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    Cultura & Spettacolo

    La poetessa Natalizia Pinto ha portato la sua lingua madre durante la Giornata Internazionale della Lingua Madre

    L’evento si è svolto nella Sala Consiliare del Comune di Bari lo scorso 22 febbraio
    RedazioneDa RedazioneMarzo 13, 2025Aggiornato il:Agosto 5, 20255 minuti di lettura
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    La poetessa Natalizia Pinto ha portato la sua lingua madre durante la Giornata Internazionale della Lingua Madre - Osservatorio Fasano
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    Fasano – Ogni anno, in data 21 febbraio, si celebra la Giornata Internazionale della Lingua Madre, proclamata nel 1999 dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, per ricordare un tragico evento accaduto il 21 febbraio 1952, quando la polizia pakistana uccise alcuni studenti dell’Università di Dacca mentre protestavano per il riconoscimento del bengalese come lingua ufficiale dell’allora Pakistan Orientale (oggi Bangladesh). 

    La Giornata Internazionale della Lingua Madre ha l’intento di salvaguardare la lingua madre, la diversità linguistica e il multilinguismo, sostenere la conservazione delle lingue minoritarie e a rischio di estinzione, e preservare i dialetti locali, anch’essi parte rilevante del patrimonio culturale di un popolo.

    In occasione della celebrazione della Giornata Internazionale della Lingua Madre il 22 febbraio 2025, la Sala Consiliare del Comune di Bari ha ospitato “Bari tutta un’altra storia. Lingua Madre che fare? 4.0″, un prestigioso evento/spettacolo organizzato da Said (Associazione Internazionale Docenti), F&B Form & Business, Club Unesco di Bari, Croce Rossa Italiana Comitato di Bari con Mondo Antico e Tempi Moderni Onlus.

    Oltre al Sindaco di Bari ed altre insigni autorità, hanno partecipato all’evento artisti, musicisti, cantanti, attori, scrittori e poeti.

    Gli interventi, efficacemente coordinati da Virna Iacobellis, presidente della Said, sono stati significativi ed hanno aperto riflessioni fertili per prospettive future.

    In più casi, è stato ribadito il valore inestimabile della lingua madre, sia essa nazionale che dialettale, strumento comunicativo e trasmissivo di conoscenze tra generazioni, utile a comprendere storia, tradizioni, usi, costumi di un popolo. 

    La lingua materna non si impara ma “la si assorbe col latte materno”, fa parte integrante della memoria individuale e collettiva e interagisce nella vita sociale e di relazione.

    Durante l’evento, è stato più volte sottolineato quanto, nel contesto della globalizzazione, la diversità linguistica sia sempre più in pericolo. La scomparsa di una lingua non comporterebbe solo la perdita di parole, ma anche di un intero patrimonio culturale, la distruzione dell’identità di un popolo e del suo senso di appartenenza ed identità.

    In particolare, il dialetto rappresenta la storia, le radici, il DNA di un popolo, “è porta per il futuro in cui tutti possono ritrovarsi.” (Giuliano Ciliberti)

    Il dialetto è sia elemento di coesione all’interno della comunità che lo parla e in cui si riconosce e si unisce che elemento di apertura verso l’esterno.

    In una visione scevra da ogni forma di campanilismo, è stato valorizzato, con orgoglio, il ruolo di Bari come “ponte di unione tra le popolazioni”, “ponte con l’Oriente, essendo Bari una città orientale posta in Occidente.” (Nicola Cutino)

    Bari è città da sempre accogliente ed è questo suo spirito ospitale e solidale che ne fa la sua ricchezza.

    Attraverso la lingua che è, essa stessa, mezzo di inclusione, sarà possibile promuovere solidi legami sociali, nel rispetto delle diversità.

    La lingua madre di per sé è un organismo vivo, dinamico, in continua evoluzione; lo dimostrano gli stessi dialetti che non sono frutto di decadenza ma di sviluppo; pur radicati nel passato, sono vivaci, pronti ad accogliere influssi linguistici antichi e nuovi.

    A dimostrare la vitalità e la vivacità espressiva intrinseche nella lingua madre, all’evento/spettacolo barese, sono intervenuti artefici delle arti visive, della musica, della letteratura, della poesia. 

    Fra questi, Natalizia Pinto ha dato il suo contributo, tramite l’interpretazione di due testi, in prosa e in poesia, incentrati sulla figura materna. Tra le sue creazioni, per questa occasione, ha scelto queste due composizioni, poiché vi ha visto uno stretto legame tra il linguaggio e la genitrice che, con naturalezza, glielo ha trasmesso. La Pinto ha seguito il filo sentimentale dei ricordi giacché per lei il dialetto è sempre presente nella memoria e nell’animo di chi lo parla, essendo la "lingua del cuore", delle emozioni, degli affetti, della memoria, delle tradizioni e credenze familiari.

    Appunto il primo brano, intitolato “Le categorie delle donne”, si presenta come uno spaccato della cultura popolare della madre che dichiarava le sue verità sulle donne, suddividendole in tipologie: mussistᵊ (elargiva troppi sorrisi, gesticolava e parlava troppo), amabᵊlᵊ figlia di signori, era delicata e gentile, vestiva bene), femmᵊnᵊ dᵊ  nuᵭᵭᵊ (era fragile), diaulᵊ (aveva un fisico forte, sapeva guidare i cavalli, la macchina; era schietta, sincera ed  aveva spirito d’iniziativa e sapeva affrontare gli uomini nella discussione), subdolala (era dolce nel parlare), accustᵊmatᵊ (educata, seria; palava per obbedire e vestiva in maniera sobria). Con queste definizioni la genitrice trasmetteva a figli e figlie un giudizio e un modello morale estremamente rigoroso.

    La Pinto, pur avendo vissuto sulla sua pelle questa realtà e pur avendone sofferto, ha dato leggerezza ai pensieri materni, con la sua lettura sottilmente ironica, capace di rendere meno pesante un’amara, pungente verità su pregiudizi e stereotipi. 

    Voce e gesti hanno mostrato comunque riguardo e rispetto nei confronti della madre e del suo modo di essere e di pensare.

    La gestualità, essenziale, misurata ha sottolineato con pertinenza le definizioni delle donne e le espressioni in dialetto locorotondese. 

    Lo stato emotivo dell’autrice è trasparito in modo più manifesto nella doppia lettura vibrante della poesia “Per farci festa mamma”, prima in italiano e poi in dialetto. 

    Si tratta di un componimento intimistico, nostalgico, dal linguaggio colloquiale, con un crescente parallelismo tra modi diversi di far festa alla propria madre in età differenti, che la figlia adulta vive nel presente e nel passato. I versi finali sono rivelatori: Ma la cosa che ho desiderato di più / poi, ho capito cos’è: / vorrei che tu mi prendessi per mano /per portarmi, al mare, tu mamma ed io bambina.

    Riportando il testo in dialetto, la poetessa ha dato nuova linfa vitale alla sua poesia, da conferito nuova forma, musicalità e ritmo alle parole, mettendo a frutto le risorse del dialetto, che è di per sé lingua poetica, fresca, immediata, dalla energica forza espressiva.

    L’autrice ha ricevuto unanimi apprezzamenti per la qualità dei suoi testi e per la sua lettura intensa e partecipata, con cui ha dimostrato il profondo amore che nutre per la lingua materna che da sempre la lega alla madre e alla sua terra.

    P. Bessi

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