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    Ieri

    Latte e pancotto al bimbo affamato

    da Osservatorio n. 6 - giugno 2001
    RedazioneDa RedazioneGiugno 25, 201513 minuti di lettura
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    Latte e pancotto al bimbo affamato - Osservatorio Fasano
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    di PALMINA CANNONE

     

    L’antica alimentazione infantile costituisce un terreno di indagine in cui il sociale si intreccia all’economico, l’antropologico al religioso, la cultura popolare alla dietetica. Un quadro complesso, che vede il cibo giocare un ruolo di primaria importanza. Ieri come oggi lo sviluppo fisico e psichico del fanciullo dipende dagli alimenti ricevuti fin dalla nascita. È molto stimolante ripercorrere il sentiero nutrizionale lungo il quale i nostri antenati hanno mosso i primi passi.

     

    I neonati nell’antichità

    Il vento del tempo ci catapulta in epoche remotissime, ove si ritrovano civiltà che hanno plasmato la nostra con usi e consuetudini.

    Presso i Greci la nascita di un bambino era salutata con cerimonie che si protraevano per dieci giorni, durante i quali il padre riconosceva il figlio come legittimo. Secondo le leggi greche, infatti, non era necessario essere nato dall’unione di due sposi per essere considerato tale. Era facoltà del padre accettare il neonato; in caso contrario il piccolo veniva «esposto» sulla pubblica via, adagiato in una pentola perché non fosse calpestato. Lo si sorvegliava a distanza, fino a quando non fosse stato raccolto da qualcuno. A Sparta, invece, per le creature deformi l’«esposizione» era imposta dallo Stato. L’incivile costume non era tollerato a Tebe, ove per il genitore rinunciatario vigeva l’obbligo di cedere il figlioletto alle autorità cittadine, le quali provvedevano a venderlo a donne senza prole. Dopo il rito del riconoscimento, si procedeva al bagnetto in acqua e olio; a Sparta nel vino. Quest’ultima tradizione richiama alla memoria quella analoga in uso a Fasano, fino agli anni ’40, con una variante: il ceto popolare usava il vin cotto. In altre località pugliesi, come in alcune regioni italiane, si soleva bagnare le labbra del neonato con del vino rosso, nella convinzione di renderlo più robusto e sano, in quanto Bacco ammazza perfino i “vermi”. Considerato «il ricostituente per eccellenza, rimedio efficace contro le malattie, utile per combattere anemia e gracilità» (M. Figurelli), lo si faceva bere pure ai bambini piccoli. Il vino dunque, sin dall’antichità, principio di vita, contrapposto all’acqua che accorcia l’esistenza. Del resto un proverbio locale ammonisce: «L’àcque fäsce ’ncurpe i maravutte; u mire fäsce canté» (l’acqua rumoreggia nella pancia come fanno i ranocchi nello stagno; il vino fa cantare).

    Il neonato greco, dopo il bagno nel vino, era avvolto energicamente nella prigione delle fasce, proprio come si era soliti fare qui in loco fino agli anni ’50. Nei primi mesi di vita era allattato dalla madre, ma nelle case agiate, in caso di necessità, si ricorreva alla balia. Alle altre cure provvedeva la nutrice. In seguito l’alimentazione del piccolo, una volta divezzato, comprendeva pappe cotte nel latte e indolcite con il miele.

    Presso i Romani il neonato veniva deposto a terra, ai piedi del pater familias. Se questi intendeva riconoscerlo come proprio figlio, lo prendeva tra le braccia sollevandolo in alto, tra gli applausi e gli auguri dei presenti. Si appendevano corone di fiori alla porta di casa o si accendevano fuochi di gioia sugli altari domestici. Altrimenti l’innocente subiva l’«esposizione» sulla strada, alla mercé di chiunque. Dopo il riconoscimento paterno era affidato a nutrici e schiave, che sotto la direzione della madre si occupavano di lui. La dieta infantile, dopo l’allattamento, era caratterizzata dal farro (da cui deriva il nostro termine farina), che, macinato e bollito, formava una polenta semiliquida a mo’ di pappa.

