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    Ieri

    Palazzi fasanesi in passerella

    Da Osservatorio n. 12-2001
    RedazioneDa RedazioneAgosto 26, 201510 minuti di lettura
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    Palazzi fasanesi in passerella - Osservatorio Fasano
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    «O quid solutis est beatius curis/ cum mens onus reponit, ac peregrino/ labore fessi venimus larem ad nostrum…?». Cos’è più dolce – scriveva Catullo nei Carmina – di quando, liberi da cure, deposto il fardello, stanchi dell’aver faticato lontano, torniamo alla nostra casa? Essa non è forse per l’uomo la proiezione dell’io? E per una comunità non è sempre la casa lo specchio del proprio stato di salute?

     

    Dalla casa al palazzo

    La vita dell’uomo, fin dai primordi, è legata in ogni età e in ogni terra alla ricerca o alla costruzione di un’abitazione. Con lo scorrere del tempo, più la dimora si veste di lusso, più si respira aria di benessere. All’inizio del XV secolo, l’aumento della sicurezza soprattutto nelle città favorisce l’impiego del crescente capitale investito nella costruzione di magnifici palazzi, che sostituiscono le torri e le fortezze baronali del Medioevo. Nella Firenze medicea la ricchezza e la conoscenza estetica concorrono a creare i primi grandi palazzi del Rinascimento, la cui influenza si diffonde a Roma e in seguito nel resto d’Italia.

    Nel Sud la povertà e la precarietà del Regno di Napoli sotto i viceré spagnoli non promuovono uno sviluppo architettonico apprezzabile. Solo quando i Borbone si stabiliscono a Napoli, nel XVIII secolo, la costruzione di palazzi si innalza di livello.

    Le Puglie vivono all’alba del Settecento una significativa trasformazione. Mutamenti profondi coinvolgono l’economia, le professioni, la struttura della società civile, e il fenomeno si diffonde in Terra di Bari, di cui fa parte Fasano.

     

    Urbanistica fasanese nel ’700

    «Nella seconda metà del Settecento – c’informa il Sampietro – aveva Fasano raggiunto un notevole grado di sviluppo civile e sociale: popolazione di oltre 7.000 abitanti, prospere le condizioni economiche, che si rivelavano nella fondazione di chiese e conventi, benefiche istituzioni, costruzione di case signorili e di numerosissime case di villeggiatura… cultura diffusa nella classe preminente dei galantuomini, composta di possidenti e dottori, ai quali era affidata la cosa pubblica» (cfr. G. Sampietro, Fasano: indagini storiche, rist. anast. Schena, 1979, pp. 401-402).

    L’urbanistica fasanese partorisce, dunque, splendidi edifici signorili, molti dei quali per nostra fortuna sopravvivono ancora oggi. Qualcuno, e ce ne rammarichiamo, è caduto sotto la mannaia di barbari carnefici, i quali hanno “ghigliottinato” un patrimonio che è di tutti. Del resto lo stesso prof. Angelo Custodero, nell’opera testé citata, alla pag. 375, così si esprime a proposito di un altro scempio perpetrato ai danni del “Palazzo del Cavaliere”: «Tutti sanno che il palazzo del Balì è stato sede del Comune fino a circa un ventennio fa (primissimi anni del ’900, ndr) prima della costruzione del presente palazzo di città, che sorge appunto dove un giorno fu allegramente (quanta amara ironia nell’uso di quest’avverbio!, ndr) abbattuto, perché vecchio e pericolante, l’unico caratteristico monumento del nostro paese: la Loggia del Cavaliere». Eppure un bell’edificio, sia esso pubblico o privato, è un bene artistico della cui magnificenza tutti devono poter fruire. «Non nobis domini» (non del signore, ma di tutti noi) ammonisce l’epigrafe latina che giganteggia su un antico palazzo veneziano.

     

    Le case palatiate locali

    I palazzi fasanesi più espressivi sono allogati nei corsi Vittorio Emanuele e Garibaldi, in piazza Ciaia e in via Egnazia, via Ruggero Bonghi, via Roma e largo Chiesa. Sono case progettate e realizzate, all’insegna dello sfarzo e del buongusto, dalla seconda metà del Settecento fino a tutto l’Ottocento. In corso Vittorio Emanuele 80, infatti, il concio di chiave del portale d’ingresso del Palazzo Pepe (acquistato in seguito dalla famiglia Olive e oggi proprietà Carparelli), riporta inciso l’anno 1793. Si tratta della più antica iscrizione (dopo quella della casa sita in via Dragone 28, del 1781), rilevata dal compianto ingegner Fernando Attoma Pepe in una sua appassionata e puntuale indagine storica relativa alle date incise sulle porte delle abitazioni. Lo stesso Attoma sottolinea che il vecchio corso di Sant’Antonio (odierno Vittorio Emanuele) «ha assunto prima di ogni altra via un’importanza maggiore, a seguito dell’espansione della città al di fuori del borgo antico, ancor prima di corso Garibaldi… con iscrizioni dal 1854 in poi» (cfr. F. Attoma Pepe, Le date sulle porte delle abitazioni, in Fasano – Rivista di cultura n. 31-32, Schena, 1995, pp. 110-112).

