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    Sei su:Home»Mensile»Ieri»Sante Nardelli in carica dal 1990 al 1992
    Ieri

    Sante Nardelli in carica dal 1990 al 1992

    I ritratti dei sindaci di Fasano a cura di Secondo Adamo Nardelli pubblicati su Osservatorio e successivamente nel libro "Medaglioni fasanesi"
    RedazioneDa RedazioneMaggio 5, 20126 minuti di lettura
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    Sante Nardelli in carica dal 1990 al 1992 - Osservatorio Fasano
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    FASANO – Le elezioni amministrative del 6 maggio 1990 furono caratterizzate dal trionfo elettorale di Giu­sep­pe Martellotta, che ascese al consiglio regionale con 13.243 voti, e dal tonfo della lista comunale scudocrociata, composta da giovani provenienti parte dalla “covata” martellottiana e parte dai “sotterranei” della chiesa Matrice, con una perdita secca di 3 consiglieri, che si ridussero da 19 a 16. Il successo di Mar­tel­lotta fu ac­creditato alla sua capacità di penetrazione tanto nell’elettorato di altre formazioni politiche, che in settori diversi della società civile, per la posizione di potere occupata nel governo regionale. Molti, allora, attribuirono il calo dei voti comunali all’opera di un maggiorente della Dc che avrebbe dirottato i consensi verso il Psi, che passò da 7 a 11 consiglieri. In compenso, però, gli eletti al consiglio comunale erano tutti professionisti (medici, avvocati, professori, ingegneri, insegnanti, geometri e periti agrari).

     

    Il 26 luglio del 1990, Dc, Psdi, Pri, Verdi e Artigiani (21 membri su 40 del consiglio comunale) diedero vita alla prima giunta capeggiata da Sante Nardelli, della quale furono assessori, nell’ordine, Oronzo Cisternino, Gia­como Bongiorno, Paolo Pace, Vito Franco Cofano, Fausto Savoia, Lui­gi Vinci e Tommaso Potenza, in attesa della convergenza di “Alternativa per Fasano” (ex Pci). Il giorno 12 del mese di dicembre 1990, a seguito degli accordi intervenuti con “Alternativa per Fasano”, viene presentata mozione di sfiducia costruttiva dal capogruppo della Dc, Ottavio Narracci, firmata da 24 consiglieri. Si vara così la seconda giunta Nardelli, della quale non fanno più parte il rappresentante repubblicano Fausto Savoia e i democristiani Paolo Pace e Giacomo Bongiorno, per lasciar posto ai comunisti Alberico Ignobile e Francesco Laterrenia e al democristiano Aldo Casarano. La gestione di Sante Nardelli, iniziata il 26 luglio del 1990, si concluse il 30 luglio del 1992, dopo due anni, e non fu povera di iniziative nel settore delle opere pubbliche e dell’adeguamento della struttura alla legge di riforma delle autonomie locali con l’emanazione dei nuovi regolamenti comunali. Dall’elezione amministrativa del 1990 giunse in consiglio comunale, da tutti i settori politici, una ventata di giovinezza che alimentò nell’opinione pubblica una speranza di rinnovamento.

     

    La figura gradevole, l’intelligenza, la grande preparazione giuridica di cui Nardelli aveva dato prova in precedenza, sia nel breve periodo in cui rivestì la carica di assessore comunale appena ventiduenne, sia durante l’incarico di capogruppo della Dc che esercitò per cinque anni, rafforzarono nell’opinione pubblica il ragionato ottimismo. All’interno del suo partito, invece, per la naturale e generale aspirazione al primato di chi è in politica, Sante Nardelli, per la sua giovane età (è nato a Fasano il 19 aprile del 1958) ed evidenti qualità, costituiva ostacolo molto serio all’avanzata degli altri. Aveva dato anche prova di essere oratore di non poco conto quando, per oltre tre ore di seguito, come leader del gruppo democristiano, parlò senza mai ripetersi all’assemblea comunale per impedire l’approvazione di un provvedimento non gradito alla sinistra del suo partito. Primatista nella carriera scolastica, percorsa tutta all’insegna del massimo dei voti, dopo la laurea in giurisprudenza divenne discepolo prediletto del prof. Enrico Dalfino, insigne maestro di diritto amministrativo, nel cui studio legale in Bari collaborò per lungo tempo. Fu eletto per la prima volta nel consiglio comunale nel 1980, all’età di 22 anni, e assunse la carica di assessore dal 30 luglio 1982 all’11 marzo 1983.

