Fasano – Il Teatro Sociale di Fasano, nella sera di ieri, martedì 7 luglio, ha smesso di essere un semplice edificio di pietra per trasformarsi in un tempio di carne, respiri mozzati e ombre primordiali. L’aria stessa sembrava farsi densa, quasi irrespirabile, carica di una tensione che ha avvolto il pubblico prima ancora che il sipario si levasse. A compiere questo miracolo emotivo è stato il Gruppo Adulti 1 di Officine Futura – l’appassionato polmone progettuale di SenzaConfine Teatro – che ha accettato la sfida più nobile e spietata: dare corpo, voce e tormento a La casa di Bernarda Alba, il testamento spirituale e poetico di Federico García Lorca.
I registi Teresa Cecere e David Marzi hanno preso per mano le loro attrici e le hanno condotte nell’arida, polverosa e soffocante Spagna rurale degli anni ’30. Un mondo apparentemente lontano, eppure spaventosamente speculare alle nostre moderne prigioni interiori (come sottolineato in apertura di sipario da Teresa Cecere), capace di interrogare lo spettatore contemporaneo sulla natura universale del controllo e della repressione.
La scena si apre sul vuoto dell’anima. La Bernarda Alba di Cinzia Cupertino non è solo una madre rimasta vedova; è l’incarnazione di un potere patriarcale interiorizzato, una divinità oscura che decreta la morte civile delle sue cinque figlie. Quel lutto imposto diventa una camicia di forza invisibile che spezza desideri, nega la giovinezza, soffoca i corpi. In questo acquario di anime recluse, l’unico spiraglio di luce – o forse l’esca del destino – è concesso ad Angustias (Antonella Girolamo), la figlia maggiore. A lei è permesso amare Pepe il Romano, un fantasma d’uomo che non si vede mai, ma la cui presenza infetta l’aria come una febbre, accendendo gelosie feroci e rancori devastanti.

Il pubblico in platea ha trattenuto il respiro di fronte al microcosmo di donne intrappolate in quel perimetro di dolorosa penombra. Ogni attrice ha saputo scarnificare il proprio personaggio per offrirlo puro agli spettatori: la Maddalena di Pasquina Vinci ha commosso per la sua lucida disillusione, mentre Amelia (Silvia Martino) ha dato voce a una sottomissione remissiva che fa male al cuore. Il tormento interiore di Martirio ha trovato in Alessandra Russo un’interprete vibrante, capace di rendere tangibile quel nome che è un destino. Ma è nel contrasto assoluto con Adele, interpretata da una indomita Mariella De Mola, che la tragedia raggiunge il suo apice: Adele è il fuoco che non si spegne, il simbolo sacro della ribellione, pura poesia carnefice di se stessa in un epilogo tragico e inevitabile.
A governare il ritmo implacabile di questa discesa agli inferi domestica sono state le figure di contorno, fondamentali per spezzare e amplificare la tensione. La Ponzia di Teresa Cecere è stata magistrale: un pilastro di finta quiete e profonda saggezza popolare, l’unica capace di sussurrare la verità ai sordi deliri della padrona. Accanto a lei, la domestica interpretata da Katia Savoia ha scandito con precisione chirurgica i tempi teatrali di una vicenda che non lascia scampo. Infine, la Maria Josefa di Grazia Cucci – la madre anziana e reclusa – ha regalato momenti di pura catarsi: la sua follia, urlata sul palco, è risuonata come l’unica, autentica e lucida verità di tutta la casa.
Quando l’ultima, disperata imposizione alle figlie da parte di Bernarda si è spento nel buio della scena, sul Teatro Sociale è calato un istante di assoluto, sacrale silenzio. Poi, la catarsi. Il pubblico, fino a quel momento rimasto immobile e quasi intimorito dalla potenza drammatica della rappresentazione, è esploso in un boato di applausi liberatori, standing ovation e acclamazioni commosse.
Gli spettatori hanno tributato un trionfo unanime a un cast corale straordinario, capace di trasformare un classico di novant’anni fa in un urlo di disperata e attualissima vitalità. Gli sguardi lucidi dei presenti e le lunghe ovazioni finali hanno sancito il successo profondo di un’operazione culturale che non ha solo intrattenuto, ma ha scosso le coscienze, dimostrando che il teatro, quando è fatto con l’anima, sa ancora liberare i prigionieri.



