Fasano – «Tutto ciò che non si conosce crea distanza»: con questa frase Raffaele Convertino ha riassunto il pregiudizio di chi si allontana dal diverso per paura di mettersi in discussione. Ma poi, “diverso” da cosa? Forse, “diverso” nell’aspetto e nelle abilità, ma di certo ogni persona con disabilità di diverso non ha che l’involucro terreno, ma l’anima sogna, ama, batte allo stesso modo di chi non ha una disabilità.
Questo è il nucleo dello spettacolo Abili in amore, prodotto da La Bilancia Produzioni in collaborazione con Associazione Culturale Michelangelo e Associazione Start Lab, che ha ricevuto il supporto dei Contributi per progetti volti a favorire l’accessibilità alle attività dello spettacolo dal vivo da parte di artiste e artisti con disabilità (D.D.G. 20 novembre 2023, rep. n. 1749) della Direzione generale Spettacolo – Ministero della Cultura.
In questo viaggio il capitano che ha tracciato la rotta è stata Vita Rosati, insieme a Gabriele Granito, autori della sceneggiatura. Vita, fasanese, è attrice, trasferitasi a Roma per studiare teatro e, durante il Covid nel 2020, ha scritto la prima versione di Abili in amore, in attesa di tempi migliori. Intanto, è rientrata a Fasano, facendo adesso da pendolare tra i teatri d’Italia, e nella sua città natale ha chiesto l’aiuto tecnico-artistico di altri due concittadini: Raffaele Convertino, professional counselor e consulente sulla disabilità, e Vincenzo Deluci, compositore e musicista.
Grazie al supporto tecnico di Raffaele il testo ha cambiato forma, adattandosi alla realtà delle persone con disabilità: l’obiettivo principale di tutta la produzione è stato evitare il pietismo che spesso accompagna la narrazione sulla disabilità. Le musiche di Vincenzo, invece, sono un sostegno alle scene che racchiudono il messaggio da potare a casa. Un messaggio che si legge con facilità: il genere della commedia, infatti, si presta molto bene alla rappresentazione del disagio sociale in chiave leggera e la penna di Vita ha donato delicatezza a un tabù quasi impronunciabile.
In Italia, infatti, non esiste una figura legalmente riconosciuta che supporti la persona con disabilità nella scoperta della sessualità e dell’amore. Grazie all’intenso lavoro di Maximiliano Ulivieri con la sua associazione LoveGiver, ad oggi è possibile diventare operatore all’emotività, affettività e sessualità (OEAS) attraverso corsi privati e la persona con disabilità per usufruire del supporto deve rivolgersi ad associazioni del Terzo Settore.
Abbiamo intervistato i nostri tre concittadini che hanno contribuito alla realizzazione di Abili in amore, andato in scena, per il 2025, nei teatri di Milano, Roma e Modena nel mese di novembre fino al 3 dicembre scorso.

Vita, com’è nato il testo? Perché hai scelto questo tema?
«L’abbiamo scelto per caso, sono venuta a conoscenza della figura dell’assistente all’affettività leggendo un’intervista. Così, incuriosita, sono andata ad approfondire questa sfumatura della disabilità. Questo è successo durante il Covid nel 2020, da allora il testo si è evoluto grazie anche alle persone esperte che hanno contribuito alla sua lettura “tecnica”. Infatti, oltre a Raffaele, al tempo contattai l’associazione LoveGiver di Bologna, presieduta da Max Ulivieri, che si occupa di questo tema. Abbiamo letto testimonianze e libri, abbiamo anche contattato un altro sessuologo, Fabrizio Quattrini. Così, siamo riusciti a mettere giù il testo, composto da quattro personaggi: la protagonista con disabilità, l’assistente sessuale, la badante e la sorella della protagonista. L’aiuto dei tecnici esperti è stato fondamentale per dare realismo alla storia e alle scene. Il mio intento è sempre stato quello di parlare di realtà, ma con leggerezza».
