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    Ieri

    Il proverbiale appetito di Sèppetònne

    Da Osservatorio n. 9 – 2002
    RedazioneDa RedazioneGennaio 2, 2016Aggiornato il:Agosto 7, 20255 minuti di lettura
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    Il proverbiale appetito di Sèppetònne - Osservatorio Fasano
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    Tanti anni fa, viveva in Fasano un commerciante che gestiva un negozio di stoffe: Samuele Olive, soprannominato, come da antiche usanze paesane, Sèppetònne, fusione dialettale dei due nomi Sèppe e Tonne (Giuseppe e Antonio), suoi avi progenitori.

    Samuele era molto rinomato in paese per il suo buon appetito. Pare che una sera in cui andò a gozzovigliare con gli amici, avesse vinto una particolare scommessa: riuscire a mangiare un chilo di spaghetti.

    È certo, poi, quel che avvenne nel ristorante “Il Fagiano”, alla Selva, durante il pranzo nuziale del figlio di Samuele. Dopo aver gustato e gradito ogni portata, e dopo aver mangiato anche la torta, l’impagabile personaggio ebbe l’ardire di ordinare «due uova al tegamino». Fu lo stesso Gastone Ballotta, titolare del “Fagiano”, noto a tutti per la sua raffinatezza, a servirgliele personalmente, sbigottito per l’insolita richiesta ma divertito dal simpatico padre dello sposo.

    A quasi trent’anni dalla sua scomparsa, vogliamo ricordare la figura di Samuele Olive raccontando alcuni episodi che evidenziano chiaramente la sua peculiarità di “mangione” e buongustaio.

     

    Prendi il cappello

    Una sera d’inverno, a casa di Samuele Olive, ormai avanzato negli anni, si era recato in visita Ciccio, un amico di famiglia. Verso le venti, l’ora in cui Sèppetònne di solito aveva già cenato da un pezzo, Ciccio non accennava minimamente a sciogliere la seduta.

    L’appetito di Samuele andava via via crescendo, rendendolo sempre più irrequieto e impaziente. Quando fu ormai stufo, non si perse d’animo: «Antoné – disse alla figlia con tono gentile – pìgghie u cappidde a cüre crestiäne, ca s’ava scì ’rreteré» (Antonietta, porta il cappello al signore, che se ne deve tornare a casa).

    La figlia, seccata al massimo da tanta impudenza, mostrò al momento, come si suol dire, buon viso a cattivo sangue, accomiatando come meglio poteva l’amico Ciccio.

    Richiuso il portone di casa, però, Antonietta cominciò a inveire contro il padre: «Si’ nu vàire scocchiènte… a caccé i crestiäne… nan te ne vergugne allumàine?» (Sei proprio uno screanzato: mandar via la gente, non ti vergogni almeno?).

    E Samuele, incurante: «Antoné, nan te sicche a sènte i chiàcchiere de cüre tremàume de cumbà Cicce? Chiuttoste, mitte a tàule, ca me sté dule u stòmeche! Iäve da mènzadì ca na tocche nüdde» (Antonietta, non ti annoi a sentire i discorsi di quel mezzo fesso di compare Ciccio? Piuttosto, apparecchia la tavola: mi sta venendo mal di stomaco! Non mangio niente da mezzogiorno»).

    Al che, la figlia, impotente verso tanta sfacciataggine, se ne andò in cucina a preparare coi nervi a fior di pelle.

     

    Una partita a carte

    Durante i mesi estivi, il nostro protagonista, ormai più che ottantenne, godeva del fresco dei monti di Laureto, nella sua casa a trullo. Dopo il tramonto si recava a piedi dalla figlia Lucia. Lì l’attendevano sempre i suoi nipoti, Vittorio e Samuele (chiamato come il nonno), per giocare a scopa.

    Entrambi, alternandosi per una partita a due, si adoperavano in maniera che il sette di denari capitasse sistematicamente a loro e mai al nonno.

    Un bel giorno Sèppetònne fu esasperato dalle continue partite perse, inconsapevole di quel che si tramava alle sue spalle. Stizzatissimo, sbattè con veemenza una carta da gioco sul tavolo esclamando: «È cosa da pazzi! Quante jì ciüccie a carte! Iusce aggia pèrde n’ata méile léire» (È pazzesco quanto sia disgraziata la carta da gioco! Oggi perdo un’altra mille lire).

    La figlia, che nel frattempo si dedicava al ricamo col telaio, ben conoscendolo, pensò di rabbonirlo un po’ tornando dopo un attimo con un vassoio tra le mani: «Né papà, assàgge chisse paste p’i mìngule i vìvete nu café friscke, ca iusce sté màine u calle» (Prendi papà, assaggia queste pastarelle con le mandorle e beviti un caffè fresco, ché oggi è parecchio caldo!). «Se capìsce – rispose prontamente nonno Samuele –, quante me sté coste cüsse café! Avèsse sciòute mégghie allu barre d’Abbracciànte, minze a chiazze!» (Si capisce… quanto mi sta costando questo caffè! Me la sarei cavata meglio al bar di Abbracciante, in piazza!).

    E il suo umore migliorò subito, facendo fuori in men che non si dica il contenuto dell’intero vassoio, sempre più convinto che “era tutto pagato”.

    I polli a casa del lupo

    Un giorno, Giovanni, compare e amico di Samuele, era venuto in paese con l’intento di recapitare due polli ruspanti, allevati nel suo podere di Laureto, alla figlia maritata.

    Non avendola trovata in casa, pensò di affidarli a Samuele, vicino di casa della figlia, perché si occupasse della consegna non appena fosse stato possibile. Alla richiesta formulata dall’amico, Samuele, che in quel momento si trovava nel suo negozio ubicato in via Forcella, non ebbe alcuna esitazione: «’Mbà Giuà, làsse i polle sotte u bancàume i vattìnne tranquille. Sarai ben servito!» (Compare Giovanni, lascia pure i polli sotto il banco delle stoffe e vai tranquillo…).

    Non appena l’amico si fu allontanato, Samuele – di corsa – portò i polli a casa sua, ordinando all’ignara figlia: «Antonietta, accéide ’mbréine chisse do’ polle i fammìlle a ragü pe mènzadì. Me raccumànne, na càuse de dì!» (Antonietta, ammazza subito questi due polli e cucinameli a ragù per pranzo. Mi raccomando, sbrigati!).

    Il giorno dopo, compar Giovanni, incredulo e deluso per la mancata consegna dei polli, espresse le sue rimostranze all’amico, il quale, divertito più che mai per avergliela fatta davvero grossa, così si giustificò: «Ah!, cüre ’mbà Giuànne… accume se fäsce a nan capì cüsse fatte! A nu lòupe se cunzègnene i polle? Ippòure me canusce da tant’anne!» (Ah quel compar Giovanni… come si fa a non capire! A un lupo si danno in consegna i polli? Eppure mi conosci da tanti anni!).

    Al malcapitato Giovanni non restò altro che ridere con lui e stare allo scherzo.

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