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    Ieri

    In ricordo di don Cosimo De Carolis: le testimonianze di Zino Mastro e Giuseppe Sannolla

    L'11 maggio 1987 moriva improvvisamente don Cosimo De Carolis: nel 25° anniversario riproponiamo articoli e lettere scritte in quell'occasione e pubblicate su Osservatorio
    RedazioneDa RedazioneMaggio 11, 20129 minuti di lettura
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    In ricordo di don Cosimo De Carolis: le testimonianze di Zino Mastro e Giuseppe Sannolla - Osservatorio Fasano
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    FASANO – Venticinque anni fa moriva improvvisamente don Cosimo De Carolis, uno dei sacerdoti più amati dalla comunità fasanese. In questo particolare anniversario Osservatoriooggi.it, in questa sezione dedicata al passato e all’edizione cartacea, vuole ricordarlo proprio con le testimonianze (articoli, lettere e documenti) prodotte in quell’11 maggio 1987, giorno della morte di don Cosimo. A futura memoria e in segno di riconoscimento per un mai dimenticato uomo di chiesa.

    Alfonso Spagnulo

     

    Fede, coraggio, buon esempio (di Zino Mastro)

    Una folla traboccante di fedeli e non, ha reso l’estremo saluto al corpo ormai senza vita di don Cosimo De Carolis, parroco della chiesa della Madonna della Salette. Una simile testimonianza di affetto, nei confronti di una persona scomparsa, a Fasano non la si ricordava da tempo. Già dal momento delle prime notizie sulla gravità delle condizioni di don Cosimo, improvvisamente accasciatosi al suolo all'interno della "sua" parrocchia, centinaia di fedeli quasi spontaneamente si erano ritrovati, per pregare, per chiedere al buon Dio il miracolo. Si palpava con mano, ogni cosa, ogni preghiera era dettata dal cuore, dall'amore quasi viscerale nei confronti dell'uomo. La città di Fasano si è svegliata dal torpore alla morte di don Cosimo. Ci siamo posti allora la domanda: ma chi era veramente questo prete? La risposta l'abbiamo avuta dalle testimonianze della gente: era un uomo che per anni ha operato in silenzio. Ha avuto il potere, nel momento della morte, di far pensare e riflettere un po' tutti i fasanesi su aspetti della vita della città che aveva volutamente affidato alla bontà, all'umiltà, al buon senso. Questo prete per anni senza clamore aveva tentato di mettere insieme giovani, anziani, persone sole ed emarginate, dando loro una motivazione che difficilmente la cosiddetta "civile Fasano" era riuscita a dare. Don Cosimo aveva capito che non è con le parole che si cambia una realtà. Alla base di ogni cambiamento sono indispensabili elementi di fede, elementi di coraggio ed una grande dose di buon esempio. Per questo, per meglio ricordare i molteplici aspetti della sua opera, abbiamo accolto di buon grado tutte le testimonianze di affetto, sincere, che hanno presto invaso la nostra redazione.

     

     

    L'amico don Cosimo (di Giuseppe Sannolla)