     

    Corso Garibaldi

    A proposito del corso Garibaldi apriamo una piccola parentesi. Era denominato dal popolo u corse d’i Colücce in omaggio all’omonima famiglia, un tempo proprietaria di molti palazzi ivi ubicati. Da alcuni appunti dell’ing. Giuseppe Attoma (padre del succitato Fernando), gentilmente messici a disposizione dal nipote Beniamino, apprendiamo che detto corso prima era messo a macadam (cemento artificiale costituito da pietrisco costipato mediante rollatura e amalgamato col suo stesso detrito) non cilindrato. La larghezza complessiva era di 10 metri, con marciapiedi larghi due metri e zanelle (fossette per lo scolo dell’acqua piovana) di 50 centimetri. I paracarri furono soppressi nel 1932, quando il macadam fu sostituito da mattonelle di asfalto. L’ing. Raffaele Tramonte diresse i lavori, eseguiti dall’impresa romana Rossi. All’epoca furono sistemati anche la piazza Ciaia e il corso Vittorio Emanuele.

     

    Le volte delle stanze

    Proseguiamo il nostro excursus “palatino” analizzando le volte delle stanze. Esse sono a schifo, a padiglione, a stella. La maggior parte è affrescata secondo una concezione pittorica tardo-settecentesca con temi allegorici, mitologici, con la rappresentazione di paesaggi napoletani, oppure con motivi floreali. Gli affreschi sono opera di alcuni bravi artisti locali o dei paesi limitrofi. L’eleganza di queste volte, che continuano a “ostentare” l’antico smalto, dona ai nostri palazzi una suggestione incomparabile. Diamo ora dei brevi cenni su qualcuna delle dimore alto-borghesi cittadine.

    Palazzo Attoma-Pepe

    A chi percorre il tratto iniziale di corso Garibaldi verso piazza Ciaia non può sfuggire la superba facciata del palazzo Attoma, sul lato sinistro, al numero civico 43. Fu costruito nel 1869 dal proprietario Damaso Bianchi (senior), passato per successione alla vedova di lui, Antonia Pepe Attoma. 

    L’impresa edile fu la rinomata ditta Sardella-Schiavone.

     

    Palazzo Potenza-Di Ceglie

    Di fronte al palazzo Attoma-Pepe si erge maestoso quello della famiglia Potenza-Di Ceglie, il cui piano nobile è in fase di un’amorevole ristrutturazione a cura del nuovo proprietario, dott. Massimo Tartagni. Fu edificato nel 1854 da don Titta Colucci (senior) ad opera dell’architetto Damaso Bianchi. Morto don Titta, la consorte Celestina Pinerolo lo vendette a Vito Potenza che vi andò ad abitare con la moglie Vita Maria Di Ceglie.

    Palazzo Ferdinando Colucci

    Un altro palazzotto di corso Garibaldi è quello di Ferdinando Colucci. Sorge sull’antico “trappeto” dei Colucci e fu curato prima dall’ingegner Messeni, successivamente dal collega Ambrosi. Fu completato intorno agli anni 1910-12.

     

    Palazzo Colucci

    Ubicato sempre nel corso che porta (oggi) il nome dell’«eroe dei due mondi», sorge altero l’ottocentesco palazzo Colucci, dimora dell’omonima famiglia. È impossibile parlare di esso senza evocare il ricordo del proprietario don Matteo, insigne concittadino, alla cui geniale creatività si deve lo Zoosafari, divenuto negli anni il trampolino di lancio per il locale turismo.

     

