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    Ieri

    Il gruppazzo

    Da Osservatorio anno II n. 3 – marzo 1987
    RedazioneDa RedazioneFebbraio 6, 20137 minuti di lettura
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    Il gruppazzo - Osservatorio Fasano
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    I puristi intransigenti della. lingua sostengono che tutti i  sostantivi terminanti in “azzo” contengono in sé un giudizio negativo, dispregiativo. Nulla di più falso: pensate a palazzo, a razzo, a lazzo, a mazzo, a quell’affare. Secondo voi un costruttore ci vede qualcosa di negativo in un palazzo? Macché, quello è pane per lui! Alla stessa maniera, ci trova il massimo della positività il fochista nel razzo; il comico nel lazzo; il buongustaio nel mazzo; la buongustaia nell’attrezzo.

    Ho voluto fare questa premessa per far capire ai non iniziati che non v’è nulla di offensivo se vado a definire “gruppazzo” l’insime dei consiglieri che compongono una parte politica ben individuata in un organo istituzionale.

    Così come avevo promesso, questa volta mi intratterrò su quello dello scudocrociato. I membri – absit iniuria verbo – sono ufficialmente diciannove, ma, per effetto della “fluttuanza” (fenomeno fisico-matematicopolitico-ciaciacchico-intrallazzico), la formazione può aumentare o diminuire di numero. Esso, il gruppazzo della maggioranza relativo-assoluta, è una sorta di massa magmatica che si addensa, si scondensa, si aggruma, si avviluppa, si sdilingue, si scioglie, si squaglia, si scompone in mille rivo letti per poi ricoagularsi e rapprendersi in roccia effittiva solida e compatta, e poi ancora frantumarsi, liquefarsi, aggrovigliarsi, intricarsi, e rinsaldarsi. Insomma un perenne gioco dinamico esasperato, spesso informe e senza senso, dove le posizioni – peggio che nel kamasutra – si formano, si scollano, si frappongono, si interpongono, si sovrappongono, si oppongono.

    E sono falli amari per il povero capogruppo che deve tenere a bada questo vulcano in permanente eruzione contemperando, perequando ed equilibrando gli interessi del partito con quelli degli amministratori, con quelli della parrocchia, con quelli del cognato (il televisivo tenente Colombo ci ha ormai abituato alla presenza astratta dei cognati). Il capogruppo deve essere uno con tanto di tonsille (sopra e sotto) e deve saper portare la battuta giocando di anticipo sui venti cangianti e sulle ancor più pericolose correnti.

    Di solito il capogruppo viene designato direttamente dal partito, ma qualche volta è lo stesso capo della amministrazione a indicarlo. Accadde alcuni anni or sono, allorquando il sindaco dell’epoca fece dare incarico a un consigliere che era negato per l’oratoria (il poverino cacagliava): il sindaco, quindi, da quel buon samaritano che era, al fine di togliere dall’imbarazzo il brav’uomo, gli si sostituiva nel ruolo, e così la faceva da padrone e sotto!

    Ora il capobanda è un giovane fine dicitore, autentico maratoneta dell’eloquio, capace di tener parola per ore e ore se le circostanze lo richiedono. Si mette, lui, con quella voce monotonale in chiave di basso e la smette soltanto quando l’avversario abbandona l’aula per il sopravvenuto scoppiamento dei timpani (o di altro). Il suo concerto, tuttavia, non è monotono benché tenuto sulla stessa corda (del resto l’Aria sulla IV corda di Bach è uno dei pezzi più prediletti dai musicofili); il Santino sa toccare le note giuste, vero è che alla fine lo spartito riesce gradevole.

    Per di più, come fatto ereditario, si ritrova un certo carismaccio per cui da molti è ritenuto il delfino, l’astro nascente dello scudocrociato. “Speriamo che non si guasti – dicono gli osservatori acuti (quelli che osservano sospettosi anche le future parentele)- e che quel suo contegno sussiegoso non sfoci in arroganza o in albagia”. Ma no. È un cattolico. Non succederà. E se succede? I chierichetti reciteranno il de profundis per una carriera politica mancata, e amen (tanto per rimanere in clima di sacrestia).

