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    Ieri

    Cos’è l’industria a Fasano

    I problemi del commercio dei legnami nei lamenti di Pietro Perrini. Da Osservatorio n. 5 maggio 1987
    RedazioneDa RedazioneDicembre 17, 20145 minuti di lettura
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    Cos’è l’industria a Fasano - Osservatorio Fasano
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    Per l’industria fasanese, non sono tutte rose e fiori. A fianco di aziende che "tirano", ve ne sono altre che attraversano un pauroso stato di crisi. Un caso abbastanza evidente è quello della Perrini Lavorazione Legnami che negli ultimi anni ha drasticamente ridotto il personale per mancanza di commesse.

    L’attività di questa azienda iniziata con Luigi Perrini è proseguita successivamente col figlio Pietro. Nei primi tempi il commercio era basato esclusivamente sull'ingrosso dei legnami, poi nel 1972 cominciò la trasformazione in piccola industria, con la lavorazione del legname e la produzione di infissi, antine, mobili da cucina e da arredamento.

    Incontriamo l’amministratore dell’azienda Pietro Perrini nel suo studio ricavato in un’ampia sala esposizione, dove ormai prevalgono i mobili da commercializzare e non prodotti dalla stessa impresa. Gli uffici amministrativi sono al piano superiore.

    Pietro Perrini è un po’ restio al colloquio, preferirebbe non parlare, ha paura forse che possa farsi prendere la mano dal suo stato di amarezza e dire qualcosa di troppo, che di solito si pensa ma non si dice mai.

    Saltati i convenevoli di rito, entriamo in argomento; un rapido exursus sull’azienda: «Il commercio del legname inizialmente assorbiva tre soli operai, poi, una volta impostata la lavorazione industriale, arrivammo ad impegnare 23/24 dipendenti. La svolta radicale ci fu nell’83. Dovemmo più che dimezzare il personale sia per mancanza reale di commesse, sia per scarso rendimento della maggior parte degli operai. Questa operazione consentì una boccata di ossigeno ad un’azienda non più produttiva. Nell’85 toccammo lo stesso fatturato degli anni precedenti anche se avevamo 10 unità lavorative in meno. Ora, purtroppo il mercato è di nuovo totalmente fermo, e stiamo orientandoci praticamente alla sola commercializzazione del mobile».

    Perché la crisi di questo settore?

    «È stato un evolversi naturale delle cose: parecchie aziende, o piccole industrie, tranne pochissimi artigiani, col passare del tempo si sono sempre più rivolte al semilavorato, perché capivano che meno si costruiva in casa e meglio era. Conveniva quindi comprare i semi lavorai i e assemblarli: ecco spiegato il fallimento del commercio del legno grezzo. In tal senso ci sono esempi clamorosi a livello nazionale e faccio due nomi fra i più grossi del sellare: Rosa e F.lli Feltrinelli».

    Ma anche nella specializzazione del semilavorato il mercato si è fatto difficile?

    «In questo tipo di commercio c'è una concorrenza per lo più sleale. Ci sono dei grossi nomi, che per loro cose o intrallazzi vari, vendono a qualsiasi prezzo, senza tenere presente i costi di produzione. Ecco quindi che per aziende come la nostra che pagano regolarmente imposte e contributi previdenziali, non c’è posto. C’è poi il problema dell’Iva che incide in maniera pesante sui costi di produzione essendo i nostri, prodotti con una notevole incidenza di manodopera».

    Accennava prima al licenziamento di una decina di operai, qual è stata la loro reazione?

    «Non c’è stata alcuna reazione, perché loro stessi hanno capito che così non si poteva andare avanti. Si sono resi conto che la nostra azienda non era l’Italsider o altro tipo di azienda statale. Abbiamo pagato tutte le liquidazioni, anche indebitandoci, e tutti i contributi assistenziali. Sono stati costi onerosi, che hanno messo in forse lo stesso futuro dell’azienda, ma abbiamo assolto tutti gli impegni».

    In lei c'è molta amarezza, pare proprio che ormai guardi verso nuovi orizzonti?

    «Così francamente non conviene continuare. Se uno deve sacrificare tuta la vita per poi chiudere i bilanci in passivo è meglio cambiare: magari fittare i locali o intraprendere un nuovo tipo di allività».

    L'adozione della variante di P.R.G. non potrebbe dare nuovi impulsi al mercato?

    «Purtroppo l’edilizia è ferma e questo settore è la spinta dorsale dell'industria. Noi ad esempio ne1'85 abbiamo avuto segni di ripresa; perché era l'anno in cui imperversava l'abusivismo edilizio. Queste case comunque, andavano ultimate ed arredate. Ma gli interessi politici nel P.R.G. sono molteplici, per cui non riusciranno mai a mettersi d’accordo fra loro».

    Ma anche fra voi industriali non c’è molta intesa: ognuno si cura il proprio orticello, almeno così ci pare?

    «È vero, non c’è spirito di corpo, ognuno fa i fatti suoi. Faccio un esempio: lo scorso anno ci furono notificate delle cartelle esattoriali per la tassazione del servizio di nettezza urbana, che erano una vera e propria camorra, un sopruso bello e buono. Ci tocca pagare 213 milioni per un servizio di cui non godiamo. Cercai di mettermi in contatto con quelli che avevano le mie stesse esigenze, i vari Cupertino, Grafischena, Liuzzi, ecc. Con somma delusione constatai che ognuno aveva già concordato per conto suo, quando avremmo potuto riunirci, dare mandato ad un legale, reclamare i nostri diritti».

    Questo avviene anche nelle categorie artigiane.

    «La verità è che ognuno pensa per sé, cercando di parlare avanti la sua politica. Però poi tutti si lamentano: ma nessuno affronta con serietà i problemi reali. Se invece fossimo tutti uniti, cominceremmo a fare qualche azione di protesta fatta bene. È indispensabile far sentire per esempio la voce del Sud: non è come la raccontano i politici quando arrivano le elezioni che promettono mari e monti al Sud. Fino ad ora hanno dato solo delle bombole di ossigeno e forse hanno fatto più male che bene».

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