     

    Superstizioni prenatali

    Un tempo le donne fasanesi in dolce attesa, per conoscere in anticipo il sesso del nascituro, si affidavano all’ecografia di un vecchio adagio: «Vèntra chiatte, prepäre a zappe; vèntra pezzòute, prepäre u fòuse» (pancia piatta, prepara la zappa; pancia a punta, prepara il fuso), a significare che, secondo la forma assunta dal ventre della donna incinta, sarebbe nato maschio nel primo caso e femmina nel secondo. Alle gestanti si consigliava di non imbattersi in esseri mostruosi, di avere una bambola sul letto o sul divano di casa, di non consumare carne di animali sbranati e soprattutto di soddisfare le voglie alimentari. In quest’ultimo caso, se si fossero grattate senza aver appagato la gola, il nascituro avrebbe avuto sul corpo antiestetiche macchie o chiazze, denominate volgarmente “voglie”.

     

    Quando si nasceva in casa

    Giunto il nono mese di gravidanza, quando insorgevano le doglie si avvertiva la mammäre (levatrice). Intanto la madre della partoriente provvedeva con somma devozione ad accendere una lampada a olio dinanzi all’immagine benedetta di Sant’Anna, sistemata quasi sempre sul comò.

    Le bambine, appena nate, dopo essere state lavate e profumate, subivano il supplizio della bucatura dei lobi delle orecchie, con un ago sterilizzato in cui era infilato un filo di seta, i cui capi venivano lasciati fuori per evitare l’occlusione. Dopo qualche giorno si adornavano le piccole con i bucarécchie (orecchini in oro), dono della madrina di battesimo, la prima naturalmente a visitare la puerpera. Non si presentava a mani vuote, anzi… Recava con sé u cuscenidde, canestro colmo di ogni ben di Dio: due colombi di nido le cui ali erano legate con un nastro di colore adeguato al sesso del neonato; pastina; olio; semola; uova fresche; formaggio; zucchero; caffè o orzo; biscotti. Secondo la consuetudine, con i colombi si preparava il brodo; lo si sgrassava e in esso si cucinava la pastina, spesso preparata in casa impastando semola, uova e prezzemolo tritato. Si stendeva la massa fino ad ottenere una sfoglia dello spessore di circa tre millimetri. La si lasciava indurire, spezzettandola con le dita. In Piemonte, invece, le puerpere consumavano il brodo di rane, ritenuto delicato, leggero e nutriente. In Campania, al contrario, secondo un antichissimo rituale si cibavano della stessa placenta cotta con le cipolle, considerate nel Sud «un toccasana per la formazione del latte; quanto alla placenta appare chiarissimo l’accostamento tra credenza popolare e abitudini degli animali domestici: non mangiano la propria placenta anche le capre?» (P. Sorcinelli, Gli italiani e il cibo, B. Mondadori, 1999, pag. 66).

    L’alimentazione della mamma che allattava comprendeva cibi leggeri: pasta condita con sugo di pomodoro, brodo vegetale o di carne per aumentare la secrezione lattea; lasagne sciolla sciolla; pesce; verdura cotta e cruda; ciallèdde; frutta, biscotti e ciambelle. Severamente proibiti il ragù, gli intingoli, i cibi piccanti, i legumi, pietanze fritte e liquori. Consentito un bicchiere di mire parteculäre (vino particolare).

     

    Pupidde e papagne

    Durante l’allattamento il neonato succhiava latte e aria a volontà, ingozzandosi fino a rigurgitare. Le poppate non dosate e l’aria aspirata gli causavano dolorose coliche addominali, che lo costringevano a piangere incessantemente, tenendolo sveglio. A dire il vero le mamme di una volta non si preoccupavano più di tanto, anche perché un vecchio adagio dialettale così recita: «Peccinne de näche: na dì iénghie, na dì addeväche (neonato: un giorno sta bene, un giorno sta male). Anzi, a certi bimbi più piagnucoloni, che stentavano ad addormentarsi, apprestavano un succhiotto improvvisato: u pupidde, costituito da mollica di pane imbibita di acqua e passata nello zucchero. Era avvolta al centro di un fazzolettino di mussola bianca e serrata con un filo di cotone schiacciato leggermente fino ad assumere la forma di un capezzolo. Quando l’espediente non calmava i lattanti più irrequieti, «le mamme, pur di trascorrere la notte in pace, davano ai figlioletti un infuso ben zuccherato di semi di papavero, papagne, che, a volte, uccideva. Infatti, quando venivano somministrate dosi generosissime, essi passavano, senza possibilità di essere salvati, dal sonno alla morte» (v. G. Interesse, Puglia mitica, Schena, 1993, pag. 105).

