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    Cultura & Spettacolo

    Fasano Jazz ultimo atto: apoteosi Area

    Il popolarissimo gruppo prog, sul palco assieme alla vocalist Maria Pia De Vito, l'evento finale di un festival di altissimo livello
    Giuseppe CofanoDa Giuseppe CofanoGiugno 9, 20124 minuti di lettura
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    Fasano Jazz ultimo atto: apoteosi Area - Osservatorio Fasano
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    Prog? Jazz? Avanguardia? Elettronica? Tradizione balcanica? Contaminazione allo stato puro, sperimentazione musicale infinita, esplorazione di illimitati universi sonori e ricerca della purezza del suono della voce. In una parola sola, gli Area. Lo storico gruppo italiano, che guidato dall'indimenticabile voce di Demetrio Stratos ha scritto pagine gloriose – forse le più gloriose in assoluto – della musica italiana, si è esibita ieri, sabato 9 giugno, nella serata clou dell'edizione 2012 di Fasano Jazz. E, evento nell'evento, lo ha fatto assieme ad una straordinaria compagna di viaggio, la signora del jazz italiano Maria Pia De Vito, regina della vocalità sempre pronta ad esplorare i labirintici sentieri del suo strumento.

    Sostituire Demetrio Stratos è impossibile, e oltretutto sarebbe scorretto proporselo. Maria Pia De Vito si affida alle sue eccelse capacità tecniche ed alla sua vastissima cultura jazzistica, giocando con lo skat e sfruttando in pieno l'impressionante estensione della sua voce. Patrizio Fariselli, Ares Tavolazzi e Paolo Tofani, orfani di Stratos ed anche di Giulio Capiozzo, batterista storico del gruppo scomparso una decina di anni fa, non sono cambiati per nulla, nella voglia di sperimentare e di portare le loro note ai confini delle possibilità sonore. Li accompagna anche Walter Paoli, batterista che si è unito a loro dalla reunion del 2009 a Siena che ha sancito l'inizio del nuovo percorso musicale dei tre.

    Sul palco del "Kennedy" si comincia con Tofani solo al centro della scena, che presenta uno strumento personalissimo da lui inventato, la tricanta-vina, il cui suono straniante introduce il pubblico nel complesso universo degli Area. Un mondo paradossale e sorprendente, controintuitivo ed originale, mai statico e perennemente proteso nella ricerca delle combinazioni possibili. Ecco Arbeit macht frei, il primo famosissimo brano eseguito, un ipnotico giro di basso di Ares Tavolazzi su cui si inseriscono le divagazioni degli altri strumentisti, e poi Sedimentazioni, folle e sconvolgente "riassunto delle puntate precedenti", come sottolinea Fariselli, perché contiene tutti i brani degli Area dal '73 ad oggi. Entra in scena la De Vito ed è subito il momento dello storico cavallo di battaglia del gruppo italiano: Cometa Rossa, con un lungo e divertito assolo della vocalist partenopea, che si esibisce nei gorgheggi e negli scioglilingua che hanno già reso famoso Stratos, cavaliere di una causa musicale che vede il sopravvento del significante sul significato, la voce che si fa espressione pura e non solo, anzi non più, veicolo essenziale del messaggio. Nervi scoperti propone due assoli, prima quello di basso di Tavolazzi, poi quello di batteria di Paoli.

    Per arrivare alla tanto attesa Gerontocrazia, preceduta da un'antica ninna nanna dell'Asia Minore intonata dalla De Vito, che poi si lancia nei suoi vocalizzi estremi, spastici, frenetici. In mezzo un testo che è una non banale meditazione di estrema attualità anche oggi e, classico nel classico, uno spezzone di Elefante bianco. Tra tradizione e rinnovamento, gli Area sono indefinibili per genere e stile, non si accontentano di nessun risultato e vanno oltre, rilanciando le sonorità limpide e mediterranee da loro proposte in un periodo, gli anni '70, dominato dalla cultura anglosassone e nordica del rock. La mela di Odessa, con l'ebbra voce narrante di Tofani, fa da preludio al gran finale. Prima Luglio agosto settembre (nero), mistica ed orientaleggiante, e poi, pezzo conclusivo acclamato da tutto il pubblico, Gioia e rivoluzione, con la famosissima frase "Il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia".

    Non poteva esserci miglior chiusura di questa, un'apoteosi per i maestri della contaminazione musicale italiana e per la versatile voce napoletana, in un festival che si distingue proprio per l'appassionata indagine ai confini tra rock e jazz riproposta con caparbietà, anno dopo anno, dal direttore artistico Domenico De Mola.

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