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    Cronaca

    30 anni di reclusione inflitti dal Tribunale a Roma al 56enne Francesco Carrieri

    Un anno fa a Roma aveva ucciso, nel suo letto mentre dormiva, la compagna Michela Di Pompeo con un attrezzo da palestra.
    RedazioneDa RedazioneOttobre 8, 20184 minuti di lettura
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    30 anni di reclusione inflitti dal Tribunale a Roma al 56enne Francesco Carrieri - Osservatorio Fasano
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    Fasano – Il 56enne fasanese Francesco Carrieri, ex dirigente della Banca Popolare di Novara, che il primo maggio dello scorso anno, aveva ucciso la moglie, al secondo piano di Vicolo del Babbuino 7, a pochi metri da Piazza di Spagna, è stato condannato a 30 anni di carcere, il massimo considerato che il processo si è celebrato con il rito abbreviato.

    Questa la ricostruzione emersa dal processo. Il marito aveva sorpreso la moglie nel sonno: dall’autopsia è risultato che la donna, presa alla sprovvista nel letto, tentò di difendersi, ma non ci riuscì. Il marito, dopo averla soffocata, l’aveva uccisa con un manubrio da palestra. Subito dopo si era cambiato gli abiti ed era andato a costituirsi ai Carabinieri, in una caserma di Roma.

    “Un delitto efferato e per futili motivi” ha sostenuto il giudice che lo ha condannato a 30 anni di carcere, accogliendo in pieno la richiesta della Procura. I legali di Francesco Carrieri avevano puntato sulla seminfermità mentale: i magistrati invece si sono convinti che l’uomo quella notte fosse pienamente capace di intendere e di volere.

    Fuori dal tribunale ieri (8 ottobre) c’erano familiari e amiche della vittima, con in mano fiori di eucalipto. La 47enne insegnate Michela Di Pompeo aveva confidato loro tutto l’entusiasmo per l’uomo che stava per sposare e invece divenne il suo carnefice.

    «Sentenza esemplare – ha commentato ai microfoni del TG1 il fratello della vittima, che ieri si è trovato in aula, faccia a faccia con l’assassino della sorella –. Oggi ho visto una persona completamente diversa da quella che avevamo conosciuto. Aveva gli occhi spenti. Non era comunque mio interesse incrociare il suo sguardo. Aspettavamo solo che ci fosse una sentenza. E ci aspettavamo questo tipo di sentenza».

    Era stato un messaggio letto sul telefono della sua convivente, professoressa di italiano alla Deutsche Schule Rom, a far scattare il raptus omicida dell’uomo, laureato in Economia e Commercio all’Università di Bari e dirigente della Banca Popolare di Novara. Un ruolo che ricopriva da ormai 17 anni. Carrieri, con un matrimonio alle spalle a Fasano, dal quale aveva avuto due figli, si era rifatto una vita a Roma con Michela, anch’essa madre di due figli. Pur lavorando lontano da Fasano, non aveva mai dimenticato la sua città natale: grazie ad un suo interessamento la Fondazione del Banco Popolare di Novara, donò ai medici del Distretto Socio-Sanitario di Fasano un sistema per test da sforzo. Lì, come in altre occasioni, aveva dimostrato una notevole sensibilità verso le esigenze di prevenzione e di tutela della salute nel settore dello sport, rendendo così un grande servizio al suo territorio di origine.

    A far perdere il lume della ragione a Carrieri sarebbe stata la gelosia: «Ho letto un messaggio di un suo ex sul cellulare e ho perso la testa – confessò al pm Pantaleo Polifemo –. Negli ultimi due mesi, ho sofferto di depressione. Ho anche provato alcune volte a togliermi la vita. Ero cambiato, non ero più come una volta, anche se prendevo alcuni farmaci per aiutarmi a guarire. Forse anche per questo Michela aveva deciso di lasciarmi».

    A provocare la tragedia, dunque, sarebbe stato un banale messaggio nel quale comunque non c’era nulla che potesse far pensare a un ritorno di fiamma tra l’insegnante originaria di Desenzano sul Garda e il suo ex, con cui aveva avuto una storia lunga dieci anni. Ma quel messaggio fece esplodere nella testa del dirigente del Banco Popolare di Novara il germe della gelosia.

    «Di notte, mentre lei dormiva, ho deciso di spiare il suo telefonino e ho trovato il messaggio del suo ex – dichiarò nella sua confessione –. Ho perso la testa. L’ho svegliata e le ho chiesto conto. Lei ha prima detto che quel messaggio non era nulla d’importante, poi si è arrabbiata per quella violazione della sua privacy».

    La lettura del messaggio sul suo telefonino fece notevolmente infastidire l’insegnante che urlò al suo compagno di volerlo lasciare, stanca delle continue scenate di gelosia a cui deveva far fronte. E furono queste parole che provocarono il raptus di Carrieri, secondo quanto accertato dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal sostituto Pantaleo Polifemo nella confessione resa dello stesso.

    Galleria di immagini:

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