FASANO – Un episodio avvenuto durante la partita di pallamano femminile Tunisia-Kosovo, nell’ambito dei XX Giochi del Mediterraneo, finisce al centro di un’aspra polemica che coinvolge organizzatori, forze dell’ordine e amministrazione locale. Secondo quanto denunciato in una nota da Global Sumud Puglia, una famiglia composta da genitori e figli minorenni sarebbe stata invitata dal personale del Palazzetto dello Sport di Vigna Marina a Fasano, a rimuovere una bandiera palestinese e alcune magliette con la scritta “Free Palestine”, oppure ad abbandonare la struttura. A seguito del rifiuto dei tifosi, sul posto sono intervenuti anche i Carabinieri. Il movimento contesta la giustificazione fornita dagli operatori presenti, sostenendo che nei documenti ufficiali del Comitato Organizzatore di Taranto 2026 – come la Safeguarding Policy, il Digital Code of Conduct e la Table of Digital Conduct – non figurerebbe alcun divieto d’esposizione per il pubblico di simboli politici o religiosi. Al contrario, le associazioni Global Sumud Puglia e Fasano per Gaza richiamano i principi di non discriminazione e la tutela dell’articolo 21 della Costituzione sulla libera manifestazione del pensiero, evidenziando inoltre una disparità di trattamento rispetto ad altri impianti della manifestazione dove analoga esposizione era stata consentita. Le sigle hanno quindi richiesto di rendere pubblici i protocolli di sicurezza e sollecitato verifiche formali al Comitato Organizzatore.
Sulla vicenda è intervenuto direttamente il sindaco di Fasano, Francesco Zaccaria, che interrogato dalla nostra testata ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Ho appreso con attenzione e con rammarico quanto sarebbe accaduto all’interno del nostro Palazzetto dello Sport durante la gara di pallamano femminile Tunisia-Kosovo, nell’ambito dei XX Giochi del Mediterraneo. I Giochi del Mediterraneo nascono nel 1951 con un intento dichiarato, nobile e mai così attuale: diffondere e custodire la pace, la fratellanza e il dialogo tra i popoli che si affacciano su questo mare che ci unisce. Non sono solo una competizione sportiva, sono un patto ideale, un linguaggio universale che le Nazioni del Mediterraneo hanno scelto per riconoscersi e per costruire ponti laddove altrove si alzano muri. In questo spirito, faccio davvero fatica a comprendere in che modo la presenza di bandiere, esposte in maniera assolutamente pacifica da una famiglia, anche con bambini, all’interno di un impianto sportivo, possa rappresentare un pericolo per la sicurezza pubblica o una violazione dei principi della manifestazione. Una bandiera portata senza provocazione, senza violenza, è espressione di un pensiero, di una sensibilità, di una solidarietà. È l’esercizio di quella libertà di manifestazione del pensiero che la nostra Costituzione tutela all’articolo 21. Tale episodio risulterebbe, se possibile, ancor più incomprensibile se fosse confermato, come riportato, che in altri impianti coinvolti nei Giochi la medesima esposizione sia stata, dopo un primo chiarimento, consentita. Non può esserci una declinazione diversa dei principi di accoglienza e di libertà a seconda del palazzetto. Le regole devono essere chiare, uniformi e, soprattutto, coerenti con i valori che i Giochi intendono promuovere. Lo sport è lo strumento di dialogo, di pace e di fratellanza per antonomasia. È l’unico luogo dove la competizione diventa incontro. Per quanto mi riguarda, se all’interno del nostro Palazzetto arrivassero insieme le bandiere della Palestina e di Israele, della Russia e dell’Ucraina, dovrebbero trovare tutte spazio, tutte accoglienza. Nel contesto dei Giochi del Mediterraneo, non sarebbero divisione, sarebbero veicolo di pace. Sarebbe la dimostrazione più alta che lo sport riesce dove spesso la politica non riesce. Fasano è e resterà una città aperta, di pace e di convivenza. Chiederò formalmente al Comitato Organizzatore di Taranto 2026 di chiarire quali siano le disposizioni in materia e se quanto accaduto corrisponda alle sue policy, perché episodi come questo non si ripetano e perché lo sport continui ad essere ciò che deve essere: uno spazio di convivenza, mai di esclusione».


