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    Ieri

    La Comunal tenzone

    Le elezioni comunali di 22 anni fa, raccontate da Menante.
    RedazioneDa RedazioneMarzo 31, 20128 minuti di lettura
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    La Comunal tenzone - Osservatorio Fasano
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    I figli di voccola

    Ogni cinque anni, quando tutto va bene, si rinnova quell’avvincente gara-kermesse fra paesani per la conquista del seggio al Comune. È un gran divertimento sia per chi si candida, sia per chi sta alla finestra.

    Anzi, è proprio in quest’occasione che lo spettatore-elettore, quale titolare del diritto di scelta, si sfizia a volontà. Tanto per cominciare si sente legittimato a dir peste e corna di chi si trova iscritto nelle liste; non solo, ma con dovizia di particolari e immancabili piccanti commenti, va a rinvangare tutti i nannasciti dell’aspirante consigliere elencando le attività lecite, illecite, ludiche e goderecce della mamma, della zia, delle prozia, della cugina, della nonna, della moglie, della comare e di tutta la parentela femminile di primi, secondo e terzo letto.  

    Le “imprese” che più sovente vengono ricordate sono quelle commerciali per cui si sente dire in questi giorni «te la ricordi la zia nubile del numero tot? Ne ha fritti polpi» (evidentemente si allude all’attività connessa con un qualche ristorantino a mare); di rimando c’è chi rimembra il frenetico lavoro della cognata di un altro candidato «ne ha infornato di pizze, quella!» (evidentemente si allude all’attività connessa con qualche rosticceria in zona trafficata); e c'è sempre colui che argomentando della suocera del tal'altro assessore in pectore, esclami con compiacenza «che gagliarda trombatrice!» (evidentemente si allude all’attività connessa con il panificio). Insomma ognuno inzuppa il biscotto come può, vuoi per invidia, vuoi per inveterata costumanza a sforbiciare a tutto spiano.

    Dall’altra parte ci sono i candidati che “godono” al sentirsi personaggi pubblici per qualche settimana, e sono disposti a pagare il prezzo della maldicenza gratuita pur di saggiare il loro livello di popolarità.

    Naturalmente “i scesi in lista” si dividono in quattro categorie: 1) quelli di mestiere che di riffa o di raffa dovranno “tirarsi”;  2) quelli che tentano la carta della carriera politica; 3) quelli che sanno di essere trombati in partenza; 4) quelli che si trovano in mezzo senza saperne il perché.

    I più patetici sono quest’ultimi, i quali, non essendosi mai occupati di politica, tutto d’un tratto si ritrovano nella mischia trascinati occasionalmente da qualche galoppino di partito che aveva l’assoluta necessità di “Pescare” un qualsiasi pollo per chiudere la lista. Il pollo in questione aderisce inconsciamente dopo essere stato ubriacato dalle adulazioni dello scaltro galoppino e soltanto quando torna felice e contento alla casa, per darne notizia ai congiunti, si accorge d’esser stato fregato. Di solito succede una lite furibonda e il parentame incazzatissimo mortifica il candido firmatario con strapazzate solenni e avvilenti insulti che vanno dal bacchettone al minchiarilo: nei casi piu gravi, poi (quando c'è un candidato ufficiale della famiglia in altro schieramento), al povero pulcino cresciuto, per salvare la faccia, viene ingiunto di non votarsi neppure lui, e nel contempo gli viene ricordato che «la politica è per i figli di zoccola e non di voccola».

    Totoseggio

    Lo sport preferito dagli elettori, impegnati o disimpegnati che siano, è quello del totoseggio. Il gioco consiste nell’indovinare quanti seggi conquisterà ciascun partito e quali saranno gli eletti nelle rispettive liste. Il regolamento della giocata è simile a quella del Lotto; solo che non si gioca a soldi bensì a promesse di voti e di pranzi.

    Quando si vince? Mai. Ammesso e non concesso che uno abbia indovinato tutti i quaranta eletti, non vince niente. Anzi può passare un guaio perché, facendo previsioni ha escluso a priori ben trecentosessantasette aspiranti al seggio: fra questi parecchi sono gli amici suoi personali che se la sono legata al dito.

    Rinnovamento

    Rinnovamento è uno di quei termini astratti che può significare cambio radicale, oppure buttata a mare di determinate persone scomode. Tenuto fermo questo presupposto politico-lessicale, vediamo la diversa interpretazione nei due maggiori partiti. Nella Dc, dove gli uscenti riconfermati in lista sono 14 su 19, rinnovamento ha voluto significare soprattutto “deporre” una monarca. Il re dei re, il big king, il massimo pontefice, il Sandro Padre-padrone (per un quarto di secolo), è stato elegantemente messo da parte in ossequio all’enciclico principio della “renovatio”.

