Fasano – Era il pomeriggio di sabato 13 dicembre, qui in Italia era da poco passata la mezzanotte; un uomo, con cappello e mascherina chirurgica, ha aperto il fuoco nell’edificio di Ingegneria della Brown University di Providence, in Rhode Island, una delle università più prestigiosa degli Stati Uniti facente parte della Ivy League insieme, tra le altre, a Harvard e alla Columbia. Nella sparatoria di massa sono rimasti uccisi due giovani, Mukhammad Aziz Umurzokov ed Ella Cook, e una ventina di ragazzi sono stati feriti, alcuni sono ancora in gravi condizioni. Al momento, nonostante siano passati quattro giorni e sia stata mobilitata l’FBI, l’omicida è ancora a piede libero.
AGGIORNAMENTO – ore 10:23 del 19 dicembre: Il sospettato, un uomo portoghese di 48 anni, è stato trovato morto suicida in un deposito: si chiamava Claudio Nevis Valente. Secondo gli investigatori, l’uomo sarebbe stato anche l’assassino del professore del Massachusetts Institute of Technology, Nuno Loureiro, trovato cadavere nei giorni scorsi nella sua abitazione nell’area di Boston. Aveva forti legami con la Brown University, essendone stato studente, e conosceva bene il professore Loureiro.
AGGIORNAMENTO – ore 21:50 del 18 dicembre: Da fonti interne alla Brown University sembra che il colpevole sia stato individuato e sia stato rilasciato un mandato d’arresto dall’FBI; inoltre, pare che il responsabile sia lo stesso dell’assassinio avvenuto martedì 16 dicembre a Boston in cui è stato ucciso Nuno Loureiro, professore del MIT (Massachusetts Institute of Technology) dove dirigeva il Plasma Science and Fusion Center (PSFC), uno dei laboratori leader mondiali nella fusione nucleare.
Il fasanese Antonio Furleo Semeraro, che la redazione del mensile Osservatorio ha intervistato nel numero di giugno 2025, si era trasferito a Providence ad agosto per iniziare le lezioni e i corsi di Ingegneria Informatica proprio alla Brown University. Durante la sparatoria, il giovane si trovava in una delle sette mense del campus universitario: lì, insieme ad altre duecento persone, ha trascorso gran parte della notte in una situazione di emergenza assoluta. Solo intorno all’una è stato scortato nella palestra del campus e di lì al dormitorio. Il giorno dopo, domenica 14 dicembre, gli studenti hanno avuto la possibilità di uscire dal plesso universitario e la raccomandazione di rientrare nei rispettivi paesi o città d’origine. Ad oggi, infatti, Antonio si trova a Fasano con la sua famiglia e ci resterà fino al diciannove gennaio quando, teoricamente, dovrebbe iniziare il secondo semestre di lezioni.
Lo abbiamo raggiunto per farci raccontare quelle drammatiche ore.

Ciao Antonio, noi ci siamo lasciati alla tua maturità a giugno e alla lettera di ammissione alla Brown University…
«Sì, sono arrivato a Providence ad agosto e ho iniziato a frequentare le lezioni alla Brown già da settembre. Mi sono trovato benissimo da subito, c’è una comunità veramente fantastica, di persone che provengono da tutto il mondo. Eravamo tutti veramente contenti di essere lì. I professori, poi, sono eccezionali: un nostro insegnante, Peter Howitt, ha vinto il Premio Nobel per l’Economia quest’anno, ad esempio. All’inizio abbiamo frequentato due settimane di orientamento e, successivamente, sono iniziati i corsi a scelta: io ho frequentato i corsi di Informatica, Matematica, Ingegneria e Imprenditorialità. L’atmosfera è davvero stimolante; pensa che il mio professore di Informatica è uno di coloro che hanno inventato il linguaggio Java che, ora, noi stiamo studiando. Quindi, fino a sabato scorso tutto stava andando alla grande».
Dove ti trovavi il 13 dicembre?
«Io vivo nel college della Brown University. Quel giorno, essendo sabato, non c’erano lezioni e io stavo studiando con un mio amico nel dormitorio; entrambi dovevamo sostenere un esame nel pomeriggio. Dopo un’intensa mattinata di studio, intorno alle 15:30, scendo per andare in mensa a pranzare. Il percorso che devo fare per raggiungere la mensa è di circa dieci minuti, passando davanti all’edificio di Ingegneria. Mentre stavo componendo il piatto, inizia ad arrivarmi una miriade di messaggi dai miei amici che mi chiedevano dove stessi. Così, sono stato informato della sparatoria che c’era stata pochi minuti prima nell’edificio di Ingegneria. Da lì in avanti, tutti coloro che erano in mensa con me hanno ricevuto messaggi dall’Università su cosa stava accadendo e soprattutto su come doverci comportare».