    Celebro la messa vespertina, in questa prima domenica dopo la morte di don Cosimo, nella chiesa della Salette, la sua chiesa. Le tante persone qui convenute, partecipano all'eucarestia in profondo raccoglimento, unite nel silenzio e nell'attenzione. In molti leggo le tracce lasciate dal dolore per avere perduto l'amico sacerdote e parroco, ma anche l'attesa che si manifesti ancora qualcosa di lui: è come un desiderio segreto di trattenere la sua presenza spirituale ora che non è più possibile confidare nella sua presenza fisica. Alla fine della messa, una coppia, marito e moglie, si intrattengono un po' con me. Mi dicono: «Siamo venuti perché qui don Cosimo lo avvertiamo ancora vivo; non ci eravamo resi conto di quanto le sue parole ci: facessero bene, di come ci aiutassero a camminare nella nostra esperienza di fede». Ritorno con la memoria ai giorni del mio arrivo a Roma per studiare teologia all'università Gregoriana. Qui incontrai per la prima volta don Cosimo che stava terminando i suoi studi, mentre io li iniziavo. Come studenti, infatti, eravamo iscritti alla stessa università Pontificia, mentre abitavamo in due diversi collegi: io al S. Paolo sulla via Aurelia, e don Cosimo al collegio francese in via di S. Chiara. Un giorno, nell'intervallo tra una lezione e l'altra, nella folla variopinta degli studenti nell'atrio, don Cosimo mi fu presentato da amici che conoscevano me e lui; con il suo sorriso accogliente – tratto inconfondibile della sua personalità – mi pose con calma alcune domande di circostanza, fissandomi negli occhi e mostrando molta attenzione alle mie risposte. Questo il primo incontro. Ci furono poi altre occasioni in cui il dialogo rimase sempre in superficie, tranne la volta in cui don Cosimo mi confidò che stava preparando la sua tesi di licenza sulla Costituzione dogmatica "Lumen gentium", ovvero la Chiesa, nella visione del Concilio Vaticano II, con un professore gesuita spagnolo di nome Angelus Anton. Solo dinanzi al corpo senza vita di don Cosimo ho compreso quanto quella scelta fatta da lui ancora studente, portasse in sé una carica di significato da illuminare tutta la sua esistenza umana e sacerdotale. Ritorno ancora con la memoria agli anni degli studi teologici. Erano gli anni in cui il Concilio aveva appena terminato le sue sessioni ed i vescovi, venuti a Roma da tutto il mondo, facevano ritorno alle loro sedi portando vi lo spirito del concilio. È impossibile comunicare in maniera fedele la passione che gli argomenti di teologia suscitavano in quel tempo nelle anime degli studenti: si viveva con la precisa sensazione di essere dentro un momento magico di fondazione, di creazione di qualcosa di estremamente importante e nuovo, non solo per se stessi e la Chiesa, ma per tutti gli uomini e per il mondo intero. Nulla di ciò che si era conosciuto e sperimentato come esperienza di fede cristiana sembrava essere in grado di fondare e sostenere la nuova esperienza di cristianesimo che si intravvedeva nell'orizzonte spalancato del Concilio, su di una nuova terra in cui avventurarsi con nuovi progetti, nuove idee, nuovi modi di essere e di agire. La vita concreta degli uomini, fatta di lavoro e di rapporti umani, di esperienza e di ansia di miglioramento, di lotta contro l'ingiustizia e l'oppressione, e ancora, le scienze che aiutavano l'uomo a capire meglio se stesso e la società: psicologia, sociologia, biologia e antropologia… tutto entrava nei discorsi e nelle lezioni, nello studio e nelle dispense e prendeva il nome di teologia della rivoluzione, del progresso, del rinnovamento, della speranza, della morte di Dio, della città secolare ecc. L'università Gregoriana si presentava dunque come un cantiere in cui il lavoro intellettuale veniva portato avanti in maniera febbrile, incandescente. La scelta di don Cosimo, di completare il suo curriculum teologico con una tesi dedicata alla chiesa della "Lumen gentium" mi fece allora l'impressione di una scelta tranquilla, un po' tradizionalista, fatta per stare al sicuro e lontano dai rischi. Come invece la tua morte, don Cosimo, ha illuminato quella tua scelta di allora! Con quanta coerenza ha tradotto in vita il tuo programma di studio, nella maniera più semplice e