Fasano – Sabato, 17 gennaio 2026, nella propria Sala convegni (Portici- Fasano), la locale Università del Tempo Libero celebrerà la Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali, per il tredicesimo anno consecutivo. L’incontro «U Dialètte. A Sant’Antúne se bálle i se súne. Letteratura popolare – Poesia – Gastronomia – Musica – Canti» è stato curato dal Corso «La lingua delle radici» e dal Laboratorio di Canto. La presidente Palmina Cannone illustrerà l’importanza del dialetto e ricorderà alcuni poeti dialettali fasanesi come don Filippo Bonifacio, Marco Carparelli, Achille Monopoli, Pietro Bianco, Nico Bungaro, Andrea Conversano, Giuseppe Marangelli, Teresa Schettini, Gianni Custodero, Franco e Augusto Lisi. Abele Lomascolo indicherà la nomenclatura popolare di alcune erbe edibili. La socia Grazia Cofano esporrà racconti tratti dalla tradizione orale e proverbi in vernacolo locale. Durante la serata si esibirà il Coro dell’UTL, diretto dalla maestra Rosa Trisciuzzi di Musicando, che proporrà canti popolari in vernacolo anche napoletano e non solo. La Giornata fu istituita dall’Unione Nazionale delle Pro Loco (Unpli) nel 2013 per valorizzare dialetti e lingue locali. «L’Importanza del dialetto – spiega Palmina Cannone – risiede nel suo ruolo di patrimonio culturale che conserva storia, identità e tradizioni locali, fungendo da legame con le radici linguistiche e familiari. Offre una forza espressiva unica, permette di comunicare emozioni e valori profondi, rafforza le capacità cognitive e arricchisce il patrimonio linguistico italiano. Nell’epoca della globalizzazione, parlare di dialetto può sembrare anacronistico. Internet, infatti, regna sovrano; le comunicazioni avvengono attraverso congegni elettronici che, da una parte sono il frutto di un progresso inevitabile, dall’altra ci tolgono il piacere di comunicare guardandoci negli occhi. Non è così, perché il dialetto – prosegue Palmina – fa parte del bagaglio culturale che ciascuno di noi porta sulle spalle ed è l’inevitabile segno che ci fa dire di appartenere a un certo luogo, a un certo tempo, collocandoci nel posto preciso della nostra storia personale. Il dialetto rappresenta la nostra carta d’identità. Come lingua identifica tutto: i soprannomi, i rioni, le località. Dà nuova forma alle parole, riesce a rendere l’idea prima ancora di ridurla in termini precisi, a volte armonizza, a volte indurisce. Il dialetto è l’espressione di un popolo, un abito su misura. Assorbe fatti, episodi, luoghi, persone e li restituisce con profili e identità precisi e con un’anima. Amare il dialetto, – conclude Palmina Cannone – insegnarlo ai nostri figli e nipoti, ai giovani nelle scuole, significa amare noi stessi. Significa essere possessori di una grande identità, l’eredità della nostra storia». Un poeta, da poco scomparso, Andrea Zanotto soleva dire: «Il dialetto è qualcosa che serve per individuare indizi di nuove realtà che premono a uscire. L’importanza del dialetto sta nel fatto che è lo specchio della vita quotidiana e rappresenta la gente verace, una diversità di culture e radici storiche da conservare, valorizzare, tutelare, e divulgare. Il dialetto possiede una genuinità che scaturisce dal suo verismo. È lo strumento che serve per ripercorrere i sentieri della memoria inquinati dalla frenetica vita moderna. Dal punto di vista socio-linguistico, esso è una lingua sociologicamente subordinata a una lingua politicamente dominante. In quest’ultima accezione, dialetto può essere una lingua regionale, suddivisa nelle lingue dei paesi facenti parte della medesima regione, che ha perso autonomia rispetto a un’altra divenuta ufficiale, con cui ha però una certa affinità. La parola dialetto viene usata nella linguistica italiana, in analogia al francese patois (dialetto valdostano), per riferirsi alle lingue regionali italiane evolutesi autonomamente dal latino, ossia i dialetti italo-romanzi, che diversi autori definiscono come lingue sorelle dell’italiano. Da anni presso l’Università del Tempo Libero di Fasano lo studio del dialetto è molto richiesto e ogni settimana la presidente , studiosa del vernacolo locale, tiene l’omonimo Corso. Pier Paolo Pasolini scrive: «Il contadino che parla il dialetto è padrone di tutta la sua realtà». Lo scrittore vede nella lingua dei padri l’ultima sopravvivenza di ciò che è ancora puro e incontaminato. I dialetti sono un patrimonio culturale di straordinario valore. Sono presenti nella letteratura, nel teatro, cinema, e in televisione. Si ricordino, tra gli altri poeti, scrittori e cantanti a livello nazionale: Giambattista Basile (17° sec.), Carlo Goldoni, Gioacchino Belli, Carlo Porta, Albino Pierro, Trilussa, Salvatore Di Giacomo, Eduardo De Filippo, Andrea Camilleri, Fabrizio De André, Pino Daniele, Eugenio Bennato. Il dialetto è una risorsa in più, perciò festeggiamolo e soprattutto impariamo a scriverlo e a parlarlo bene. La cittadinanza è invitata.
L’UTL celebra la Giornata Nazionale del Dialetto
La locale Università, ancora una volta, si fa promotrice della diffusione della lingua dei Padri
Articolo PrecedenteL’assemblea dei sindaci approva il bilancio CIISAF
Articolo Successivo Al via a Fasano il Corso per Ufficiali di Gara ACI Brindisi