Quali erano le indicazioni da seguire?
«Ha preso avvio uno specifico protocollo. Hanno immediatamente bloccato l’accesso a tutti gli edifici, non si poteva entrare né uscire. Il personale della mensa ci ha fatto raggruppare al centro del locale, lontano dalle finestre. Intanto, tramite SMS l’Università ci aggiornava su tutto. Ho ancora il messaggio arrivato alle 16:22, queste erano le indicazioni: “Blocca le porte, silenzia il cellulare e stai al riparo fino al prossimo messaggio. Ricorda: corri se sei nella posizione adatta, nasconditi se l’evacuazione non è possibile e combatti come ultima risorsa”. Poi, il personale della mensa ha avuto l’ordine di farci spostare in un luogo più sicuro e siamo scesi nel seminterrato; eravamo circa in duecento. Essendo capitati in mensa, abbiamo avuto la fortuna di avere a disposizione cibo e acqua, perché siamo rimasti lì bloccati fino almeno le 23:00».
Frequenti abitualmente l’edificio di Ingegneria?
«Sì, lo frequento quotidianamente. Nello specifico, ho lezioni due volte a settimana nella classe dove è avvenuta la sparatoria. Se ci penso, è folle! Sono rimasto davvero scosso. All’inizio credevamo che il fatto fosse avvenuto all’esterno del campus universitario. Non ci era per niente venuto in mente che, invece, fosse accaduto all’interno, anche perché l’SMS diceva che “la sparatoria è avvenuta nei pressi dell’edificio di Ingegneria”».

Dove si trova questo edificio?
«Il campus della Brown University è integrato con la città di Providence, non ci sono delle mura che delimitano i palazzi dei dipartimenti. L’edificio di Ingegneria si trova al confine con il quartiere residenziale. Inoltre, questo edificio è l’unico a cui si può accedere senza badge ed è aperto alla cittadinanza. Qui, infatti, l’Università mette a disposizione alcuni laboratori di stampa 3D o falegnameria, ad esempio. C’è anche un bar che possono frequentare tutti, anche chi non frequenta la Brown».
C’è un servizio di sicurezza nel campus?
«Sì, c’è un dipartimento di polizia interno alla Brown e c’è anche una sicurezza privata. Le pattuglie armate sono sempre in giro tra gli edifici. Non so se nel momento della sparatoria, in quell’edificio, c’era qualcuno di stanza, perché di solito non ci sono guardie fisse. Inoltre, l’interno del campus è tappezzato di videocamere. L’edificio di Ingegneria, in realtà, è formato da due parti, una più recente e l’altra più vecchia: quest’ultima è poco videosorvegliata. È proprio da qui che è entrato l’omicida».
Dato che era sabato e non erano previste lezioni, chi c’era in quell’aula?
«Lunedì gli studenti del primo anno avrebbero dovuto sostenere l’esame di Principi di Economia. Di solito, gli assistenti dei professori, qualche giorno prima dell’appello, ripassano il programma con gli studenti ed è ciò che stava avvenendo quel giorno. Quell’aula può contenere fino a 250 persone; non so se fossero in così tanti in quel momento, ma la capienza è molto alta. Purtroppo, sono morti due ragazzi della mia età o poco più; venti sono stati feriti, di cui nove sono ricoverati in ospedale, gli altri sono stati dimessi. Uno, però, è ancora in condizioni gravi e ci sono alcuni in condizioni gravi ma stabili. Tra l’altro, un altro ragazzo italiano doveva sostenere proprio quell’esame e avrebbe dovuto essere lì; quella mattina, però, ha deciso di studiare in dormitorio e si è salvato».
Ritornando al 13 dicembre, per quanto tempo siete rimasti nel seminterrato?
