioneDa RedazioneMaggio 1, 20127 minuti di lettura
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    Vincenzo Pagliarulo in carica nel 1974 - Osservatorio Fasano
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    FASANO – Quelle del 18 novembre 1973 furono le elezioni della diaspora democristiana. I “basisti”, se­guaci localmente dell’on. Zurlo e al centro del ministro Marcora, avevano dichiarato guerra ad oltranza ai “caiatini” intruppati nell’esercito di Sandrino Rubino, di cui volevano la testa ad ogni costo. Il covo della sinistra dc era saldamente radicato nel­l’Ospedale civile “Umberto I”, dove “regnava” il più astuto e raffinato grande elettore scudocrociato, Toni­no Ammirabile, lavorava il segretario della Dc, Tonino De Luca, e, dulcis in fundo, cogitava Peppino Mar­­tellotta, presidente del nosocomio e “gran sacerdote” della dottrina sociale della Chiesa. Così nacque il progetto di depennare Sandrino Rubino dalla lista elettorale della Dc. Era tuttavia difficile scalzare un politico che esercitava nell’elettorato e all’interno dello stesso partito, sia al centro che nelle frazioni, un forte ascendente. Peraltro, la dirigenza provinciale scudocrociata dell’epoca era costituita esclusivamente da caiatini e vegliata dall’avv. Samuele De Guido, abilissimo e suadente, sentinella attenta dei “possedimenti” elettorali dell’on. Italo Giu­lio Caiati. Fu facile, quindi, per Sandrino Rubino, ottenere sot­to­banco l’autorizzazione al “fai-da-te” elettorale in contrapposizione alla lista “ufficiale” capeggiata dal dott. Vito Vincenzo Paglia­ru­lo.

     

    Nacque così la brigata della “Campana”, guidata dall’indomito leader pezzaiolo. L’esito dello scontro fra i due gruppi della stessa matrice fruttò 11 consiglieri alla lista ufficiale e 12 a quella della Campana. Insieme, le due liste ottennero il 57,50% dei voti, la percentuale più alta di tutti i tempi, e la lista civica battè quella ufficiale. Così, il 31 gennaio 1974 il dott. Pagliarulo, con l’astensione del gruppo della Campana, divenne primo cittadino, aggregando alla giunta socialisti e socialdemocratici. La giunta fu composta da Domenico Mileto e Donato Cofano, socialisti, Martino Di Pietro, socialdemocratico, Dome­ni­co Guarini, Mosè Di Tano e Vito Franco Livrano, democristiani, quali assessori effettivi, e Giuseppe Sarcinella (Dc) e Francesco De Leonardis (Psi), assessori supplenti. Questa amministrazione cadde il 31 maggio a seguito delle dimissioni degli assessori Di Tano, Guarini, Livrano e Sarcinella, cui seguirono le dimissioni del sindaco Pagliarulo, che fu rieletto il 6 giugno 1974 con la stessa giunta ad eccezione di Di Tano e Livrano, sostituiti da Leonardo Minò e Renato Sabatelli, sempre democristiani. Nemmeno questo governo ebbe vita lunga: si sciolse il 17 ottobre di quello stesso anno.

     

    Furono nove mesi di rissa continua. Ne fu contagiato anche lo Zoosa­fari, dove i leoni Fred, Willy, Snowy e Boris ingaggiarono una furibonda lotta per assicurarsi… le grazie della leonessa Fanny: ne uscirono malconci Boris e Fred. Inoltre, un orso cattivo azzannò il braccio di un visitatore tenuto imprudentemente poggiato sul finestrino aperto dell’auto. Quell’anno è anche ricordato per la caduta dell’insegna della Banca Fasanese, risucchiata dal Banco di Roma. Fu il passaggio a un sistema di concentrazione da uno fortemente localizzato, basato, più che sugli elementi patrimoniali della clientela, sulle sue qualità morali, e che aveva contribuito non poco, unitamente all’altro istituto di credito locale, allo sviluppo economico della città. Venne inaugurato anche il “Trullo del Signore”, la nuova chiesa della Selva, dedicata alla Vergine Addolorata e progettata dallo scultore Giu­seppe Albano, docente dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nell’ottobre, per la prima volta, si tenne in città l’assemblea di circoscrizione dei Testimoni di Geova delle 23 congregazioni delle province di Taranto, Brindisi e Bari, con 938 delegati che discussero sul tema “Quale sorta di persone dovete essere”.

     

    Il sindaco Pagliarulo non ebbe vita facile. Il suo proponimento di “mettere ordine” nell’organizzazione burocratica del Comune, all’epoca ritenuta disaffezionata al lavoro, si frantumò nella reazione compatta di un ambiente fortemente legato alla gestione precedente, e cioè a Sandrino Rubino, e che non vedeva di buon occhio gli intenti rivoluzionari di una sinistra democristiana dichiaratamente decisa a modificare gli “usi e costumi” degli impiegati. Molto rumore fece l’iniziativa del sindaco per eliminare i ritardi con i quali i dipendenti entravano in municipio. Un giorno, trascorso l’orario di ingresso, il dott. Pagliarulo ritirò tutti i registri di presenza gestiti dai capisettore (allora non esisteva l’orologio marcatempo) e chiuse la porta del Comune. All’appello mancò il 50% del personale, che all’indomani presentò certificazione medica per giustificare l’assenza, invece dovuta al fatto che, trovato il cancello chiuso, ciascuno era tornato a casa. Per tutti ci fu l’ammonimento scritto.

