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    Ieri

    Il giorno in cui Fasano respinse lo sbarco alieno – PARTE 3

    Ogni sera alle 19.00 una puntata del racconto fantascientifico "Marlboro Day" di Carmelo Trisciuzzi allegato al numero di Osservatorio del settembre 2000
    RedazioneDa RedazioneGennaio 3, 20139 minuti di lettura
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    Il giorno in cui Fasano respinse lo sbarco alieno - PARTE 3 - Osservatorio Fasano
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    OSSERVATORIO MENSILE – Settembre 2000. Una delle estati più "calde" per Fasano è al capolinea. La città è ancora sotto shock: l' "Operazione Primavera" che ha debellato il contabbando da marzo a giugno è tutt'altro che un ricordo. I militari del Tuscania occupano ancora la periferia e gi snodi nevralgici del paese. L'economia stenta a ripartire dopo il colpo subito.

    Un giovane Carmelo Trisciuzzi scrive un articolato racconto fantascientifico in cui le pedine cruciali dell'economia cittadina diventano protagonisti di un attacco alieno. Gli extraterrestri vogliono occupare Fasano. Vogliono i "giacimenti di bionde" presenti in città. Vogliono conquistare il mondo. Solo i contrabbandieri potranno impedirlo.

    Vi riproponiamo in cinque puntate il racconto integrale. Ogni sera su Osservatoriooggi.it alle ore 19.00

     

    GLI ALIENI (PARTE 1)

    I TERRESTRI E GIORGIO CROCE (PARTE 2)

    IL CAVALLO DI RITORNO – Dopo aver “toppato” sul luogo della prima esplorazione, l’equipaggio dell’Ufo scelse un posto apparentemente più tranquillo per prendere terra. Dopo aver sorvolato l’industria fasanese IAMA, che era stata rilevata dai giapponesi diventando la YAMAMOTO, e la Smith che, fondendosi con la Wesson, era diventata la Smith & Wesson (fabbrica di armi automatiche), si soffermò sulla zona ASI, sede dell’Agenzia Spaziale Italiana, e poi puntò sulla Selva. Fu qui che, dopo aver fotografato dall’alto le rovine della Casina Municipale, sito ormai di interesse solo archeologico anche per gli alieni, toccò terra silenziosamente.

    I tre ufficiali si allontanarono, seguendo sugli strumenti la traccia di un giacimento di tabacco. La loro assenza non durò che pochi minuti, ma furono sufficienti perché al loro ritorno al posto della navicella trovassero solo le sue impronte sul terreno.

    «Ci hanno fregato l’astronave!» esclamò Everything.

    «Per tutte le bavose dell’Universo, è vero!» continuò Färgton, «adesso chi glielo dice al Capitano Zetamix? Quello ci riduce tutti a mangime per polli!».

    I tre alieni, disperati e appiedati, si aggiravano increduli per le stradine della Selva, nel vano tentativo di trovare traccia del velivolo. All’improvviso sul loro telefono UCS (Universe Communications System), pronipote dell’UMTS, arrivò una chiamata: «Oòh, véide ca chèra spéice de dische volande u tenéime nòue! Ce u vuléite ’ndrite avéit’a mullé cinghe migliòume!» (Oh, vedi che quella specie di disco volante lo teniamo noi! Se lo volete indietro dovete mollare cinque milioni!).

    «Ma è un ricatto inaccettabile. Lei non sa chi sono io!» rispose fermamente Minermix.

    «Oòh, mü jì ca sté pisce fure d’u rennäle! Véide ca ce na päghe t’u tagghiéime i fascéime i pizze de recàmbie p’a Tuìnghe!». (Oh, mo’ è che stai pisciando fuori dall’orinale! Vedi che se non paghi te lo tagliamo e facciamo i pezzi di ricambio per la Twingo!).

    I tre alieni, interdetti e “incortinati”, non ebbero molta scelta. C’era ben poco da discutere. Invece di trovare il cavallo di Troia per occupare con astuzia le prime posizioni per la conquista della Terra, dovettero pagare il “cavallo di ritorno” e “abbozzare”. Avevano avuto una prima avvisaglia (che avrebbero fatto bene a non sottovalutare) del fatto che i fasanesi, pur essendo di etnia completamente diversa da quella dei troiani, avrebbero avuto sicuramente maggior diritto di loro a essere considerati figli di quella mitica città.

