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    Ieri

    Letture dinanzi al presepe

    Da Osservatorio n. 12 – dicembre 2002 - di Palmina Cannone
    RedazioneDa RedazioneDicembre 19, 20148 minuti di lettura
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    Letture dinanzi al presepe - Osservatorio Fasano
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    Di fronte alla capanna del mio presepe, illuminati dai raggi della cometa, due ingialliti fogli manoscritti e un vecchio libro mi avvicinano allo spirito del Natale. Sono fragili, queste carte, come il Bambinello appena nato. Sul primo foglio c’è una inedita preghiera scritta in italiano da don Filippo Bonifacio. Non ha titolo. È rivolta all’angelo custode. Mi stupisco leggendo i primi versi: «Ti saluto, o Angel Santo / Delle schiere del Signore / Tu m’assista in tutte l’ore / Nel cammino di quaggiù». Come può un poeta saccente come don Filippo rivelarsi così tenero, quasi fanciullo? Mi sovviene la lirica Al mio angelo custode che S. Teresa di Lisieux compose nel 1897, sette mesi prima della sua morte: «Divieni mio fratello / mio amico, mio consolatore! Conoscendo la mia grande debolezza /, […] mi guidi per mano, / e io ti vedo con tenerezza / spostare la pietra dal Cammino». Sul medesimo canovaccio il Bonifacio scrive: «Tu conosci la fralezza / Dell’immoto corpo mio, / Deh mi ottieni dal mio Dio, / La fortezza al tentator!». E riprendendo un pensiero di Pascal conclude: «Sono canna che dal vento / Vien piegata in ogno loco, / Tu riaccendi in me quel foco / Del divino Salvator!».

    Sul secondo foglio, vergata anch’essa a mano dallo stesso autore, un’altra poesia sconosciuta, stavolta in vernacolo. S’intitola L’Epifania. Già dalla prima strofa riconosco il don Filippo mordace che effigia un Erode verm e mariul. L’autore passa le due parole attraverso l’esperienza del male che distilla la pena dell’esistenza. Il contatto con la rude verità si fa poesia sotto i colpi dell’ira donfilippiana, che esplode dinanzi alla malvagità. Poi i toni si smorzano e gli echi interni sfumano più dosati. Nella quarta strofa il gioco degli attriti si riaccende, eludendo inibizioni a lungo trattenute. Con tale disposizione d’animo, il sacerdote-poeta continua a raffigurare nel componimento il bene e il male, in interposizioni pregne di vitalità estetica e di spontaneità.

    E infine, ecco il volumetto di cui dicevo. Titolo: Spirali, edito nel 1940 dalla Rispoli Anonima di Napoli. Autore: Nino Ruppi. Alle pagine 18 e 19 uno degli affreschi lirici più intensi del Nostro: San Silvestro. Il testo, già pubblicato sull’Almanacco letterario Bompiani nel 1931, fu accolto positivamente dalla critica, che lo definì un “gioiello” di cesello, una squisitezza poetica. Schegge di paese scolpite a rilievo su una personalissima tastiera stilistica in cui vibra un acceso lirismo. Auscultazione di voci paesane il cui suono affascina intimamente lo scrittore fasanese. Nascoste o chiare, di quelle voci egli traduce in immagini l’impressione subìta. Carica la parola al massimo della potenzialità espressiva. Realizza nella scrittura i propri sentimenti e li sublima. «La bella sobbalza nel lettuccio sotto l’abbaino, e saggia con le braccia in croce la resistenza felice dei seni»: fotogramma di bellezza femminile che con vigore pare sortire dal buio della notte per vestirsi di luce diurna. «La notte è assisa sui comignoli stridenti […] s’intenerisce maternamente sulle miserie e sulle speranze. Domani, Capodanno, il cielo uguale sarà diverso!».

    È qui che la sinfonia paesana di Nino Ruppi diviene musica universale.