Raffaele, qual è il tuo percorso formativo e il tuo ruolo in Abili in amore?
«Nel 2013 ho conseguito un Master in Counseling e sono sempre stato attivo nel mondo del Volontariato, dove ho partecipato a tavole rotonde anche sulla tematica della sessualità nella disabilità. Dopo aver conseguito il titolo, ho iniziato a lavorare nel Terzo Settore con il ruolo di counselor. Nel 2019, ad esempio, abbiamo trattato questa tematica con AccordiAbili nel territorio, a Ostuni. In quell’evento si parlò di eros e sessualità nella disabilità, ma a parlarne per primo in Italia è stato Max Ulivieri, depositando un disegno di legge nel 2014 che prevedeva la figura dell’assistente sessuale, meglio chiamato OEAS, operatore all’emotività, alla sessualità, all’affettività nell’ambito della disabilità. L’obiettivo è intervenire e riuscire a dare strumenti alle persone, soprattutto in quelle situazioni dove non c’è l’autodeterminazione, come nelle disabilità cognitive, ma è importante anche agire per aiutare a far capire agli “altri” le tante difficoltà che si affrontano nelle patologie; ad esempio, nelle patologie reumatiche esiste la componente del dolore cronico, per cui si perde la libido e anche la femminilità: ci sono molte persone, famiglie, coppie che si sono “rotte” perché la donna non riusciva più a provare l’orgasmo. La figura dell’OEAS (operatore all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità) non è riconosciuta in Italia come in altri Paesi Europei (Germania, Olanda e Svizzera, etc). In merito alla sessualità nelle disabilità, si parla tanto, si fanno convegni, tavole rotonde, però nei fatti questa figura non c’è “legalmente”. Esiste la volontà da parte dell’associazione LoveGiver di formare persone in materia di sessualità nelle disabilità, ma la figura dell’OEAS non è riconosciuta dallo Stato: il disegno di legge, proposto in Parlamento da Max Ulivieri nel 2014, che aveva come fine il riconoscimento legale degli OEAS, non è mai stato calendarizzato. Quindi, i disabili che ne fanno richiesta si devono rivolgere all’associazione in forma naturalmente privata».
Tu vivi la disabilità in prima persona…
«Sono una persona con disabilità: sono affetto da un’artrite idiopatica giovanile dall’età di 8 anni. Convivo con una patologia che mi ha visto cambiare nel corpo e, di conseguenza, nella mente. Io stesso, quindi, ho fatto esperienza di una sessualità mancante. Arrivato all’età di 27 anni, trasformato nel fisico, non avevo di fatto avuto una vita sessuale e affettiva. Ero mutilato di questa importante area dello sviluppo di un essere umano. Mi imbattei nella figura di Max Ulivieri, la tematica mi appassionò e decisi di approfondirla e divulgarla. Quando nel 2020 lessi il testo di Vita, le feci la stessa domanda che le hai fatto tu: come mai hai scelto questo tema? Abili in amore è uno spettacolo che può diventare un manifesto importante per il mondo del Terzo Settore, per la disabilità, per i caregiver. Portarlo a teatro è una prima assoluta».
Quindi, il tuo ruolo è stato “tecnico”.