    Per evitare che simili esperienze si ripetessero e non farsi più tignare altri soldi, riavuta la navicella furono anche costretti a dotarla del sistema di antifurto Block Shaft.

     

    I FASANESI – Frastornati, i tre ufficiali alieni continuarono l’esplorazione e riuscirono a individuare parecchi depositi di tabacchi lavorati esteri, che per loro costituivano fonte di rifornimento, mappando così meglio il territorio da conquistare. Erano ignari però di quale fosse la specie di animale al quale stavano incautamente pestando la coda.

    La loro azione si andava sovrapponendo involontariamente a quella dei militari che tenevano Fasano in stato di assedio. I contrabbandieri però non facevano molta distinzione e, seguendo i loro spostamenti dalle torrette di osservazione sparse sul territorio, commentarono: «Mü ’nge ane rütte pròprie i palle, ’sti mbäme! Cè se crèdene, ca stéime dò pe fé benefecènze?» (Ora ci hanno rotto proprio le sfere questi infami! Che si credono, che stiamo qui per fare beneficenza?), preludendo con quella frase a qualcosa di terrificante.

    In effetti, ad onor del vero, la pressione a volte eccessiva delle forze dell’ordine stava creando non pochi disagi anche alla popolazione estranea alle attività illecite. Erano stati segnalati casi in cui i carabinieri avevano richiesto il permesso di soggiorno a coloro che portavano il cognome Albanese. Alcuni Cannone erano stati denunciati per porto abusivo d’arma da fuoco. I Cofano avrebbero fatto meglio a non fumare perché, riponendo distrattamente le sigarette in tasca, avrebbero potuto essere accusati di nascondere tabacchi lavorati esteri nel Cofano. Meglio non andava certo ai Quaranta, costretti spesso a sgomberare per assembramento sospetto e corteo non autorizzato, anche se erano da soli. Quelli di etnia Sasso invece erano stati severamente diffidati dall’avvicinarsi ai cavalcavia, perché nel malaugurato caso in cui a qualcuno di loro, in preda a una crisi depressiva, fosse balenata l’idea di suicidarsi lanciandosi nel vuoto, o fosse anche semplicemente scivolato giù, questi avrebbe commesso un reato gravissimo: il lancio del Sasso dal cavalcavia. Per via dello stress da controllo, poi, parecchi Orlando erano diventati furiosi.

    Nei giorni seguenti le rilevazioni aliene continuarono incessanti, intervallate comunque da momenti di distrazione. In uno di questi, gli esploratori trovarono anche il tempo di vedere il loro film preferito, Pulp fiction, in un cinema che si ergeva a ultimo baluardo del comunismo in occidente, e nel quale, dopo la proiezione di Profondo rosso, non si era mai più cambiato colore.

    Una delle difficoltà principali che dovevano affrontare nei loro spostamenti era quella del parcheggio. Anche se teoricamente avrebbero avuto tutto il diritto di lasciare il velivolo in zona disco, preferivano evitare, per non incasinarsi con le sempre diverse disponibilità di tempo delle soste consentite e per non beccarsi dunque tra capo e tentacoli una di quelle multazze che implacabilmente i vigili urbani sanno a chi rifilare, infischiandosene di ogni rimostranza. In un parcheggio abusivo ricevettero però proposte oscene da pedofili, che avevano più tentacoli di qualunque polpo. In un’altra occasione riuscirono invece a cuccare. Si recarono in un luogo che ritennero a loro congeniale: la discoteca Modonovo. Fu lì che, essendo stati scambiati a loro volta per contrabbandieri dei clan emergenti per via della loro inusuale fuoriserie superaccessoriata, ebbero degli “incontri ravvicinati del quarto tipo”. Si imbatterono infatti in alcune devote della Madonna di Lourdes, le lurde, o, se vogliamo, le maddalene moderne, a favore delle quali sicuramente non ci sarebbe stato più Cristo che si sarebbe sentito di intervenire, fermando le mani desiderose di scagliare la pietra, ma alle quali Egli stesso avrebbe detto con forza: scaglia!

