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    Ieri

    Il fu pian general

    Da Osservatorio anno II n. 8-9 – agosto-settembre 1987
    RedazioneDa RedazioneMarzo 6, 20135 minuti di lettura
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    Il fu pian general - Osservatorio Fasano
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    Fra giorni, dopo la parentesi vacanziera, la vita cittadina riprenderà i suoi ritmi e si tornerà ai problemi di sempre; alle ciance eterne; agli amletici dubbi atavici; agli inquietanti interrogativi se i fasanesi dovranno vivere di agricoltura, o di turismo, o di artigianato, o di commercio, o di contrabbando, o di imbrogli, o di chiacchiere a credenza. Sarà almeno da vent’anni che ci si cingischia in dotte dissertazioni sul come organizzare il territorio, e ci si compiace di simili arzigogolamenti masturbatori, continuando a parlare, discutere, ridiscutere, dibattere, controbattere, convenire, intervenire, relazionare, puntualizzare, polemizzare, rettificare, chiesare, commentare, esporre, interpretare, chiarire (uh che gonfiore!) e come se non bastasse, a fare il punto della situazione, a fare mente locale, a fare autocritica, a fare pause di riflessione; fino alla menopausa. Talché, Fasano defunge. Nel frattempo negli altri comuni viciniori filosofeggiano meno e quagliano, facendo passi da gigante (vedi Monopoli).

    Cade a fagiolo, a questo punto, il discorso del piano regolatore. Intere generazioni di politicanti nostrani si sono immolati sul sacro altare del “pierregi”; frotte di sindaci si sono bruciati nel vano tentativo di vararlo, nel mentre ingegneri, architetti, geometri, imprenditori, costruttori, capimastro, carpentieri, intonacatori, mattonari, incalcinatori e scalcinati attendevano fiduciosi, a bocca aperta, che il “piano” desse loro pane e gloria. Ma l’approvazione tarda ancora a venire.

    Peggio della tela di Penelope: di notte gli urbanisti di turno tessevano trame sui grafici tormentati, e di giorno gli assessori all’edilizia (altrettanto fumisti) “concedevano” – quant’erano buoni, generosi e sensibili! – licenze su tutto il territorio, in lungo, in largo, di traverso, finanche sulla sabbia e, all’occorrenza, sull’acqua di mare, oltre che sulle vie e piazze pubbliche. Meno male che ci è stata risparmiata, almeno per ora, piazza Ciaia!

    Dimodocché, questo piano regalatore (ex “regolatore”) non si sa più a chi possa servire. Pirandellianamente, esso benché concepito per il futuro, è stato già consumato per scopi passati, ancor prima di essere realizzato. Praticamente, i giochi sono stati fatti e “rien ne va plus”, i suoli in sospetto odore di edificazione sono stati all’uopo compromessi, strumentati, venduti, rivenduti, edificati, abusivizzati, sodomizzati (i proprietari riluttanti), condonati, ipotecati, frazionati, indicizzati, semiurbanizzati, bucalossati, riciclati, parcellizzati, rovinati.

    E ne vedremo di strade storte e strette, di “gradoni” di quota fra un palazzo e l’altro, di canaloni affogati (propiziatori di spettacolari allagamenti, regolarmente preconizzati dall’inascoltato ingegnere alle acque). Peccato. Fasano poteva essere un gioiello! E mò, che ne sarà? Per disperazione si finirà con l’accettare uno strumento urbanistico che forse non soddisferà alcuna aspettativa e ci lascerà ancora nell’equivoco per quanto riguarda la vocazione della città. E una città senza vocazione finisce inevitabilmente con l’essere un serbatoio di disoccupazione, di emarginazione, di devianze. Sostanzialmente quello che si sta verificando da un quindicennio.

    C’è poco da stare allegri, col territorio già rapinato e violentato rimangono margini assai esigui per una grande impostazione. Comunque non bisogna più perdere tempo, sennò il malcontento ormai generalizzato, tra l’altro, farà prolificare i facili demagoghi capipopolo. Già si sono avuti i primi fenomeni di “doncamillismo” in quel di Savelletri (e fin qui stiamo nel normale e direi nel giusto); non vorremmo però che certe forme di protesta degenerassero e, improvvisamente, la già precaria e drammatica situazione divenisse incontrollabile.

    L’estate è finita, i responsabili della cosa pubblica – speriamo ben riposati – possono tornare ai loro impegni con rinnovato impegno e darci sotto per una bella sistemata a questa città. Non è facile, lo sappiamo; ma si possono anche cambiare i cavalli da tiro (almeno alcuni) se questi stanchi!

    Qui a Fasano, non è più questione di formule e di schieramenti, ma di idee nuove e, naturalmente, di personale politico capace di saperle tradurre in realizzazioni. È ovvio che ci vuole unità di intenti, perché se si continua ad amministrare il paese con la mentalità della coltivazione del proprio orticello, non avremo concluso nulla e non avrà senso scaricare le colpe su questo o quell’altro partito.

    Suvvia, al lavoro e dimentichiamoci anche delle uccellate di questa estate appena chiusa; un’estate il cui bilancio non può che essere in rosso. Meno male che le conversazioni da ombrellone sono state animate dai commenti sulle belle iniziative dei “signori” della Selva. Pare che ve ne siano state di simpatiche e di piccanti. Ma son fatti loro; sono fatti privati. E ognuno è libero di costituirsi un mondo per conto proprio. Nulla da eccepire se, alla Selva, per essere “amici” bisogna pagare cifre esosissime: fa parte del gioco cosiddetto elitario.

    Se anche a Cocolicchio (famoso scalo aereo sulla linea London-Cocolicchio-Tokio) ci fosse una “noblesse Oblige”, anche lì sorgerebbero clubs privati ed esclusivi dove l’ultimo guardacozzoli, dove il più provolone del villaggio, dove la più zigomata faccia da scimmione, andrebbe a spostronarsi nella sede del circolo fingendo di leggere un giornale e sedendosi al tavolo verde per tirarsi l’orecchia al poker e al settemmezzo e alla zichinetta, nel mentre le gentili signore – ex spanpanatrici di cipponi – canastano (giocano a canasta), o scopano (giocano a scopa), o si danno a conversazioni “impegnate” infioreffando il loro dire di percochi lessicali grossi quanto meloni di Brindisi.

    Ma a noi, cari afcionados, cosa importa di loro? Per quanto ci riguarda basta e avanza la nostra brava porzione di

    godimento a tutta birra!

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