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    Ieri

    Dimenticare la Selva?

    da Osservatorio n. 9 – settembre 2000
    RedazioneDa RedazioneAprile 22, 20155 minuti di lettura
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    Dimenticare la Selva? - Osservatorio Fasano
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    L’altro giorno aspettavo posta speditami da tempo, oltre a quella ordinaria, posta prioritaria da Roma e posta celere da Lecce. Era mercoledì, e dal giovedì precedente il postino non si era fatto vivo. Ho protestato e all’ufficio postale mi hanno spiegato che la corrispondenza non veniva più smistata nella sede della Selva, ma distribuita direttamente da Fasano, e che il postino, in ferie, era sostituito da un precario che poco conosceva gli indirizzi silvani. Conclusione: «Signora, non venga più alla Selva!».

    Non sarò certo io a criminalizzare il buon uomo che evidentemente in solitudine svolge un lavoro che non lo gratifica abbastanza, forse anche per le continue minacce di chiusura del servizio. Ma prendo la sua frase come segno di una mentalità. Una mentalità ormai diffusa, diventata luogo comune: dalla Selva bisogna andarsene, c’è una forza che respinge, che allontana, che distrugge. Questa energia negativa è insediata nella mentalità dell’amministrazione comunale, come in quella, non meno emblematica, dell’impiegato dell’ufficio postale. Un esempio recente: le orride e patetiche fioriere di cemento. Un altro meno recente: il secondo centro commerciale adiacente alla chiesa, un grave episodio di cementificazione dissennata nei cui confronti la neo-istituita Lega Ambiente dovrebbe intervenire in tutti i modi configurabili fino a chiederne la demolizione; si tratta di un grave scempio del territorio e della sua identità naturale.

    Alla Selva ci sono praticamente nata, e ai “cinque pini” – la casa di mio nonno ne aveva sei, pini da frutto, ma la forza distruttiva dell’uomo ha avuto la meglio sul sesto pino – ho trascorso molte lunghe stagioni estive. Da giugno a settembre, dalla raccolta dei fioroni: ne avevamo tantissimi ed enormi, i rami si piegavano al loro peso fino a toccare la terra. C’ero ancora al tempo della vendemmia: arrivava zio Filippo un contadino dai tratti “aristocratici”, sempre sorridente. Mia nonna cucinava il pollo ripieno per una tavolata di persone che sembrava non avere fine. Quelle che si vedono ora nei film di Pupi Avati o dei fratelli Taviani o di Bernard Tavernier. Le serate erano mondane, ma di qualità. Avevamo Mina alla Casina Municipale, Fred Bongusto, Fausto Papetti suonava tutte le sere, e Jimmy il batterista era il nostro idolo. Se ne parlava da Nadia, la parrucchiera, sempre in ritardo nel preparare le acconciature; spesso si usciva dal suo bugigattolo quando le danze si erano già aperte alla Casina. Si passava direttamente dalla Torretta alla pista, ma in abito rigorosamente lungo, come accadeva alla “Bussola”.

    Oggi, alla Selva, di godibile non c’è nulla, tranne l’aria. Le proteste si levano sui giornali, ma inutilmente: «Selva, agonia lenta e inesorabile», Osservatorio, luglio; «Selva di Fasano in totale abbandono», La Gazzetta del Mezzogiorno, 9 agosto. Pare si vogliano celebrare le esequie di un defunto piuttosto che evitarne la morte; non è mancato per altro uno sprazzo di ottimismo: «Nuova vita alla vecchia signora: la Selva di Fasano sarà ancora la Montecarlo del Sud», Gazzetta, 11 agosto.

    Ma veniamo ad alcune considerazioni. A cosa servono due centri commerciali in una zona di villeggiatura nota per la sua aria salubre? La vocazione della Selva e la sua identità non sono nel mercato, come non sono nel fast food (cfr. Osservatorio, luglio). Da “commerciare” qui dovrebbero esserci solo orecchiette, cavatelli, focacce, vini Doc, prodotti locali insomma, e artigianato; al commercio di questi prodotti tipici, ormai pressoché introvabili nelle salumerie del luogo, possono essere destinati in permanenza i locali – già esistenti – che si trovano sotto il cosiddetto Palazzo dei Congressi. I prodotti della tradizione vinicola-olearia-culinaria, in una galleria in cui è la tradizione del cibo locale e di sapori nostrani che viene esposta, piuttosto che buste sotto vuoto e insegne di fast food. Tradizioni contadine e artigianali forti, che rispecchiano la permanenza di abitanti, usi, linguaggi, e che quindi mal si adattano al cemento alla plastica, alle insegne, agli strepiti di casse acustiche sfondatimpani. Al posto del secondo centro commerciale, una piscina olimpionica che rilanci l’attitudine anche sportiva del territorio e si affianchi alla funzione finora svolta solo dal Tennis Club (v. Gazzetta, 9 agosto).

    È l’ora di pedonalizzare viale Toledo e lastricarlo con le “chianche”. Gas di scarico ne respiriamo a sufficienza in città. L’aria buona, l’aria salubre hanno fatto della Selva nel tempo un luogo di risanamento psico-fisico, un luogo appunto di cura soggiorno e turismo. Cura, soggiorno: un luogo di ozio, dunque; è questa la sua identità. Per Cicerone, ma anche per Plinio il Giovane, la villa svolgeva la funzione di avvolgerli nella natura, di procurare un alibi e un ritiro dalla passione politica, dall’impegno civile. Tendenze attuali: i borghesi che si ritirano in campagna (v. Il Sole 24 Ore, 13 agosto) confermano la vocazione della Selva a svolgere questa funzione di accoglienza e di riconciliazione con se stessi, con la propria identità insieme con quella dei luoghi non contaminati. Bisogna riattivare l’Azienda di Cura Soggiorno e Turismo: si può fornire lavoro interinale a giovani che quanto meno nel periodo maggio-settembre tornino a utilizzare l’edificio, anche questo già esistente, per svolgere le funzioni inerenti all’Azienda.

    Lega Ambiente e il Comitato Permanente per la Difesa dei Trulli (Nel mese, giugno 2000) possono svolgere una funzione importante; impegnarsi per la tutela del paesaggio e della identità dei luoghi. Cementificazione e deforestazione, se non altro, possono essere evitate con una attenta e assidua attività preventiva di controllo e sorveglianza sulle iniziative private come su quelle comunali. È Fulco Pratesi a ricordarci che «…in molte regioni del Sud bastano 5.000 metri quadrati e in qualche caso addirittura 3.000 per far innalzare legalmente uno di quegli orrendi edifici che deturpano quasi tutte le pianure del Meridione, mentre esistono migliaia di cascine, casolari, masserie che vengono fatti crollare nel disinteresse generale» (cfr. Corriere della Sera, 17 settembre).

    Lucia Fanizza

    Roma, 18 settembre 2000

     

    Nella foto: L’orribile scheletro del secondo centro commerciale, assurdamente autorizzato in viale Toledo, di fianco alla chiesa: un vero monumento funebre per la Selva, un simbolo dell’insipienza amministrativa che ha distrutto la nostra più bella località di villeggiatura.

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