     

    Balia o latte di capra

    Nel caso in cui la mamma, in mancanza di latte proprio, non potesse allattare il figlioletto, i ricchi ricorrevano alla balia. Oggi appare una figura d’altri tempi, eppure ha salvato la vita di molti bimbi e per il dottor Herbert M. Shelton «meriterebbe di occupare il suo vecchio posto, usurpatole dalla mucca». Il miglior alimento per un neonato è infatti il latte materno, e, quando non c’è, «la soluzione migliore – continua Shelton – è quella di assicurare al piccolo il latte di un’altra donna. Nel passato, le balie erano più numerose (si riferisce alla realtà americana, n.d.r.) perché la domanda era decisamente maggiore e l’allattamento artificiale non aveva soppiantato quello naturale» (H.M. Shelton, Assistenza igienica ai bambini, Igiene Naturale Srl, 1987, pag. 193).

    Nella nostra comunità i ceti meno abbienti, che non potevano permettersi una balia, ricorrevano al latte di capra (nella dose di 3/4 di esso, 1/4 di acqua bollita e zucchero). A Fasano, fino agli anni ’40, era pittoresco vedere i caprai girare la mattina per le vie del paese con le proprie capre. Vendevano buon latte che mungevano al momento. Scene folcloriche di ieri, pregne di umanità! Tra le figure più caratteristiche recuperate dall’alveo della memoria: Pasquäle u Capräre, Maseméine e Pésce Rüsse, che possedevano i loro ovili nella periferia dell’abitato. Le donne, con i bricchi, ne acquistavano due o quattro soldi, e qualche volta anche di più. Con una lira se ne portavano a casa un litro. Il latte, bollito e schiumato, si dava ai neonati; la panna formatasi in superficie durante la bollitura veniva spalmata sulle fette di pane casereccio, costituendo la colazione dei più grandicelli. Nelle famiglie numerose non era possibile soddisfare la voglia di latte dei figlioletti, che ricevevano la zuppetta con pane raffermo solo quando erano ammalati. Accadeva sovente che durante la malattia i piccoli rifiutassero la zuppa, richiesta invece con insistenza durante la convalescenza, ma, ahimè!, invano.

     

    Päne cutte e minestrina

    Dal quinto al settimo mese iniziava lo svezzamento. Durante il giorno, le mamme cibavano i piccoli con il päne cutte. Jinde u pegnatidde (nel pentolino) colmo d’acqua si mettevano la mollica di pane, una testina di papagne, una foglia d’alloro (indispensabile per facilitare la digestione, evitando i fastidiosi doloretti addominali), e l’olio a fine cottura. Una curiosità: la foglia di lauro si divideva in sette parti a ricordo dei “sette dolori” della Madonna. Si riteneva che salvaguardassero il piccolo dalla diarrea. Si lasciava cuocere dolcemente il tutto, facendo ridurre l’acqua a metà. Indi si versava il contenuto in un piatto e lo si schiacciava con una forchetta fino ad ottenere una poltiglia. Così, il “pancotto” era pronto per fare il suo ingresso nello stomaco dei bimbetti, che lo gustavano con avidità. Potere della fame, che rendeva succulento anche ciò che forse tale non era! Una pagina di storia alimentare che non può esimerci dal farci riflettere, rapportandola agli sprechi dell’odierno consumismo. A mezzogiorno, una minestrina di pastina glutinata (il glutine è una sostanza proteica contenuta nei semi dei cereali, usata nella preparazione di paste ad alto valore nutritivo), condita con un filo d’olio d’oliva, costituiva il pranzetto del neonato. Il pasto serale includeva il semolino, un po’ simile all’antico farro dei Romani. Si setacciava il fior fiore della semola, che si portava al forno per farla tostare, fino al raggiungimento di una colorazione dorata. In una casseruola si versavano in ugual quantità acqua e latte, lasciando cadere la semola a pioggerella. Si rimestava e, quando il composto perveniva a una leggera condensazione, veniva condito con una “lacrima” d’olio.

    Tra un pasto e l’altro, latte materno a volontà fino al raggiungimento del primo anno d’età e anche più.

