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    Ieri

    Mi presento

    Da Osservatorio anno II - n. 1 – gennaio 1987
    RedazioneDa RedazioneFebbraio 1, 20134 minuti di lettura
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    Mi presento - Osservatorio Fasano
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    È d’uopo che mi presenti e mi qualifìchi (l'educazione innanzi tutto!).

    Mi chiamo Menante. Non dalla nascita, come comunemente avviene, ma dall'età della ragione. Non voglio stare qui a raccontarvi tutta la mia storia, ma qualche cenno autobiografico è pur necessario, dato che – per espressa e folle volontà del Direttore di Osservatorio – dobbiamo diventare amici.

    Tanto vale, perciò, darci del tu e metterei disinvoltamente in confìdenza. Anzi, d’ora in poi, miei cari lettori e mie amabili lettrici, mi rivolgerò a voi con l’affettuoso “sbiellati” miei (perché qualche biella che giri controconformismo bisognerà avercela per leggermi) e mie care “dilettone” (nel senso di grandi dilette e non di materasso a due piazze).

    Ebbene, torniamo alla mia ministoria. Comincio col dirvi che durante l’infanzia ho fatto la resistenza. Non dico per “pertineggiare” o farmi eroe; ma siccome all’epoca bisognava arrangiarsi fra  un bombardamento e l’altro, imparai subito a resistere alla fame, a resistere al freddo, a resistere alle tentazioni. Insomma ho dovuto fare della verace resistenza per sopravvivere. Erano i tempi! Peraltro avevo perso famiglia. Beh, a dire il vero, non l’avevo mai avuta.

    Soltanto vagamente sapevo di mia madre: mi avevano detto che era di Foggia, dove professava con generoso impegno un’attività filantropica assai apprezzata anche dagli stranieri di colore.

    Non ho mai fatto corsi regolari a scuola, ma ho trovato comunque il modo di istruirmi rubacchiando cultura sfusa dove capitava. Da qui deriva il detto che, quando scrivo, passo da dotte ed erudite citazioni classiche ad aberranti neologismi poliglotti, a raffìnate locuzioni, a riferimenti dottrinari; il tutto sparato in piena libertà, senza vincoli di “consecutio” e senza riverenza alcuna per gerundi vaganti e partecipi sgambettanti che vanno a incrociarsi con perfidi congiuntivi e condizionali traditori. La sintassi, per farla breve, me la invento e reinvento a mio piacimento per non farmi ingabbiare i pensieri. Perciò, sbiellati e dilettone de my corazon, non vi scandalizzate: del resto, meglio essere dei libertari della letteratura che non degli analfabeti con pretese letterarie. Chiara la differenza? Capito? Poi ve la spiegherò; magari, quando vi parlerò della fauna giornalistica locale.

    Vabbuò; vi stavo dicendo della mia formazione culturale. I primi rudimenti li ho appresi in istituti, non molto mogerati, ma ben frequentati e accreditati dallo Stato. Imparai soprattutto il valore del denaro che “deve essere depositato sul bancone prima di ogni altra operazione” così come sosteneva la Curdinnesa nel suo trattato di Economia Applicata); imparai il senso dell’assistenza sociale tramite il meccanismo previdenziale delle marche (comprese quelle piccole); imparai l’igiene e la profilattica (che è la scienza annessa, approfondita in particolare dai dermatologi).

    Al meglio del mio apprendimento, un intervento legislativo abolì quelle soccorrevoli case di cultura umana, maltollerate da una senatrice. Un’ondata di perbenismo quacquero si abbatté su un’Italia falsa e grigia; fu allora che cominciai a vagare per i paesi europei (dove ho contratto, a mò d’infezione, l’uso di inglesismi, francesismi, spagnolismi, siculismi, sardonismi, pizzarellismi, napoletanismi e altri ismi a richiesta).

    Nel ’68 gli accadimenti politici e le agitazioni del movimento sindacale e studentesco mi coinvolsero in modo totale per cui ripresi a studiare e a perfezionare il mio raccogliticcio scibile soltanto nell’anno successivo, da angolazione, però, completamente rivoluzionata com’era nello stile dell’annata.

    Per non trovarmi, poi, intruppato nell’esercito dei nullafacenti – bene o male – mi buttai nel lavoro di penna. Agli editori piacevo poco; in compenso riuscivo simpatico alle segretarie di redazione per via della mia aria scanzonata e del mio naso imponente, dato che “se tanto porta tanto – come afferma va saggiamente la Mazzamauro – il resto vien da sé”.

    E mi basta. Ho parlato troppo di me (e tutto in una volta); qualche altra cosetta tutt’al più ve la dirò – sparacchiata quà e là – in divagazioni future. Soltanto per colmare la insaziabile curiosità delle mie dilettane dirò perché mi chiamo Menante. Facile: perché meno. Eppoi è un bel nome; mi si addice. Me lo scelsi così – nomogenico, pimpante e sportivo – anche perché avevo bisogno di una denominazione tutta mia, dopo che per tanti anni mi avevano chiamato col solo matronimico. Ed era seccante, credetemi.

    Alla proscèn fuà (col tempo vi abituerete ai miei contorsionismi linguistici) vi parlerò di quello che più vi interessa, ovvero di Fasano e dei suoi personaggi.

    Nel frattempo,

    godimento a tutta birra!

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