    San Silvestro

    (di Nino Ruppi)

    Le case basse a un piano si stringono infreddolite nella miseria della notte invernale. Per le stradette lubriche le ombre si vellutano d’intensità, appena sporcate dal funebre giallo di radi lampioni. Un cane randagio raspola in un cumulo d’immondizie, poi si affretta via, come dietro un richiamo. S’addolorano folate diacce, costrette sbattute nell’angustia di vichi a budello. Una comare socchiude il balconcino, si sporge guardinga: uno scroscio d’acqua lurida si rompe sul selciato fangoso. Un monello, mani in tasca, scialle attortigliato al collo, rincasa lento, fischiettando l’arietta più facile del recente varietà. Gatti rompicorda scivolano rasente i muri, come origliando, o come pensosi, con un’andatura tra filosofa e criminale. Un organetto a mano, chi sa dove, spiega alla notte la sua indicibile malinconia. Sarà Giacomo il cieco, che per pochi soldi accompagna gli ultimi innamorati sotto le finestre delle belle. La bella sobbalza nel lettuccio sotto l’abbaino, e saggia con le braccia in croce la resistenza felice dei seni. Stride nel silenzio nero un traino con la martinicca legata, rientrando al paese: sotto l’assito dondola il lumetto ad olio, come un ubriaco. Il bifolco sogna per l’anno nuovo l’«entrata» piena e l’andata fuori terra, per la mietitura, col pingue gruzzolo e senza malaria. La notte è assisa sui comignoli stridenti, sulle cimase corrose, sui tetti custodi di riposo: ultima, s’intenerisce maternamente sulle miserie e sulle speranze. Domani, Capodanno, il cielo uguale sarà diverso. Una stella proterva ha rotto la foschia nell’alto cielo impassibile.

     

     

    L’Epifania

    (di don Filippo Bonifacio)

    Stai Erode a Gerusalem

    Brut verm, e mariul

    Quan ven a Batlem

    U Signor pi fe la scul…

                E la stell culli ragg

                Bianc e ros all’aria assé;

                La vidern li Re Magg

                E disciern: Cosa ngé!!

    Cu la crona e cu lu mant

    S’immiarn subt di fret,

    E la Stel sciav nnant,

    Vascia vascia e dretta dret.

                Erode ha ntìs, a cum u grid

                U Missì van trovan,

                L’hi pigghiò mu nu frid

                Li vuol accit tan tan.

    Ma sté fing: promet a jan, iana, iana

    Zucchr i mal a Malivisch,

    Ngurp port id u vilan

    Du serpent a basilisch.

                Si figur tan tan,

                Ca nu lupo lu sté abbraz,

                Ca nu piz gran gran

                Lu sté rol e lu sté caz.

    E li Magg? Cu la Stel

    Sò trasut fin fin

    Propr nda grotticel

    Dove sté Gesù Bambin.

                Tutt trai nginucchiat

                Donn inginz, mirra e oor:

                U Bambin s’ha cunsulat,

                E partirn insim in coor.

    Rummaj Erode, illuus dai Magg

    Com nu pacc incontanent

    Fasci accit pa forta ragg

    Tutt i bambin anm innocent!

     

    (traduzione)

    Stava Erode a Gerusalemme / Brutto verme e usurpatore / Quando nacque a Betlemme / Il Signore, di genti educatore. / E la cometa con i suoi raggi / Bianca e splendente molto in alto / La videro i Re Magi / E dissero: Che cos’è? / Con le corone e con i manti / Si avviarono in gran fretta / E la Stella andava avanti / bassa bassa in linea retta. / Erode ha inteso il grido / «Il Messia van cercando» / Fu percorso da un brivido / Voleva ucciderli all’istante. / Sta fingendo: promette la iena, iena, iena / Zucchero e miele a Malivisch / Ma in corpo lui porta il veleno / Del serpente a basilisch. / Intuisce all’istante / Che un lupo lo sta sbranando / Che un botto roboante / Lo sta rullando e schiacciando. / E i Magi? Con la guida della Stella / Sono entrati pian pianino / Proprio nella grotticella / Dove sta Gesù Bambino. / Ciascun dei tre inginocchiato / Offre incenso, mirra e oro / Il Bambino si è consolato / E ripartirono insieme in coro. / Rimase Erode, dai Magi beffato / Come un pazzo scatenato / Fece uccidere, molto adirato, / Tutti i bimbi senza peccato.

     

     

    Senza titolo

    (di don Filippo Bonifacio)

    Ti saluto, o Angel Santo

    Delle schiere del Signore,

    Tu m’assista in tutte l’ore

    Nel cammino di quaggiù!

                Mi proteggi con affetto

                Negli affanni della vita,

                Mi sia sempre ognor gradita

                La presenza di Gesù!

    Tu conosci la fralezza

    Dell’immoto corpo mio,

    Deh mi ottieni dal mio Dio,

    La fortezza al tentator!

                Sono canna che dal vento

                Vien piegata in ogno loco,

                Tu riaccendi in me quel foco

                Del divino Salvator!

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