    Palazzo Mogavéro-Pepe

    Sull’odierno “Bar del Centro” si può ammirare il palazzo Pepe, oggi Albano (angolo corso Garibaldi, via Mogavéro e via Pepe, una parte) e Bungaro (via Pepe angolo via San Nicola, l’altra). Fu costruito nel 1693 dal capitano spagnolo Mogavéro, sotto la direzione dell’architetto dell’allora Balì, Giacomo Caravetta. Il Balì concesse al Mogavéro il “beneficio” di edificarlo fuori dalle vecchie mura di Fasano, su una struttura preesistente e annessa alla chiesa di San Nicola. Dagli eredi del capitano, il palazzo nella prima metà del ’700 passò in proprietà della famiglia Pepe. In corso Garibaldi l’edificio presenta una splendida «facciata tardo-settecentesca, percorsa, nella parte superiore, da un balcone su mensoloni e sul quale si affacciano due finestre sormontate da alti timpani. Una elegante ringhiera in ferro battuto, di impronta spagnoleggiante, chiude il balcone» (cfr. M. Cristallo, Palazzi di Puglia, Adda, 1994, p. 161). In via San Nicola, invece, delizioso è il caratteristico loggiato a tre archi a pieno centro sormontato da un attico balaustrato e da un balconcino con timpano ad archi inflessi sovrastato da uno stemma. Sia la parte del palazzo appartenente ad Albano, che quella dei Bungaro è vincolata quale bene di interesse storico (d.l. 1089). Una curiosità: don Luigi Pepe “il Principino”, ultimo Pepe proprietario del palazzo, dopo il matrimonio con Antonia Marzolla andò ad abitare nella incantevole dimora di quest’ultima in largo Chiesa Matrice (ex casa dei Notarangelo e attualmente delle famiglie Russi e Ferrara), anch’essa di importante valore storico. Di finissima fattura gli infissi originali dipinti con vari motivi e conservati con religiosa cura.

     

    Palazzo Brandi-Latorre

    Dagli appunti dell’ing. Giuseppe Attoma apprendiamo che «la sopraelevazione del palazzo Brandi (piazza Ciaia, accesso angolo via Brandi) è opera dell’ing. Ambrosi» e risale agli anni 1902-04. Fu realizzata dalla famiglia Latorre che aveva acquistato l’immobile.

    Palazzo Ufficio del Registro

    Sempre dalle note dell’Attoma rileviamo che l’ex palazzo Ufficio del Registro, in piazza Ciaia, proprietà Colucci, oggi Amati, «fu restaurato nella facciata, il cui prospetto chiudeva la primitiva piazza rimessa a nuovo nel 1890-95, dall’architetto Michele Pepe, autore pure della strada nuova per la Selva nel 1880-85. Egli con ingegnoso gioco di riquadri esterni riuscì a dissimulare la disimmetria delle finestre».

     

    Palazzo Morelli-De Carolis

    Fra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX, Rocco Morelli edificò in corso Vittorio Emanuele uno stupendo palazzo, con giardino e frutteto, in stile neo-classico, come testimoniano le forme esterne, i fregi, le ringhiere, le mensole dei balconi nonché il portale. All’edificio è inglobata la secentesca chiesa dedicata, oggi, a Santa Filomena.

     

    Palazzo Mancini-Merelaco

    Nel secolo “dei lumi” Giuseppe Mancini e la consorte di origine spagnola, tale contessa Elvita Merelaco, costruirono un pregevole palazzo in corso Vittorio Emanuele di fronte al Cenobio dei Minori Osservanti (del 1603). Decenni più tardi, il “piano nobile” dell’immobile fu probabilmente donato dai Mancini ai Padri Minori innanzi citati. Nel 1866 il governo del Regno d’Italia requisì i beni delle congregazioni e degli ordini religiosi per sanare il deficit del bilancio statale. Il palazzo fu acquistato da Egidio Simini (1846-1910); poi passò ai germani Brunetti, e nel 1956 a Vito Carrieri. Esso è tutelato ai sensi della legge n. 1089 perché ritenuto di particolare valore storico-artistico.

     

    Palazzo Marzolla-Orofalo

    Come i precedenti palazzi Albano-Bungaro e Mancini-Merelaco, anche il settecentesco palazzo Marzolla (in corso Vitorio Emanuele, 81) è stato dichiarato dal Ministero dei Beni Culturali e Ambientali, con decreto 17 aprile 1992, di notevole pregio architettonico. La facciata principale evidenzia una superficie muraria in cornici di pietra, interrotta orizzontalmente da un cornicione marcapiano al di sopra del quale si aprono tre finestre ed un balcone panciuto. Elemento di spicco della facciata è il portale con la luce a tutto sesto. Edificato dalla famiglia Marzolla, fu ereditato alla fine dell’800 da una sua discendente, Carmela, che sposò il dott. Pietro Casavola. Essendo la signora deceduta in giovane età senza prole, il palazzo passò al marito e da questi alla figlia di lui, Florinda, avuta in seconde nozze. Quest’ultima sposò il dott. Stefano Orofalo (1892-1983). L’unione fu allietata dalla nascita di Francesco, Vittorio e Mario.

    L’architettura delle vecchie abitazioni, siano esse piccole o grandi, modeste o fastose, racconta sempre le microstorie di un luogo, che vanno a confluire tutte nella nicchia della storia patria. Con questi sintetici e incompleti frammenti di ricerca, speriamo solo di aver dischiuso un altro pertugio del nostro passato.

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