     

    Dal settimo mese in poi

    Dopo i sette mesi il menù variava. A colazione, latte diluito con acqua e biscotti sbriciolati. A pranzo, brodino vegetale con tutte le verdure: carote, zucchine, sedano, patatine, finocchio, cicoria campestre, cipolla, una foglia d’insalatina, una di bietola, pomodorini “della regina”, e infine un tocchetto di formaggio e il sale. A cottura ultimata lo si filtrava e vi si versava la pastina.

     

    Dopo la prima candelina

    Man mano che cresceva, il bambino al mattino si nutriva con latte (o farina lattea diluita in acqua) e biscotti, oppure con pane e marmellata, pan bagnato e zucchero, o tuorlo d’uovo sbattuto con lo zucchero. L’uovo doveva essere rigorosamente di giornata, per cui ogni famiglia possedeva almeno una gallina in casa, ospitata sul terrazzo o addirittura in strada. Fino al dopoguerra, nei quartieri popolari non era insolito imbattersi in qualche gabbia di galline sistemata davanti all’uscio delle abitazioni. Di sera la si rientrava per timore di eventuali furti.

    A mezzogiorno i bimbi più fortunati trovavano nel piatto riso in brodo di carne o vegetale; gli altri si accontentavano di ciò che mangiavano i genitori e gli altri componenti della famiglia. Trattavasi quasi sempre di leguminose, «la carne dei poveri fino al ’900 inoltrato, che hanno reso più vivace e consistente la mensa delle popolazioni rurali assieme a ruta, olio d’oliva, aglio, cipolla, pomodori e ortaggi, rivestendo un ruolo di primo piano nel compensare, anche grazie ai principi antibiotici attivi in esso contenuti, un regime dietetico complessivamente deficitario o squilibrato» (Sorcinelli, op. cit., pag. 73).

    Chi poteva, iniziava a dare ai piccoli il succo di carne cotta a bagnomaria. La signora Zina Spadintessa ricorda infatti che la nonna Vita Ignazia Loconte preparava per i figli, e successivamente per i nipotini, il vitellino condito con olio e sale cuocendolo tra due piatti a bagnomaria. Inoltre, prima che i medici seminassero giustamente il panico fra la gente con lo spauracchio dei germi, le madri solevano masticare il cibo destinato ai figlioletti e metterlo loro in bocca. Questa pratica aveva il vantaggio di insalivare gli alimenti, perfino gli amidi, anche se non assicurava gli enzimi pancreatici necessari a completare il processo di digestione degli amidi. Ad ogni modo non è una pratica raccomandabile.

     

    Rimedi per malanni infantili

    Le nostre nonne non ricorrevano al pediatra per curare i piccoli mali che colpivano i bambini, ma provvedevano personalmente con rimedi antichi, tramandatisi di generazione in generazione. Ne abbiamo recuperato qualcuno, di cui riportiamo ricetta e autrice.

    Decotto per la tosse (di Angela Palazzo). Ingredienti: 40 bucce di mandorle secche; una buccia di arancia amara; tre foglie di lauro; un mazzettino di camomilla; carrube in numero dispari; zucchero q.b.; due litri di acqua. Procedimento: far bollire a lungo dolcemente e filtrare.

    Calmante per tosse e doloretti vari (di Anna Vitale). Ingredienti: una manciata di fiori di camomilla; tre foglie di alloro; 400 g. di acqua. Procedimento: far bollire il tutto, lasciando che l’acqua si riduca di un terzo. Filtrare e addolcire con miele d’api. È salutare nella dose di un misurino per tre volte al giorno.

    Gocce per indigestioni, dolori vari e tosse (di Anna Vitale). Ingredienti: 10 fichi secchi bianchi; 5 o 6 carrube spezzettate; due foglie di alloro; un po’ di fiori di camomilla; gambi di malva; acqua q.b.. Procedimento: riempire un sacchetto di fichi e adagiarlo sullo scendiletto. Pestarlo ogni mattina mentre si rifà il letto, fino a quando i fichi diventano candidi e zuccherosi. Unire la poltiglia ottenuta agli altri ingredienti, lasciando bollire il tutto lentamente. Quando il volume dell’acqua si sarà ridotto, filtrare il composto e somministrarlo in gocce ai piccoli infermi.

    Ci piace concludere questa carrellata di vecchi fotogrammi sbiaditi con la convinzione che i nostri avi erano buone madri e buoni padri. Ciò che erano portati istintivamente a fare per i loro piccoli, in fin dei conti, era la cosa migliore. E noi gliene siamo grati.

     

    di PALMINA CANNONE

     

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