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    Attualità

    Rischio trivellazioni in Adriatico: documento del movimento ‘in Comune’

    Il movimento civico guidato da Vito Bianchi, insieme ad altre ventuno sigle, chiede alla Regione di ricorrere alla Corte Costituzionale
    RedazioneDa RedazioneGennaio 1, 20153 minuti di lettura
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    Rischio trivellazioni in Adriatico: documento del movimento 'in Comune' - Osservatorio Fasano
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    FASANO – “Anno nuovo, problemi antichi, che sanno di vecchio e retrivo per il presente e il futuro di un Paese già di per se stesso allo sbando, e privo di una classe dirigente capace di elaborare una visione politica coerente e intelligente”: è questo il commento di Vito Bianchi, rappresentante del movimento “in Comune” di Fasano, di fronte al cosiddetto “sblocca-trivelle” varato a livello nazionale. Così, insieme ad altre ventuno sigle, il sodalizio fasanese lancia un appello, alza la soglia di allerta e non smette di dare battaglia. Il coro di protesta e sdegno è unanime, così come l’intenzione di una mobilitazione a vasto raggio.

     

    Continua infatti, incessante e senza sosta, l’attività del Governo per aprire la strada alle trivellazioni petrolifere. Aveva già destato allarme la conversione in legge dello Stato (L.11 novembre 2014, n.164) del decreto “Sblocca Italia”, in grado di scatenare la reazione dei territori contro la mancanza di coinvolgimento in ogni scelta di tipo energetico rappresentata dal disposto degli artt. 36, 37 e 38. La Legge di Stabilità, approvata il 22 dicembre scorso, ha ulteriormente peggiorato la situazione, modificando ulteriormente l’art. 38 e rendendo chiare (se ancora ve ne fosse bisogno) le intenzioni del governo sul tema. Così, diventano “strategiche” (e quindi seguono procedure autorizzative facilitate ed accelerate) “tutte le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento di idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori esistenti, comprese quelle localizzate al di fuori del perimetro delle concessioni di coltivazioni”. E come se non bastasse, l’art.38 viene modificato proprio nella sua parte più discussa (la legittimità costituzionale del superamento dell’intesa vincolante con le Regioni), creando per di più una doppia regolamentazione: per quanto riguarda le trivellazioni off-shore tutto rimane come stabilito nello “Sblocca Italia”; per le trivellazioni su terraferma, la definizione delle zone all’interno delle quali vengono individuate le aree “strategiche” avviene a opera dei Ministeri competenti, previa intesa non più con le Regioni direttamente interessate dai singoli interventi, ma con la loro Conferenza Unificata creando, in tal modo, una complicata situazione che, di fatto, continua a togliere poteri decisionali alle Regioni stesse. Nella sostanza, il quadro resta molto grave e tale situazione, oltre a rappresentare un deliberato attacco alle autonomie regionali, continua a presentare evidenti problemi di legittimità costituzionale. Legittimità costituzionale che va salvaguardata, e non barattata in cambio di piccoli miglioramenti che salvaguardino alcune situazioni specifiche.

     

    Sempre più è importante la presentazione, senza ulteriori indugi, del ricorso alla Corte Costituzionale avverso agli artt. 36, 37 e 38 citati, che la Puglia (e altre regioni) hanno chiesto alle rispettive Giunte in questi mesi. Il termine ultimo per la presentazione del ricorso è il 10 gennaio 2015. Sempre più è importante proseguire la battaglia civile e culturale contro le trivellazioni petrolifere avviata in Puglia cinque anni fa e proseguita, grazie al faticoso lavoro di comitati movimenti e associazioni, senza mai abbassare la guardia (non ultima la Carta di Termoli del 4 Dicembre 2014). Sempre più l'impegno a favore di modelli di sviluppo moderni e sostenibili passa oggi per la ferma reazione, unanime e congiunta, contro lo “Sblocca Italia” e il suo insano attacco alle autonomie locali.

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