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    Ieri

    Far teatro per passione e per allegria

    da Osservatorio n. 6 - giugno 2001
    RedazioneDa RedazioneGiugno 25, 20156 minuti di lettura
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    Far teatro per passione e per allegria - Osservatorio Fasano
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    Il Gruppo di Attività Teatrali “Peppino Mancini” compie dieci anni di vita. In attesa dello spettacolo che celebrerà la ricorrenza, in programma per il prossimo 30 luglio, uno dei fondatori, Marisa Sansonetti, ci ha inviato un articolo che ricostruisce le «avventure» del sodalizio.

     

    Galeotta fu quella gita in Calabria dell’autunno del 1990! Mentre si suonava e si cantava, ci accorgemmo che nel pullman c’era gran parte degli interpreti e fautori della lontana rappresentazione teatrale sulla parodia dei Promessi Sposi, realizzata nel 1965 da un gruppo di giovani maestri dell’Aimc: Maria Teresa Marasco, Franca Brancato, Gianni Di Geronimo, Rosanna Petruzzi, Rosa e Angelo Assennato e la sottoscritta. E mentre ricordavamo con nostalgia quella spiritosa avventura, dettata dall’incoscienza tipica della giovane età, all’unisono, un lampo, una medesima idea balenò nelle teste di tutti noi: perché non riproporre dopo 25 anni lo stesso lavoro, magari con gli stessi interpreti di allora? L’occasione c’era: da poco si era costituito il Gruppo Comunale Aido, di cui ero e sono ancora responsabile, e necessitava un avvenimento di larga portata di pubblico per diffondere l’idea della donazione degli organi e, nel contempo, finanziare la neonata associazione. E, con l’incoscienza questa volta atipica di noi quaranta-cinquantenni, dopo aver accertato la disponibilità di alcuni personaggi e contattato altri lì presenti, quali Franco e Leda Romano, Mario Mastropaolo, Nuccia Sansonetti e Vito Lozupone, l’idea cominciò a prendere corpo.

    I tre co-autori, Marasco, Assennato e Di Geronimo rivisitarono e ampliarono i testi; l’esecuzione e l’arrangiamento delle musiche furono affidati al bravo Armando De Luca; la scenografia al valente e stimato pittore fasanese Dino Mola; e, nota bizzarra, io, che a 18 anni avevo ricoperto il ruolo della matura Agnese, mi ritrovavo a 43 ad interpretare quello della giovane Lucia, in quanto Rosa Lapadula, l’originaria interprete, non aveva dato la sua disponibilità per motivi familiari.

