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    Attualità

    Peppino Palmisano: la sua storia, i suoi ricordi

    Vi riproponiamo l'intervista che il mitico allenatore scomparso ieri pomeriggio rilasciò a Osservatorio nel 1987
    RedazioneDa RedazioneAprile 21, 20147 minuti di lettura
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    Peppino Palmisano: la sua storia, i suoi ricordi - Osservatorio Fasano
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    FASANO – La scomparsa di Peppino Palmisano è stata una doccia fredda per tutti gli sportivi e non di Fasano. La simpatia, la bravura e l'essere istrionico del tecnico era nota a quasi tutta la comunità fasanese. Sui social network sono centinaia i messaggi di saluto verso un uomo che ha dato veramente tanto al calcio locale. Ma chi era "mister Palmisano"? Abbiamo tirato fuori dai nostri archivi un'intervista che lo stesso Palmisano rilasciò a Zino Mastro nel 1987 e pubblicata nel numero di novembre. Anche da queste righe viene fuori il ritratto di un personaggio che mancherà a tutti noi.

     

    Polvere di Stelle – Intervista a Peppino Palmisano di Zino Mastro

    Peppino Palmisano, “o rey” è stato uno dei migliori talenti calcistici di Fasano, ma anche uno dei più discussi. La sua “carriera” di calciatore inizia subito, a 16 anni, quando passa direttamente dai tornei all’Oratorio alla prima squadra del Fasano, in Seconda Categoria. Sembra anche che la fortuna gli dia una mano: dopo un girone di andata passato in panchina, ad Oria, si infortuna il titolare Marco Tursi: per Peppino Palmisano è la grande occasione che non si lascia sfuggire; entra in squadra e vi rimane titolare inamovibile, vincendo con il Fasano il campionato di Seconda Categoria e quello di Prima, dando un valido contributo alla conquista della tanto sospirata serie D. E qui finisce la sua carriera calcistica fasanese: il comm. Giuseppe Carparelli non risparmia nessun fasanese dalla “purga”. A novembre di quell’anno, Ciccio Pellegrini lo chiama a Monopoli, in serie D: ma questa volta la fortuna non è dalla parte di Peppino: “tirato” dal mister per rimetterlo in corsa con gli altri, per accelerare l’esordio, Palmisano si “rompe” rimanendo vittima di uno stiramento abbastanza serio: per lui l’avventura biancoverde è finita.

     

    L’anno successivo approda a Castellana, insieme a Baccaro, Mele e Pantaleo, in promozione, poi un anno a Latiano, quindi l’arrivo ad Ostuni, città che segnerà spesso la sua carriera. Nella “Città Bianca”, vince il campionato di Prima Categoria: ma a 27 anni, bisogna cominciare a pensare anche al futuro. Peppino con il fratello acquista il Bar Unione, che non gli permette più di avere molto tempo a disposizione: decide quindi di smettere. Cede però alle pressioni del Pezze di Greco, dove è accolto a braccia aperte nelle vesti di allenatore-giocatore. Vince il campionato, ma negli spareggi ad Ostuni (ecco la “Città Bianca” che ritorna nella vita di Peppino Palmisano) becca una squalifica di un anno. Scontata la squalifica, ritorna a giocare nel Pezze di Greco, in Seconda Categoria, ma ancora sul terreno di gioco di Ostuni, subisce un grave infortunio ai legamenti e questa volta la carriera di calciatore è veramente conclusa. Cede però alle pressioni di Giovanni Legrottaglie, che ha sempre creduto nelle qualità di Peppino sin da ragazzino e che gli ha fatto da “balia” nelle prime partite disputate nel Fasano, ed accetta di guidare la Berretti del Fasano, che naturalmente vince il suo girone. Come Cincinnato, esaurito il suo compito, ritorna al suo bar: nell’83 / ’84, però, non riesce a dire di no a Rino Potenza, presidente del Fasano in crisi, che ha già esonerato Alberto Panico («È stato sempre il mio maestro» – afferma Peppino) e Ciccillo Pellegrini. Con tanto coraggio e contro lo scetticismo di tutta la “piazza”, Peppino, all’inizio del girone di ritorno assume la carica di allenatore del Fasano: il risultato è ottimo, la squadra si salva tranquillamente, cogliendo anche qualche prezioso successo esterno. Ma nell’U.S. Fasano cambiano i dirigenti ed i programmi e Peppino si fa di nuovo da parte. Ma lo scorso anno volle tentare di sfidare la sorte avversa di Ostuni, ma ancora una volta la “Città Bianca” lo ha beffato, è storia di ieri.