«Siamo rimasti lì fino alle 23:00 circa, quando siamo risaliti in mensa e il personale, dato che eravamo molto scossi, ha cucinato per noi; per tirarci su di morale ci hanno offerto pollo fritto, patatine e gelato. Intorno all’una di notte è entrato un agente tutto vestito di nero con un K47 e ci ha ordinato di metterci in fila, perché ci avrebbero portati in un luogo sicuro. Intanto, attraverso gli SMS abbiamo saputo che erano arrivati anche i militari, l’FBI e i Servizi Segreti: sembrava di essere in una zona di guerra. Tutto il confine dell’università era blindato. Siamo stati scortati con i pullman nella palestra del campus dove abbiamo fatto un riconoscimento, ci hanno perquisiti e siamo rimasti in attesa di nuove direttive. Per stemperare la tensione, alcuni di noi si sono messi a giocare con la palla o a suonare una chitarra. Tutto il complesso di edifici era in lockdown, non potevamo muoverci. Alle tre di notte ci hanno scortato nei dormitori e gli agenti sono rimasti di stanza tutte le ore successive a vigilare. Ho dormito un po’ e intorno alle sei del mattino è arrivato un SMS in cui ci hanno avvisato che il lockdown era finito e potevamo lasciare gli edifici, ma tutto il campus di fatto rimaneva scena del crimine, quindi gli spostamenti erano limitati. Quella notte, inoltre, ha iniziato a nevicare e il campus era completamente innevato. Intanto, fuori dall’università si era venuto a creare un flusso enorme di giornalisti che chiedevano le nostre testimonianze».
Sei tornato subito a casa…
«Quando l’Università ci ha informato che il semestre era ufficialmente chiuso e non ci sarebbero state né lezioni né esami, ho subito prenotato un volo per tornare a Fasano, anche perché l’università stessa ha raccomandato a tutti di ritornare dalle rispettive famiglie. Ovviamente, i mei erano al corrente di tutto in tempo reale e hanno passato la notte in bianco con me. Il giorno dopo, quindi, eravamo liberi di lasciare il campus e abbiamo ricevuto tantissimo affetto e tantissimo supporto dalla comunità della Brown e dagli stessi abitanti di Providence. Gli ex studenti hanno organizzato delle raccolte fondi per farci tornare a casa e per le famiglie dei due ragazzi rimasti uccisi. Dato che il colpevole era ancora a piede libero, prendere i mezzi pubblici era pericoloso; così, soprattutto gli studenti più grandi ci hanno offerto le loro auto e ci hanno anche accompagnati ai vari aeroporti per tornare a casa. In più, l’Università ci ha rimborsato immediatamente le spese di viaggio. In generale, la solidarietà che abbiamo ricevuto è stata tantissima, anche dalle altre università e dalla comunità locale. Pensa che i locali nei dintorni ci hanno offerto cibo gratis. L’Università ci ha offerto supporto psicologico da subito e ha messo in campo tantissime risorse per aiutarci. In aeroporto tutti noi studenti abbiamo deciso di indossare la felpa con il logo della Brown University, in segno di appartenenza e solidarietà ai colleghi uccisi. Anche lì, negli aeroporti, ci sono stati tantissimi gesti di gentilezza».
Cosa pensano i tuoi amici americani del movente del colpevole?
«L’opinione pubblica americana è scossa quanto noi. La Brown University è schierata più a sinistra rispetto al governo attuale di Trump, è di stampo liberale. Il presidente, comunque, ha espresso solidarietà verso le famiglie e impegno nella cattura del responsabile. Io non so davvero cosa pensare, perché sembra un attacco alle istituzioni educative. Dopo tre giorni, il 16 dicembre scorso, è stato assassinato Nuno Loureiro, professore del MIT, e mi è difficile pensare che i due avvenimenti non siano collegati».
Qual è la situazione al campus e quando ritornerai a Providence?
«Ora al campus ci sono le indagini in corso. Gli studenti hanno portato dei fiori vicino al Dipartimento di Ingegneria, dove c’è un cancello; si dice che lo attraversi solo due volte nella vita: quando entri alla Brown da studente e quando ne esci da laureato. Ecco: i mazzi di fiori sono poggiati proprio su questo cancello, per ricordare i due studenti uccisi che non potranno più attraversarlo una seconda volta. Per il momento io sono a Fasano dalla mia famiglia, il biglietto di ritorno è fissato al 19 gennaio 2026 quando dovremmo riprendere i corsi del secondo semestre. Sicuramente tutta questa vicenda mi ha davvero turbato, ma l’opportunità di frequentare la Brown University è troppo grande per essere abbandonata».