    Così, in modo goliardico ed estemporaneo, metteva radici il futuro Gruppo di Attività Teatrali “P. Mancini” che, su proposta di Armando Bianco, «il duro Don Rodrigo, dall’aspetto di un gran figo», in seguito fu ufficializzato in forma canonica. Quante risate, quanta voglia di stare insieme per cantare, improvvisare e fare baldoria! Ricordo con grande ilarità la replica de I Promessi Sposi Show a Lavello, dove giungemmo a bordo di un pullman sgangherato, zeppo di attori, tecnici, accompagnatori, simpatizzanti, che ci seguivano fedeli ad ogni replica. Vestiti in modo stravagante e volutamente pacchiano, attraversammo in corteo il centro del paese cantando a squarciagola ed issando il cartellone pubblicitario dello spettacolo. Come non ridere, pensando alla fantozziana partecipazione alla sfilata del Carnevale di Putignano! C’era la neve e un freddo pungente e noi, vestiti con gli abiti leggeri di raso adoperati nello spettacolo di Ceneruzza, affrontammo stoicamente quell’incredibile rigore invernale. Vito Lozupone, raffreddato cronico, ci dissuadeva dall’impresa, ma noi, imperterriti, su idea di Silvana Savoia, comprammo dei bustoni di plastica nera, per intenderci quelli della spazzatura, e li facemmo aderire alla pelle per proteggerci almeno in parte dal freddo. E così, con il gelo che penetrava nelle membra e nelle ossa diventate ormai insensibili, ballavamo in modo sgraziato, come manichini, il minuetto insegnatoci dalla brava e paziente maestra Silvia Humaila. Con quanta tenerezza ricordo Elena Sansonetti, giovane puerpera che, durante le prove di Ceneruzza, si occultava dietro le quinte per allattare il famelico figlioletto! E le ore passate al Pronto Soccorso, quando, in seguito allo stress delle ultime prove, qualche interprete si sentiva male, accasciandosi sul palco. Alle domande dei medici su cosa stessimo facendo, noi provavamo quasi vergogna a rispondere che si stava provando uno spettacolo amatoriale, per pura passione teatrale. E che dire dell’istrionico Nicola Cardone, che in modo fulmineo e reiterato attraversava le scene munito di soli slip, oppure, travestendosi da Cenerentola, compariva sul palco al posto dell’autentica interprete, suscitando, così conciato, fragorose risate tra gli astanti, tanto che il consulente artistico dello spettacolo, Gianni Sigrisi, gli consentì di fare la stessa comparsa anche nel corso delle recite ufficiali. Chi conosce il nostro inno? È così scurrile che solo pochi “sfortunati” hanno avuto la possibilità di ascoltarlo. E il nostro portafortuna? Un simbolo fallico di grandi dimensioni, che troneggia sulla scena a ogni debutto e che nessuno spettatore è in grado di scorgere. La Monaca di Monza più volte l’ha accarezzato, quando si disperava pentita sull’inginocchiatoio. Siamo dissacranti? No, solo dei goliardi in vena di puro e sano divertimento. O meglio, lo eravamo… Quante scene di abnegazione si accavallano nella mia mente! Rivedo Fausto Savoia, a bordo di uno scassato “tre ruote”, trasportare pesanti e ingombranti scene alle due del pomeriggio, quando c’è poca gente in giro; rivedo i pazienti maestri Antonio Vinci e Aquilino De Luca sudare le fatidiche sette camicie per insegnarci a prendere la nota giusta; rivedo Tommaso Ferrara e Mimino Olive ramazzare spasmodicamente il Chiostro dei Frati Minori Osservanti, sporco fino all’inverosimile, per ospitare in serata il pubblico in occasione dell’allestimento di Pietade; rivedo le mani operose, anche se non molto esperte, di Lucrezia Latorre confezionare fino a sera inoltrata, nella sua abitazione diventata sartoria e bazar, con l’ausilio delle volenterose Antonietta Nobile e Pia Cofano, dai complicati sottogonna settecenteschi ai raffinati abiti da sera dell’Ottocento, dagli eccentrici copricapi delle ballerine a ventagli, gioielli e quant’altro. Ripenso a Peppino Palasciano con lacrime di rabbia infuriarsi, come solo lui sa fare, nel pomeriggio del debutto di Ogni anno punto e da capo, perché le scene si ostinavano a non reggersi in piedi. Non so perché, ma quando è il momento dei bilanci, alla memoria si affaccia molto più facilmente ciò che di buono si è fatto, mentre il negativo viene spontaneamente rimosso. Eppure risento sulla pelle le grandi tensioni, le litigate, gli scontri, le incomprensioni, i malumori, ma ricordo con commozione che al momento di andare in scena, ognuno, in modo responsabile e diligente, assumeva il proprio ruolo e si tornava tutti d’amore e d’accordo come prima a cantare il nostro famigerato inno liberatorio.

    Noi non intendiamo passare alla storia di Fasano, anche se ci riconosciamo il merito di aver fatto rifiorire il teatro amatoriale, oggi così fervido nella nostra città, ma nella storia dei nostri figli e nipoti sì. Essi, quando si ritroveranno tra le mani le nostre buffe foto di scena e le nostre pionieristiche videocassette, vivendo in un’era tecnologicamente perfetta, rideranno pensando: «Beati loro. Che tempi, quelli!».

    Marisa Sansonetti

     

    Gli spettacoli della “Peppino Mancini”

    1991 I Promessi Sposi Show

    1992 Amore e ironia in musica e poesia

    1992 Ceneruzza

    1993 Storia di un burattino senza fili

    1994 Concerto per l’Epifania

    1994 Concerto mariano

    1995 Ogni anno punto e da capo

    1996 Pietade

    1996 L’animo di Federico

    1997 Sottobanco

    1998 Dedicato alla luna

    2000 Il malato immaginario

    2000 Dedicato a Battisti

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