     

    Che cosa ha rappresentato giocare a calcio a Fasano per Peppino Palmisano? «Per me è stata un’avventura bellissima, che vorrei vivessero un po’ tutti i ragazzi che si avvicinano e credono nel calcio: ho potuto apprezzare a pieno quali sono quei pochi valori che sono dello sport vero e proprio. È stata un’avventura che ha avuto il suo culmine con la vittoria del campionato di Promozione e l’approdo in serie D. Quella fu una squadra, che al di là delle capacità tecniche di qualche elemento, traeva la sua forza nell’amicizia e nella fratellanza: non a caso, per tutti quegli atleti che contribuirono a portare il Fasano in serie D, oggi, a distanza di anni nell’incontrarsi, è motivo di gioia rievocare quegli anni belli, anche perché, allora, si viveva solo di calcio senza i problemi quotidiani della vita di oggi».

     

    Con il pubblico fasanese ha sempre vissuto un rapporto di odio-amore: «Ancor oggi – spiega – non so a che cosa poteva attribuirsi: di certo c’era qualcosa in più del semplice fatto che fossi un “fasanese”. Forse, lo si può spiegare con il fatto che non sono mai stato un tipo accomodante. Bisogna anche dire, che qualche volta il pubblico aveva anche ragione, ma mai quando metteva in discussione le capacità tecnico-tattiche del giocatore».

     

    Non si può parlare degli anni vissuti da Peppino Palmisano nel Fasano, senza che il discorso cada sui rapporti con il suo “compare” Vito Ancona (la “schietta”): «Data la nostra natura allegra e gioviale, il nostro modo di sdrammatizzare ogni cosa seria, eravamo quelli che “dovevamo” tenere su il morale della truppa. E spesso, anche gli allenatori diventavano vittime delle nostre “iniziative”. Soprattutto in ritiro eravamo gli addetti a vincere la noia».

     

    Episodi particolarmente esilaranti? «Certo, ne ricordo con nostalgia parecchi, perché quelli erano tempi veramente belli. Non dimenticherò mai per esempio, che una sera, mentre eravamo in ritiro al Miramonti, una donna in stato interessante fu costretta a ricoverarsi d’urgenza in ospedale a causa delle risate provocate da una nostra scenetta improvvisata in albergo. Io, infatti, con una decina di piatti dell’albergo cominciai a vendere gli stessi, mentre Vito mi faceva da “ragazzo”. Ma anche a Montella in Campania, dove eravamo andati per giocare in Coppa Italia, ricordo che ne feci una delle mie. Di solito in ritiro mi alzavo più tardi degli altri: e così fu quella volta. Erano oltre le dieci, quando aprii gli occhi e sentii i miei compagni parlottare giù in strada, perché l’albergo era nella via principale del paese. A torso nudo, aprii la finestra, mi affacciai al balcone, e vedendo tutta la squadra di sotto ad aspettare cominciai a recitare ad alta voce dei versi di Dante: in un momento tutto il traffico si bloccò e la gente applaudiva chiedendo il bis».

     

    Ma anche in campo ce ne sono di episodi simpatici accaduti: «A Corato, vincevamo per uno a zero, mentre spirava un vento talmente forte che sembrava di assistere ad un film western. Proprio qualche sera prima avevamo visto al cinema “O Cangaseiro” che ci diede subito uno spunto esilarante. Io e Vito, uno da una parte del campo ed uno dall’altro, a turno, intonavamo questo ritornello: “Olé o cangaseiro, olé o cangassa, na me vevoute u mire cutt, alla salute de chi te murt”. La gente ed i giocatori avversari in campo si chiedevano se eravamo sani di mente o meno».

     

    Questo dimostra con che spirito si scendeva in campo: serenità, allegria e consapevolezza dei propri mezzi. Ma dei presidenti fasanesi, quale ricordo ha Palmisano? «Il più bel ricordo me lo ha lasciato Don Matteo Colucci: spesso svolgeva la funzione del vero padre, con quella sua carica amatoriale, con quel suo modo semplice di caricarti, con quel suo modo gentile di presentarci qualsiasi cosa. Non posso dimenticare neanche il caro Emanuele Galizia, che ha centrato l’ultimo obiettivo valido: la promozione in D».

     

    Infine, una domanda d’obbligo: ce la farà il Fasano quest’anno ad approdare in C/ 2? «Me lo auguro con tutto il cuore: così non diranno più che Peppino Palmisano non crede in questo Fasano: per la promozione sarò il primo ad esultare; potrò affermare con una certa fierezza che una fetta di questa C/2 l’ho conquistata anch’io».

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