    Per comprendere, intanto, la strategia delle aggregazioni, bisogna sapere che in seno al gruppazzo fanno blocco a sé i quattro medici: il supersuffragato da Pezze, il primo degli eletti a Fasano (il Franco di gran creanza), l’Ottavio, figlio d’arte e il capo raddrizzaossa dell’Ospedale. Sono quattro che fanno finta di niente e di stare lì a giocare in difesa; in realtà attendono il momento opportuno per sorprendere tutti in contropiede. Ed essendo punte genuine, non è escluso che qualcuno del quartetto si involi alla ricerca del successo personale: le ambizioni non mancano.

    Altri quattro che fanno pure parte a sola sono quelli dell’esecutivo, i quali hanno rapporti pressocchè platonici col gruppazzo (che interviene, comunque, a far quadrato nei momenti di vacillamento). Si sa com’è: loro devono amministrare, sbolognare rogne in materia di personale, di lavori pubblici, di trasporti (ohi , ohi la pancia!), di bilanci; devono contemperare, mediare, rimediare, tappare, rattoppare; loro hanno da tutelare gli interessi supremi e generali, da rispettare linee e programmi, da coltivare i propri orticelli; perciò quando la “ragion di stato” non coincide con la teorica “volontà politica” scattano i meccanismi dei motivi tecnico-pratico-operativi e conseguentemente ciascuno si guarda il proprio.

    Isolato, invece, risulta il Paul Belmontalbanò che è stato messo in quarantena: pare che abbia fatto il monello durante l’ultima campagna elettorale e, pertanto, dovrà espiare le sue colpe in raccolto contrito pentimento fino a quando il collegio censorio di Sua Maestà Peppino I non lo riammetterà alla corte.

    Per ragioni di diversa natura, si trova senza compagnia la Bellonia: poverina. è l’unica rappresentante dell’8 marzo fra cotanti membri!

    Alla linea verde “under thirty” appartengono Ronzino il cislino, Totò il nipotino (di zio Filippo), Pasqualino lo sposino e Giò lo juventino. Questi ultimi due sono alla loro seconda esperien za consiliare senza danno né per sé, né per gli altri: un fenomeno pressocchè preoccupante che interesserà di certo i patologi della politicologia.

    Sono in vece di prima nomina Aldino, Giacomino e Colino, rispettivamente della congrega di San Pinuccio de’ Carolingi, di Cristo e di San Drino. A proposito di Colino (sanfedista più sanfedista del Cardinale Ruffo e fedelissimo più fedelissimo di un fedelissimo della curva sud) si dice che una volta entrò in una libreria e posò lo sguardo su un libro di Hemingway, la commessa – interpretando quella occhiata per interesse specifico – con un ampio invitante sorriso gli si rivolse nominando il titolo: “Per chi suona la campana”? «Pé ’mbà Sandrine» fu la pronta risposta di Colino in puro montalbanese.

    Tutti e tre hanno in comune (oltre alla desinenza in “ino”) lo spirito di corpo e l’attaccamento ai propri gonfaloni. Sapeste, per esempio. con quanto fervido zelo il bancario difese ad oltranza – fra il popolo calunniante la sacra immagine del suo santo protettore! Infine, Giacomino, dall’alto della sua carica di priore dei confratelli dalla mozzetta rossa, ha saputo raccogliere voti per sé e congrui oboli per la festa patronale.

    Figura apparentemente irrilevante ma di sostanziale peso è quella di Filippo il bello. Premesso che “Felipe el Hermoso y Juana la Loca no pertenece por uno cano de nada” (Filippo il Bello e sua moglie Giovanna la Pazza non c’entrano per un tubo di niente) – così come si legge in una postilla araldica sulla storia dei “piccoli patroni” degli appezzamenti del Greco – e, dato per certo che Filippo si è appropriato indebitamente di un aggettivo che spellava alla sorella per diritto naturale, ora si sostiene in molti ambienti che quel tranquillone e pacioso professore sia predestinato a diventare “number one”. Non si è capito bene dove, se al Comune, all’Ospedale, all’Azienda del turismo, a qualche Istituto assistenziale, o al gioco della tombola. Non si sa; pero è un papabile: così dicono.

    Ebbene, i lordapene, i frangiscroto, i permalosi, i poveri di spirito e gli imbecilli in genere, che vadano a prendersela nel retrobottega: alle mie dilettone amabilissime e ai miei stimabili sb iellati nonché a tutti i nuovi lettori intelligenti che sappiano ben leggermi anche fra le righe, il più afftttuoso e spudorato

    godimento a tutta birra!

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