     

    Non ha mai dissimulato la sua superiorità, anzi la evidenziava ogni qualvolta si trattava un problema del quale lui avesse delimitato i contorni, negandosi ad un sia pure apparente gesto di umiltà, tanto necessario nel­le funzioni che richiedono capacità di mediazione. Anche questa mancata attitudine incrementò l’inimicizia silenziosa e vendicativa sia nell’ambito politico che all’interno della struttura, contro settori della quale, spinto da chi non gli era amico, aveva assunto atteggiamenti e provvedimenti che, anche se dovuti, non dovevano essere accompagnati da clamore. Nacque così una linea di rancori che gli è costata e gli costa ancora dolore e angoscia, che ha dato alla sua vita una svolta drammatica. Caddero su di lui denunce anonime e firmate, della quali si dipartirono non meno di 20 procedimenti penali. Per uno di questi conobbe l’onta del carcere, che, a detta di chi esercita l’attività forense, fu misura sproporzionata sia rispetto all’ipotesi di reato (abuso di atti d’ufficio) che per la inesistenza della necessità di cautela prevista dal codice processuale (fuga, reiterazione del reato, inquinamento di prove), in quanto l’indagato non rivestiva più la carica. Sull’origine di tale ciclone giudiziario sono circolate voci e sospetti di ogni genere. Nessuno di questi procedimenti ipotizza reati di corruzione. Ebbene, da tutto questo ciclone di indagini, i primi 14 processi hanno dato luogo a 14 proscioglimenti. Il tiro al bersaglio di non sappiamo chi (e al quale nulla è costato), si traduce in un onere per la comunità ammontante fino ad oggi a 53.097.565 lire, come rimborso di spese di avvocato, dovuto per legge agli amministratori che vengono riconosciuti innocenti nei procedimenti intentati contro di loro. Si pensi a quanti altri amministratori coinvolti negli stessi procedimenti il Comune dovrà sborsare fior di milioni.

     

    Nemmeno 14 proscioglimenti su 14 processi possono ripagare le sofferenze e le umiliazioni di chi è sottoposto a indagine giudiziaria, e delle famiglie che hanno assistito all’intrusione di estranei nella propria intimità, durante le perquisizioni, all’alba, quando a bussare alla porta non dovrebbe essere il carabiniere ma il lattaio. È vero, le Procure sono obbligate a intraprendere l’azione penale quando ricevono, come dicono quelli che se ne intendono, la notitia criminis. Ma è proprio impossibile predisporre norme processuali idonee a evitare nella prima fase il clamore, che poi resta come una cicatrice che non si rimargina sull’inquisito, anche quan­do viene riconosciuto innocente? Pensiamo a tanti, tantissimi altri am­ministratori, e alle loro famiglie, che hanno subìto lo stesso calvario. Non risulta, per il tipo di reato ipotizzato nei procedimenti in corso, che a carico degli amministratori fasanesi vi siano ipotesi di corruzione, ma soltanto di abuso, norma penale che, per ammissione generale, viene considerata priva di una ben definita fisionomia, una specie di “asso pigliatutto” nel gioco investigativo. Infatti, da voci autorevoli e diffuse, se ne auspica la modifica per delimitarne lo spazio di applicazione. Sarà certamente un doloroso calvario d’umiliazione sentirsi chiamare una infinità di volte “imputato” durante i lunghi processi penali, e una sola volta, alla fine di essi, “innocente”.

     

     

    Secondo Adamo Nardelli

     

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