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    Ieri

    Le feste con i fichi secchi

    da Osservatorio n. 12 – dicembre 2005
    RedazioneDa RedazioneDicembre 19, 20146 minuti di lettura
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    Le feste con i fichi secchi - Osservatorio Fasano
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    Il mistero sul nome del poeta del quale si parlava nel numero precedente non ha retto a lungo. Raffaele Nigro ha svelato il segreto: è Giuseppe Gorjux, figlio del fondatore e del primo direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, poi, a sua volta, direttore del giornale. C’entra anche con Fasano: venne e scrisse, infatti, quando (qualcosa come mezzo secolo fa) l’Agip avviò i sondaggi nella zona di Torre Canne in cerca – se non di petrolio – almeno di metano. Ma, evidentemente, non era nel nostro destino la parte di una cittadina del Texas, come non era in quello della Puglia il ruolo di “California del Sud”.

    Intanto Natale è arrivato. Si sente e si legge che in queste feste dobbiamo stringere la cinghia. Guardando in giro, però, non si ha l’impressione che sia proprio magra: al massimo si dovrà evitare qualche spreco (e non è male). Chi ha qualche anno di troppo ricorda altri Natali, altri Capodanni e altre Epifanie di sacrifici, allora sì davvero pesanti, quando c’erano la guerra e la tessera annonaria. Anche lo zucchero era razionato, e una volta ne distribuirono un tipo marrone e umido che sapeva di marcio, assolutamente immangiabile. Nonostante tutto, almeno per le feste, bene o male si riusciva a rimediare il necessario per le pettole, le cartellate e il torrone con le mandorle, naturalmente senza anicini, assolutamente introvabili, e puntando sul vincotto a preferenza del miele, anche questo di difficile reperibilità. Ma erano tempi nei quali i ragazzi facevano festa anche ai fichi secchi e alle carrube, ormai promosse da cibo per cavalli a frutta secca e ingrediente per dolci tipo mostaccioli. Non si aveva idea del panettone, diffuso da queste parti solo nel dopoguerra, mentre l’albero di Natale cominciava a guadagnare spazio. Anche per il presepe, allora, era emergenza: nei negozi c’era pochissimo se non niente, e i prezzi, alle stelle (visto che per non fare la fame con la tessera si doveva ricorrere alla borsa nera), sconsigliavano acquisti non strettamente necessari. Quindi, rami verdi e muschio recuperati in campagna, la solita vecchia carta per la grotta e le statuine disponibili. Le luci? Niente. Era tutto buio, del resto: le strade non erano illuminate anche quando la corrente elettrica non mancava per evitare i bombardamenti, ed in chiesa la messa di Natale da mezzanotte era anticipata alla serata. I botti per l’anno nuovo? Per la verità c’era l’abitudine di gettare per strada la roba vecchia inutilizzabile, ma neppure a questo si pensava allora. Anche la Befana si arrangiava, integrando la calza con mandarini e fichi secchi. A proposito: era ancora re Vittorio Emanuele III, che ai fichi secchi aveva fatto pensare sin da quando era principe ereditario. Il  Mattino, infatti, annunciò il suo matrimonio con Elena del Montenegro con un articolo del suo fondatore e direttore, Edoardo Scarfoglio, intitolato appunto Le nozze con i fichi secchi. Tra cronaca e storia, si può aggiungere che il re del Montenegro, padre della futura regina, zi’ Necole per i commercianti di Bari vecchia, era solito fare acquisti in Puglia e tirava sul prezzo. Anche a proposito della cerimonia in San Nicola per la conversione al cattolicesimo della principessa c’è un piccolo mistero: pare, infatti, che prima di quella, solenne, nella basilica barese, ve ne sia stata una, privata, nel traghetto che trasportava in Italia lei e Vittorio Emanuele, l’uno e l’altra in preda alla paura per il mare grosso. Altra curiosità: nei moti per il pane, a fine secolo, con lo stato d’assedio e il generale Pelloux, futuro capo del governo, prefetto a Bari con pieni poteri, una donna del borgo antico capeggiava i manifestanti inalberando la bandiera montenegrina. In un angolino della storia locale c’è posto pure per Anna a portapannera. Quanto al piccolo re che regnò anche da Brindisi capitale c’è una simpatica vignetta di Bepi Russi, che allora si firmava Esperus, per il Natale del 1923. Lo rappresenta, sotto il titolo Il bambinello per il presepe, nei panni di un ragazzino tenuto per mano dalla mamma Italia, turrita e fasciata di tricolore, con in mano una statuetta che somiglia a Mussolini e davanti a una bancarella con gli altri pupi della politica di allora. Dice la mamma: «Se sta per perdere la vernice ne compriamo un altro e non se ne parli più». Invece le cose sono andate come sono andate per vent’anni.

    Ora i fichi secchi sono diventati un lusso, ma in compenso, nei supermercati, panettoni e spumanti in offerta si sprecano. Stringere la cinghia un po’, comunque, fa bene a tutti e, soprattutto, fa bene alla salute. C’è poi sempre la possibilità, per i regali, di attingere in libreria e, per autori di libri, di provvedere in proprio. Lino Angiuli, poeta, lo ha fatto con un suo originale e prezioso volumetto, Varietà, prefazione di Giuseppe Rosato e Mail Art Works di Pierpaolo Limongelli, edito dall’Associazione culturale della rivista Malavoglia di Viterbo e stampato in 400 copie fuori commercio. Lino, naturalmente, è poeta anche nella sua attività editoriale con Gelsorosso, che ha pubblicato per Natale un raffinato libro-album di Antonio Motta, Luce incantata, viaggio sentimentale attraverso il Gargano, illustrato da quell’artista della fotografia che è Angelo Saponara e con una nota di Gina Lagorio. Conosco Motta da una vita, dai tempi dell’antologia Oltre Eboli la poesia: ha ragione l’indimenticata scrittrice perché davvero «incarna l’intellettuale tipico del Sud» e nelle sue pagine si ritrova il «paesaggio rispecchiato da occhi innamorati che sanno guardare». Ma quella dei libri di amici e conoscenti è una valanga. Sono arrivati nel giro di una settimana una raccolta di racconti, Pizzengùnghele (Edizioni Ippocampo, Manfredonia) di Cristanziano Serricchio, il poeta garganico insignito nel 2003 da Mario Luzi del premio “Una vita per la poesia”, Maratona, la pianura della gloria di Giovanni Narracci, con prefazione di Antonio Carbonara, edito da Capone, e due romanzi di Vincenzo Santoro, Il giardino dell’Eden e Dea Felicità (L’Autore Libri, Firenze). Nato a Cisternino, vissuto a Roma e dirigente alla Siae, Santoro me li ha dedicati senza obbligo di lettura. Sa bene, infatti, che per qualcuno leggere e scrivere normalmente è un lavoro. Visto che continuano ad accumularsi pure i libri da recensire o da da segnalare nella rubrica “Storia & storie” per la Gazzetta, se tutto va bene conto di dedicare alla lettura per gli amici la prossima estate. Nel frattempo, buon Natale e buon anno a tutti i Lettori di Osservatorio. Con la solita speranza che sia un po’ meglio di quello che ci sta lasciando.

    Gianni Custodero

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