«Il mio ruolo, sì, è stato quello di assistenza alla comprensione del testo. Sono andato direttamente a Roma dalla regista, Valentina Gasbarri. Ho collaborato dal vivo con gli attori, perché non volevo che le disabilità venissero “scimmiottate”: lo spettacolo doveva essere il più realistico possibile. Per questo, abbiamo anche cambiato la patologia cronica della protagonista disabile, dalla sclerosi multipla alla poliomielite: le manifestazioni fisiche di quest’ultima patologia si adattavano meglio alla fisicità dell’attrice e, inoltre, per motivi di sceneggiatura era necessario indossare un tutore. Il linguaggio della commedia è fortissimo. Vengono trattati diversi temi della disabilità, non solo la sessualità ma anche la mancanza dell’accettazione di sé stessi, la voglia di autodeterminazione e autonomia e anche la violazione della privacy. Il vantaggio dell’arte e del mezzo artistico è di abbattere tutte le resistenze cognitive, per cui fare formazione con l’arte è un’ottima strategia per andare a fondo in queste tematiche. Il teatro è un luogo diverso, è un luogo di contatto, dove tu sei in sintonia con gli attori e il messaggio arriva in maniera molto più incisiva. La storia viene vissuta insieme allo spettatore in quel momento, non ci sono tagli, non ci sono inquadrature, è lì, quello che succede in quel momento è la forza della scena».

Vincenzo, tu ti sei occupato del sostegno musicale: quale strategia compositiva hai seguito?
«Sono stato contattato prima da Raffaele e poi da Vita. Ci siamo conosciuti, abbiamo fatto un primo incontro e un secondo con Raffaele e abbiamo dato una lettura alle scene dello spettacolo. Mi sono immerso nella sceneggiatura, ho lavorato sulla storia con tanta fantasia. In questo spettacolo la musica non è una colonna sonora con un tema che si ripete, ma accompagna e sostiene le scene: la assocerei a un “tappeto musicale” che pone l’accento sulle emozioni in alcuni momenti. La musica dà ulteriore forza al linguaggio verbale. Se parliamo di disabilità, bisogna parlare delle cose che la gente non vede, non di quello che è evidente perché non basta più. Quello che non vediamo con gli occhi è molto più ampio nella disabilità. Ed è lì che bisogna andare a scavare un po’. Attraverso questo tipo di spettacolo teatrale, attraverso film e attraverso documentari si può raggiungere una grande fetta di pubblico che vede solamente il “problema della macchina parcheggiata davanti allo scivolo”, ma che ignora tutto quello che può esserci dietro a una disabilità affettiva, sessuale oppure ad altre tipologie di problematiche legate alla disabilità».
Qual è stata l’accoglienza del pubblico?
«È stato accolto abbastanza bene. I commenti alla fine sono stati tutti positivi – commenta Vita Rosati –. C’è stato chi mi ha parlato di aver affrontato una tematica di questo genere, importante, con leggerezza e delicatezza. Chi mi ha detto: “Stasera torno a casa con un’informazione in più”. Chi è uscito dal teatro completamente stupito, perché non conosceva l’argomento. Il pubblico ha reagito benissimo, si è divertito e poi dietro la risata arrivava il pugno nello stomaco, quando ha assistito alle scene più dure. Una persona mi ha detto che è stato bello, perché è stato come un’istantanea, una foto che permette poi di informarsi in modo approfondito».
«La commedia ha aiutato ancora di più a capire il dramma della protagonista – ha infine chiosato Raffaele Convertino –. A livello di pubblico c’è stata una buona ricezione. A Roma ho avuto la fortuna di invitare i miei due nipoti che stanno studiando lì. Sono tutti e due poco più che maggiorenni. Ho chiesto loro un parere per capire se il messaggio fosse arrivato, perché temevo che la figura dell’assistente sessuale non fosse stata illustrata per bene. L’operazione è riuscita!».
Abili in amore è uno spettacolo scritto da Vita Rosati e Gabriele Granito con Alessandra Mortelliti, Alberto Melone, Antonia Di Francesco e Vita Rosati, musiche originali di Vincenzo Deluci, aiuto regia Pietro Becattini e regia di Vanessa Gasbarri e Luca Ferrini.
Nel 2025 è stato portato in scena nei teatri di Milano, Roma e Modena tra novembre e dicembre; è possibile visionare un trailer dello spettacolo, con gli interventi di Raffaele Convertino e Vincenzo Deluci, al seguente link: clicca qui.


