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    Ieri

    Un prete fasanese in terra americana

    Da Osservatorio n. 7 – 2002
    RedazioneDa RedazioneGennaio 2, 2016Aggiornato il:Agosto 7, 20255 minuti di lettura
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    Un prete fasanese in terra americana - Osservatorio Fasano
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    In occasione del 37º anniversario della morte di don Vito Natoli, padre missionario di San Vincenzo, la nipote Maria Antonietta Natoli ha deciso di rendere pubblico – tramite Osservatorio – il testamento spirituale che lo zio sacerdote, ormai cieco, le aveva dettato qualche mese prima di morire, e che lei ha gelosamente custodito per tutti questi anni.

    Don Vito Natoli nacque a Fasano il 30 aprile del 1876 e, dopo una vita di servizio sacerdotale (con un lungo periodo trascorso oltreoceano), si spense nel paese natìo il 4 luglio del 1965. Il suo racconto in prima persona, che qui potete leggere, costituisce una genuina testimonianza su una figura di prete fasanese d’altri tempi.

     

     

    La mia carriera sacerdotale venne assicurata a mezzo di sacrificio quando, con l’aiuto della congregazione della missione, venni ordinato sacerdote in una chiesetta di Lecce a nome San Lazzaro, da un vescovo in partibus che si chiamava don Giovanni Gigante, il 17 dicembre 1898.

    Feci il curato in una frazione di Fasano (Montalbano) durante i primi quattro anni di sacerdozio. Successivamente il nuovo vescovo di Monopoli mi permise il trasferimento all’Abbazia di Cava dei Tirreni. Da qui, dopo tre anni, precisamente nel 1905, a mezzo dei padri missionari di San Vincenzo, fui inviato negli Stati Uniti d’America, dove rimasi dodici anni, fino al 1916. In quel periodo godetti di buona salute, lavorai in gloria di Dio e mi feci voler bene da tutti. Ci volle il demonio della prima guerra mondiale per farmi abbandonare ogni cosa e ritornare alla diocesi di Monopoli. Rimpatriato nel novembre del 1916, offrii i miei sacrifici al vescovo di tale città, e fino al giorno d’oggi, marzo 1965, ho cercato di adempiere ai miei doveri sacerdotali.

    Il viaggio verso l’America fu tranquillo, ma il mio arrivo disastroso, perché giunsi colà proprio il giorno in cui il vescovo di Brooklyn aveva licenziato dalla parrocchia “Il Carmelo” i padri missionari vincenziani per affidarla ai padri francescani, e quindi si dovette provvedere alla mia sistemazione. A mezzo di un altro missionario già sistemato nella diocesi di Cleveland, ottenni il posto di assistente nella città di Johnson. Il parroco del luogo si chiamava don Carlo Doria ed era un essere così permaloso da farmi soffrire, per sei mesi, tutti i giorni che lì trascorsi. Così durante le feste natalizie di quello stesso anno ritornai dai padri della missione e, dopo un periodo di grandi prove, venni destinato dal nunzio apostolico alla missione americana anziché italiana, e mi venne assegnata l’assistenza delle Figlie della Carità, fino all’inizio del 1908.

    Il buon padre Sullivan, allora direttore delle suore, mi procurò una sistemazione presso l’ospedale di Saint Thomas, nella capitale dello Stato del Tennessee, dove rimasi fino al giorno del mio rimpatrio, cioè il 2 ottobre del 1916.

    Nel primo periodo trascorso nella casa centrale delle suore, per non perdere il mio tempo inutilmente, mi occupai della traduzione – dall’inglese in italiano – di un bel libro che si intitolava Padre Mach e descriveva l’intreccio di diverse parrocchie e di diverse razze, poi andato in sfacelo. Affidai tale traduzione a mio fratello Nicola, con preghiera di farne offerta a don Silvano De Stefano, allora abate ordinario, il quale mi aveva voluto tanto bene e a cui mi sentivo obbligato.

    Il secondo periodo della mia permanenza in America iniziò col 1908. Il vescovo di quella diocesi, monsignor don Tommaso Byrn, che era stato direttore spirituale del collegio americano di Roma, prima ancora di diventare vescovo, mi ebbe caro fin dall’inizio dell’entrata in diocesi. In quel tempo erano molto apprezzate le opere di monsignor Bonomelli ed io, che avevo con me dodici volumetti di quel grande uomo, poco per volta feci innamorare il vescovo della grandiosità di quest’opera. Fu così che concepimmo l’idea di tradurre quelle opere in inglese, cosa che facemmo senza perder tempo, paragrafo per paragrafo, capitoletto per capitoletto. Dopo ben sette anni l’opera venne stampata in inglese e pubblicata, e servì al vescovo come base per la costruzione della cattedrale che esiste tuttora. Allora il Papa regnante era San Pio X e il suo segretario di Stato era il cardinale Merry Delval, il quale invitò il vescovo, insieme a me, a presentarci a Sua Santità. Partimmo così per New York, dove giungemmo nel luglio del 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, ma ripartimmo subito dopo, attraverso un oceano ormai infestato dai sottomarini tedeschi.

    Da quel momento le cose per me cambiarono: i miei fratelli furono chiamati alle armi e in famiglia necessitava la mia presenza, così mi rassegnai a cambiare la mia vita.

    Dopo 48 anni di traversie siamo ormai all’epilogo: non ho niente altro da ricordare. Ho raccontato tutto ciò con semplicità e umiltà, senza pretesti, perché rimanga di me memoria nelle preghiere dei miei familiari e nella speranza della misericordia del buon Dio.

    Don Vito Natoli

    Fasano, 12 marzo 1965

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