lineare, nella quotidianità dei rapporti e dell'impegno! Diventato sacerdote fui assegnato ad una parrocchia di Monopoli, la stessa in cui don Cosimo mi aveva preceduto come viceparroco; da questa egli era passato all'Ufficio catechistico con l'incarico di Direttore e poi a Fasano con la nomina a Parroco di una nuova chiesa da costruire. Nell'attesa di realizzare questa impresa, don Cosimo svolgeva il suo ministero presso la chiesa di S. Francesco di Paola. In questa Chiesa, sono stato collaboratore di don Cosimo per alcuni mesi dell'anno 1975. In quello stesso periodo anche don Pietro Sibilio e Franco Bungaro si affacciarono a S. Francesco di Paola, ed insieme riuscimmo a realizzare in campo catechistico alcune esperienze che a tutt'oggi non hanno esaurito la loro validità. Pur mostrando alcune preoccupazioni e riserve, don Cosimo ci lasciò fare, permettendoci di esercitare la nostra responsabilità in maniera creativa; questo comportamento faceva parte della sua personalità, e tanti potrebbero confermarlo: il rispetto e la fiducia non venivano tolti alla persona, anche quando esprimeva critica e dissenso. Nell'autunno del 1977 il Vescovo, mons. Antonio D'Erchia, mi affidò l'incarico di Cappellano dell'Ospedale di Fasano. Don Cosimo mi chiese subito di collaborare in parrocchia, con l'impegno di creare un gruppo Caritas e di sviluppare il settore caritativo. Dal 1977 al 1987, per dieci anni ho seguito don Cosimo nel suo progetto di realizzare una comunità con le tante persone che avevano trovato in lui un punto sicuro di riferimento e di costruire una chiesa nuova nella periferia del paese. Don Cosimo, fedele alla scelta di chiesa fatta da studente, ha realizzato da sacerdote e pastore la Chiesa-comunità e la chiesa-edificio. Con limpida coerenza e linearità ha raccolto e fatto crescere con amore tante persone realizzando cosi la chiesa-comunità; con un impegno altrettanto limpido e lineare è riuscito a costruire la chiesa-edificio, da lui voluta accogliente e funzionale perché in essa la comunità potesse continuare la sua crescita in maniera ordinata ed armoniosa. Il corpo senza più vita di don Cosimo mi ha detto la verità che non avevo compreso, pur avendo ogni giorno la possibilità di vederlo e di parlargli. Dicendo si al Vescovo che lo impegnava nella costruzione di una chiesa nuova, don Cosimo era diventato un dono per tutto il paese perché con lui abbiamo toccato, sperimentato cosa è la chiesa nuova voluto dal Concilio: una comunità di cristiani che si accolgono, che sanno insieme progettare e camminare, che guardano con serenità al futuro, che nell'eucarestia sanno mettere il loro cuore in Dio e vivere la festa. Di fronte alla sua morte ho lasciato cadere i pregiudizi ed i preconcetti che lo collocavano ai miei occhi nella posizione del prete buono, bravo, ma poco incline a scelte di campo, a collocarsi su nuove frontiere pastorali. La sua calma, la sua sicurezza, il non lasciarsi distogliere dall'impegno di costruire la chiesa, nella sua morte venivano in piena luce e manifestavano un significato più profondo, alla base del suo ministero e del suo progetto. La scelta personale di don Cosimo, di mettere la sua vita a servizio della chiesa, scelta che nel mandato del Vescovo è diventata impegno a costruire una comunità ed una chiesa in luogo concreto e storico, ha compiuto – con la sua morte – un altro salto di qualità che si perde in Dio e nella sua volontà. Man mano che la costruzione materiale della chiesa avanzava, don Cosimo ha approfondito ed esteso l'impegno a costruire la nuova comunità che si sarebbe incontrata e formata nel nuovo edificio. Più si spingeva nella donazione di sé, più si immergeva nella volontà di Dio e più il suo ministero diventava limpido, trasparente. Dio ha fatto a don Cosimo il dono grandissimo di raggiungere nella morte il massimo della chiarezza di significato, della sua vita e del suo impegno sacerdotale. Cosa altro potrebbe significare la sua morte avvenuta nel mese di maggio, il mese della Madonna alla quale la nuova chiesa è dedicata e nel giorno di lunedì 11 maggio, il primo giorno dell'ottavario di preparazione alla festa della Madonna della Salette?

     

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