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    Ieri

    Quando muore un poeta

    da Osservatorio n. 4-2002
    RedazioneDa RedazioneOttobre 28, 20154 minuti di lettura
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    Quando muore un poeta - Osservatorio Fasano
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    Nella giornata dell’8 aprile è venuto a mancare in Roma il prof. Nico Bungaro, esimio insegnante di italiano, latino e storia nelle scuole superiori, nonché poeta in lingua e in dialetto. Era nato a Fasano nel 1925, in una casa di via Venafra, ed era rimasto orfano di madre a soli 11 anni, mentre abbinava la frequenza scolastica con il lavoro di apprendista in varie botteghe artigiane, come spesso accadeva per i bambini in quell’epoca.

    Nel 1937 Nico Bungaro viene accolto da don Sante Perna nel suo istituto di orfani, sul colle Matarano: un’esperienza che lo segnerà per tutta la vita, come avrà modo di testimoniare con gratitudine, in qualità di ex allievo, nel libro biografico su don Sante curato da Franco Buzzerio per le edizioni Schena nel 1994. Nasce proprio in quegli anni la strettissima amicizia con Nunzio Schena, futuro tipografo e editore, anch’egli ospite nell’istituto. Al Sacro Cuore Nico Bungaro compie gli studi medi. Dopo il ginnasio e il liceo classico (tra Monopoli e Fasano) si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bari, laureandosi nel 1953 con una tesi in letteratura francese su Blaise Pascal. Subito dopo si trasferisce a Roma, dove rimarrà per sempre, anche se con frequenti ritorni al caro paese natìo.

    La sua carriera didattica si svolge interamente nelle scuole della capitale, fino al 1990, anno della pensione. Negli ambienti letterari romani viene a contatto con Giuseppe Ungaretti e Vincenzo Cardarelli. Col secondo, in particolare, instaura un rapporto di amicizia che influenzerà apertamente anche il suo stile poetico.

    Sono tre le raccolte di liriche pubblicate da Bungaro: Fotocromi nel 1958, Oro nel sangue nel 1970 e Dalle radici alle fronde nel 1989 (quest’ultima edita da Schena). Alla sua poesia in lingua il prof. Claudio De Mola ha dedicato un appassionato saggio sulla rivista Fasano nel 1994 (n. 30, pp. 85-100), definendolo un «artista della parola», «poeta di ispirazione autobiografica», intenso «di affetti e tenerezza», i cui versi sono caratterizzati dalla religiosità cristiana e cattolica, e da una ricorrente «amaritudine, priva però di rancorosi sentimenti». Le note critiche di De Mola sono accompagnate da una scelta di poesie “bungariane” (dieci in tutto).

    Di Nico Bungaro si ricordano anche i bei versi dedicati a Savelletri, apparsi su Osservatorio n. 5 del 1995, e gli Elementi di grammatica fasanese da lui pubblicati nel n. 23 (gennaio-giugno 1991) della rivista Fasano: una quarantina di fitte pagine con una sintesi di norme relative alla pronuncia, alla scrittura, alle regole grammaticali e morfologiche, il tutto per «chiarire a me e ai miei concittadini le caratteristiche peculiari della nostra parlata, confrontata non con quelle dei paesi più o meno limitrofi, ma direttamente con la lingua nazionale». E c’era qui anche l’amara notazione di come il nostro dialetto andasse rimodernandosi, pagando il prezzo di un «imbastardimento accentuato in questi ultimi 40 anni». Con un appello: «Pur mettendo in conto questa evoluzione, cerchiamo di mettere in salvo l’individualità originaria e l’antico patrimonio linguistico, il genuino linguaggio dei padri».

    Sei composizioni di Nico Bungaro in dialetto fasanese sono state incluse dall’Associazione Iniziativa Dialetto nella antologia Fatte i paraule (Schena, 1999), dove, in presentazione, si legge: «Le sue poesie in vernacolo sono ispirate dai ricordi della sua fanciullezza, dal rimpianto per un tempo passato ma non perduto, da una viva fede, il tutto espresso con versi semplici, che vanno diritti al cuore… una dolce immersione nella memoria, come un’esaltazione dei valori inalienabili della vita». Struggente, in particolare, la poesia intitolata Madonna mé du Pùzze, dedicata al simulacro della Protettrice che dall’alto della piazza veglia sulla città: «T’ane puste, / Madonna mé / ’nda nìcchie / i nannascene noste / dèssapa sape / ’ndu cure du paëise / pe ne uardé tùtte / cum’a na mamme / i fëile saue». Una Mamma celeste che, nella vicenda umana di Nico Bungaro, aveva fatto le veci di quella mamma terrena perduta in tenera età. Quella amatissima madre che un giorno, davanti alla fame e agli stenti familiari, gli aveva predetto: «Tu sarai un professore». (g.q.)

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