     

    Grande cura ebbe il dott. Pagliarulo del settore edilizio, nel quale, come sempre, il disordine era palpabile. Istituì quella che un giornalista definì la «volante della giustizia edilizia» e lo stesso sindaco «il giustiziere del tufo», per l’organizzazione di una squadra composta di tecnici comunali, vigili e operai armati di piccone, che abbatteva, ordinanza di demolizione alla mano, le costruzioni abusive. Furono non meno di un’ottantina le irregolarità edilizie sottoposte al piccone pubblico, con una costanza veramente esemplare, mai verificatasi nella storia comunale. La novità non fu gradita né agli ingegneri, né tantomeno ai costruttori e ai politici della stessa Dc, che vedeva così recisi i più importanti rapporti elettorali esistenti nel settore edilizio. Si creò, quindi, intorno al dott. Pagliarulo, un vento di impopolarità che fu certamente di ostacolo alla sua attività di sindaco e rese precaria la sua amministrazione. Peraltro, all’interno della giunta e ad opera anche degli stessi dc, si manifestarono spinte contrarie che determinarono la conclusione del mandato.

     

    Durante la sua gestione il sindaco Pagliarulo diede impulso all’attività della commissione edilizia, dove giacevano pile di progetti non esaminati. Istituì la comunicazione dell’esito dell’esame delle pratiche edilizie, aprendo uno spiraglio al diritto dei cittadini di conoscere in tempo ragionevole le determinazioni della pubblica amministrazione. I suoi atteggiamenti lo resero inviso alla burocrazia dell’epoca, sonnecchiante e refrattaria ai propri doveri. Alla sua azione continuavano a frapporsi molti intralci, provenienti sia dalla struttura burocratica che dal suo stesso partito. Tali ostacoli produssero i loro effetti anche sul progetto di costruzione della strada turistica Selva di Fasano – Egnazia (chilometri 7,780), dell’importo di oltre 2 miliardi di lire, che aveva già acquisito il parere favorevole del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, rendendo disponibile il finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno. Nove mesi di gestione commissariale (dal 30 gennaio al 30 ottobre 1975) probabilmente contribuirono a bruciare un progetto che avrebbe conferito al territorio una maggiore potenzialità turistica.

     

    Nato a Fasano il 18 ottobre del 1923, Vito Vincenzo Pagliarulo conseguì la laurea in medicina nel 1950 e assolse agli obblighi militari come ufficiale medico. Congedatosi, come altri giovani laureati in medicina non trovò opportunità di lavoro nella sua città, dove lo spazio sanitario era in tutte le sue articolazioni coperto da medici anziani del calibro di Luigi Albano, Salvatore Russo, Donato Guarnieri e Giuseppe Bianchi, e l’assistenza sanitaria non aveva l’estensione che ha assunto in seguito. Tale situazione lo indusse a emigrare in Cellino San Marco, dove esercitò la professione medica fino a quando non gli si aprirono spiragli a Fasano, dove fece ritorno ed ebbe successo.

    Scrupoloso sino alla pignoleria, tutte le sue attività vengono svolte con rigore militaresco. D’altronde il suo aspetto e la sua mole fisica disegnano la figura di un generale in pensione. Con regolarità osserva l’orario dell’ambulatorio, e ogni giorno, intorno alle 11, ripetendo un percorso abituale, parte dalla sua abitazione di via San Francesco, attraversa via Carlo Alberto, passa per piazza Ciaia e imbocca corso Garibaldi, per recarsi dal barbiere preferito. Lo stesso percorso effettua il pomeriggio alle ore 18.00 per raggiungere nella parte più profonda del “corso dei Colucci” il Circolo cittadino (non più sito all’apice di via Carlo Alberto ma nell’ultima traversa del suddetto corso), sempre con passo lento e cadenzato, col piglio di un ufficiale che ispeziona un reparto. I maligni dicono che, anche nel “club dei galantuomini”, dai suoi compagni di gioco esiga la firma di presenza. Prevalentemente si batte a tressette, e sono guai per i compagni che non osservano le regole di Chita­rella. Quando “bussa”, lo fa con una tale violenza da compromettere la stabilità del tavolo, e guai se il compagno non “mette e torna”: sono urla da insordire. Scala quaranta e qualche pokerino familiare sono invece i diversivi dell’estate nel Club “Amici della Selva”. Non disdegna la buona tavola, anche se poi è costretto a lunghe e sofferte diete per scaricare i grassi accumulati nell’organismo. Nell’attività pubblica non ha potuto dimostrare la sua bravura, perché glielo hanno impedito. Buon padre di famiglia, valido professionista, è certamente un ottimo cittadino, meritevole di rispetto.

     

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