    Con sfumature diverse sono stati indotti a non ripresentarsi altri tre consiglieri di quelli dall’elettorato sicuro. Mentre un quarto, per maturato disgusto verso il locale politicume ha preteso di essere escluso: un gesto non di rinuncia ma di piena riappropriazione della personale dignità.

    Nel P.si, invece, è stata assai differente la interpretazione lessicale del termine che ha assunto una colorazione restauratrice; di vera e propria “restaurazione”, (in senso borbonico). Tant'è che vi è stato il rilancio dei capi storici. Sono stati riconfermati in blocco i sette consiglieri appena scaduti e, per sovrappeso, sono state riciclate le “vecchie glorie” di antiche formazioni amministrative. È un rinnovamento dell’usato!

    L’ambidestro

    Nella gran confusione della battaglia elettorale, un tranquillo e onesto lavoratore si è trovato candidato in due partiti contemporaneamente. Per di più di ideologie pressoché divergenti, essendo uno un partito di destra, e l’altro uno schieramento di estrazione popolare quanto meno centrista.

    Siccome, in casi del genere, l’apposita commissione elettorale tiene conto della cronologia dell’iscrizione, il candidato de quo è rimasto escluso dalla seconda lista, la quale ovviamente è stata decurtata per cui risulta formata da 39 “concorrenti”. Fin qui poco male, il peggio è che per effetto dello slittamento sono cambiati i numeri di tutti quei candidati che seguivano al nome dell’escluso; alcuni di questi avevano già fatto stampare i bigliettini di propaganda elettorale col numero di presentazione originaria. È ovvio che quegli stampati non servono più: soldi gettati al vento e bestemmie turche all’indirizzo di quello sprovveduto candidato “ambidestro”.

    Non possiamo sapere quanti suffragi prenderà nell’urna, ma già possiamo immaginare quanti moccoli in suffragio sono stati inviati, via etere, alle urna dei defunti suoi.

    Donne in corriera

    Sono trentadue le donne che hanno preso quell’autobus del desiderio chiamato elezione al Comune. La maggiore rappresentanza è appannaggio dei Verdi (sette), seguita dai Socialdemocratici e Demoproletari (cinque). Il Psi ne ha schierato tre, tutte a ridosso del capolista.

    Una circolare di Craxi imponeva una massiccia presenza femminile (fino al 50%), ma i socialisti locali che avevano uno spaventoso esubero di aspiranti candidati, tale da non consentire alcuna ingerenza esterna (vedi la bocciatura del sen. Putignano che pure “scendeva” a suon di contanti), hanno tagliato corto con le donne. Hanno loro riservato tre posti, per competenza territoriale: una per Fasano centro, una per Pezze e una per Montalbano. Con l’augurio – sempre da parte dei socialisti maschilisti – di fare bella figura (e basta!). C’è poco da scialare con i seggi. Anche se ne verranno conquistati di nuovi essi vanno riservati agli uscenti recenti e agli uscenti remoti.

    La Dc ha raddoppiato le muliebri presenze: da uno a due. I meridionalisti gentiliani e i missini, non hanno presentato neppure una candidata per sbaglio, tanto per gradire. Niente. Donne in carriera non ne vogliono.

    I medici

    Per trasformare un Comune in Signoria ci vogliono i Medici. Questa e storia; non si sfugge. Il Rinascimento italiano ha avuto origine a Firenze grazie ai Medici; a quel don Cosimo il Vecchio che, dopo aver messo fuori causa i potenti e arroganti Albrizi, prese in mano le redini della città.

    Così a Fasano. Se si vogliono raddrizzare le cose ci vogliono i medici. È matematico: alla stessa maniera che sopra alla femmina ci vuole l’uomo, parimenti sopra al comune ci vogliono i medici. Ci vorrebbero, per la verità, quelli con la lettera maiuscola, un Piero, un Lorenzo, un Giuliano, ma siccome la famiglia si è estinta, qui a Fasano si è ricorso ai medici dal camice bianco.

    Per questa ragione alcuni partiti si sono preoccupati di inserire in lista una propria rappresentanza di figli d’Ippocrate (eufemismo che sta per “dottori” in medicina. Meglio precisare a scanso di equivoci).

    La Dc, come al solito, ha esagerato: ne ha candidati addirittura sei, tra generici e specializzati. Perché mai? Per una colta ragione, di affinità storica, risalente agli antichi padroni della città, a quei Cavalieri di Malta che appartenevano appunto all’ordine degli “ospitalieri”. E siccome il Municipio è un’appendice del Palazzo del Balì ne consegue che i “sanitari” (da non confondersi con i cessi e gli altri accessori igienici) sono di casa al Palazzo di Città. Accanto a questa sofisticata interpretazione ve n’è un’altra più terra terra, secondo la quale essendo la Dc assai malata, ha bisogno di dottori che la salvino da collassi. In che maniera? Con i salassi di voti al maggior numero di pazienti-elettori.

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