    E non c’era da meravigliarsi se loro, da alieni, erano riusciti così facilmente nell’impresa. Quelle donne, in fondo, non erano nuove a esperienze di quel tipo. Fin da prima che arrivassero loro ne avevano già fritti di polpi…

    Nel loro lavoro di osservazione delle popolazioni locali, gli extraterrestri maturarono inoltre la convinzione che tra le colline boscose del circondario si aggirassero anche esseri primitivi, simili a yeti, dato che riuscirono a intravedere strani individui semipelosi che si lanciavano in mutande da un albero all’altro nel folto della vegetazione, probabilmente appesi a liane, inseguiti da predatori in divisa. Nel loro diario di bordo chiamarono dunque quegli esseri indigeni della Selva o selvaggi, e non mancarono anche irrispettosamente di definire pezzenti gli abitanti delle zone rurali di Pezze Monsignore. Sentendo poi parlare di curdinnesi, e assistendo ad alcuni sbarchi di profughi, giunsero alla conclusione che nei paraggi ci doveva anche essere una colonia curda.

    Alla Forcatella presero un bagno colossale mangiando i ricci e conclusero che il nome di quella località lo si doveva sicuramente ai prezzi-capestro di tali echinodermi venduti a peso d’oro, pagando il conto dei quali si aveva la sensazione di salire sulla forca. Con raccapriccio scoprirono che gli abitanti di Torre Canne avevano istinti cannibaleschi nei confronti della loro razza, dato che si cibavano principalmente di panini al polpo che, come San Lorenzo, venivano giustiziati sulla graticola. Non se la sentirono però di invocare alcun santo del luogo per la loro incolumità, perché, scottati dal precedente episodio del furto dell’astronave, intuirono che non c’era niente di più facile che anche i santi fasanesi elargissero protezione solo in cambio del “pizzo”.

    Erano dunque così cattivi i fasanesi? La conferma ai loro sospetti venne quando, spacciandosi per forestieri con uno di loro, appresero che ogni fasanese diventava sicuramente cattivo allorché le imprese di pompe funebri gli mettevano nel loculo il consorte, e non solo quello, date le esose tariffe dei funerali. E nello stesso posto lo presero anche loro quando al Sottotenente Färgton, chinatosi per disinserire il Block Shaft, gli “sparò” il colpo della strega. Il malcapitato fu portato fuori dalla navicella, proprio mentre sopraggiungeva un cristiano. In realtà essi non potevano sapere se si trattasse veramente di un cristiano. Poteva anche essere un musulmano, date le presenze curde di cui avevano saputo prima.

    Questi non rimase insensibile alla scena. Si avvicinò prontamente ai tre, che rimasero colpiti da tale slancio altruista. Ma, contro ogni previsione, fissando Färgton piegato in due per il dolore, l’individuo esclamò: «Cumbä, t’ha cacäte?» (Compare, te la sei fatta addosso?). Si trattava dell’inclonabile Ambrogio, detto anche “Sisino”: l’indiscusso testimonial del confetto Falqui, il nemico giurato della diarrea, l’anello mancante tra l’Inferno e il Paradiso dantesco di un noto pub locale. I malcapitati erano caduti anch’essi sotto la terribile falce dei suoi commenti a briglia sciolta, o meglio, in due parole, asciolta. Essendo viaggiatori intergalattici e sfrecciando tra le meteore, i tre esploratori potevano anche soffrire di meteorismo, ma l’accusa di Sisino era decisamente troppo infamante.

    Data l’emergenza, l’alieno fu ricoverato presso l’Ospedale Civile, dove gli fu diagnosticata un’ernia del disco. Finito precipitosamente sotto i ferri nel famigerato reparto ortopedico, fu poi, in seguito ad altri accertamenti, trasferito in chirurgia, dove gli vennero anche asportati dei polipi senza che nessuno dei suoi compagni potesse fiatare per non compromettere l’esito della missione, che ormai volgeva, nel bene e nel male, quasi al termine.

    Nella breve convalescenza del Sottotenente, prima di tornare all’astronave madre, i militari fecero un piccolo giro a Savelletri per far rimettere il malcapitato con aria di mare. Qui acquistarono qualche souvenir del posto: un modellino di blindato, uno della “gazzella” dei carabinieri ammaccata, uno scafetto con quattro fuoribordo. In quell’occasione vennero a sapere anche che un’antica azienda fasanese produttrice di trulletti di gesso, con oltre trent’anni di tradizione artigiana alle spalle, aveva dovuto chiudere per il momento i battenti, perché non riusciva più a vendere un pezzo. Aveva intenzione però di riaprire al più presto con nuovi, più attuali, calchi per il gesso, riconvertendo la produzione.

    Il rocambolesco soggiorno fasanese dei tre extraterrestri era dunque concluso.

    continua

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