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    Sei su:Home»Mensile»Ieri»Maria Chieco Bianchi in carica dal 1949 al 1954
    Ieri

    Maria Chieco Bianchi in carica dal 1949 al 1954

    I ritratti dei sindaci di Fasano a cura di Secondo Adamo Nardelli pubblicati su Osservatorio e successivamente nel libro "Medaglioni fasanesi"
    RedazioneDa RedazioneAprile 30, 20127 minuti di lettura
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    Maria Chieco Bianchi in carica dal 1949 al 1954 - Osservatorio Fasano
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    FASANO – Quando il Gallo, simbolo della sinistra al potere, affievolì il canto e l’alba trovava difficoltà a spuntare, tutte le altre forze politiche in campo si mobilitarono per la rivincita. Correva l’anno 1949 e la formazione politica più solerte, la Dc, quella prodotta nelle parrocchie, nei circoli cattolici e nelle congregazioni, si preparava al contrattacco contro gli “anticristo” ai quali si negava il diritto di governare. Fu lotta senza quartiere contro il sindaco Di Bari e la giunta socialcomunista, approfittando degli errori e di qualche abuso (più sciocco che pericoloso) fatto dagli amministratori, per consumare quella che appariva più una vendetta che una rivincita democratica. Il sistema maggioritario esigeva apparentamenti con altre forze politiche, e la Dc scelse, per affrontare la campagna amministrativa, i monarchici, organizzati sotto il simbolo della Stella e Corona, rappresentanti della destra nazionale e reduci dalla battaglia per il referendum, che vide la vittoria di scarsa misura dei repubblicani sui monarchici e seminò il sospetto di brogli elettorali consumati dal Ministero dell’Interno, accrescendo così, con la dedotta ingiustizia, i sentimenti di simpatia verso l’esule Umberto II, che fu definito “il re di maggio” per aver esercitato il ruolo sovrano soltanto nel maggio 1946.

     

    A sostenere la causa dei Savoia nella nostra città vi era un giovane intraprendente e svelto che aveva raggiunto posizione dirigenziale anche a livello nazionale nel partito monarchico, triangolando tra l’on. Cicerone di Lecce e il proprietario dell’albergo Oriente di Bari, il comm. Barattolo, che erano considerati i proconsoli del re in esilio in terra di Puglia. La trattiva tra il partito monarchico e i dc locali si svolse tra le delegazioni costituite, tra gli altri: per lo Scudo Crociato da Donato Angelini (detto “il tintore”), Alessandro Pezzolla (detto “di Gesù”), dottore in legge laureato all’Università Cattolica, e Peppino L’Abbate; per la Stella e Corona da Aquilino Giannaccari, Luigi Leone e Peppino Carparelli (detto “Bobe­lìn”). Vi fu, da parte della Dc, una prima offerta al partito monarchico della metà dei consiglieri eletti, poi ridotta a otto e infine a sette. Ma non basta: la Dc pose una serie di veti sui nomi dei candidati proposti dai monarchici, mandando in fumo la trattativa.

     

    Rapida fu la decisione di Aquilino Giannaccari di officiare donna Maria Chieco Bianchi per la candidatura a sindaco di Fasano, convinto che una siffatta personalità poteva assicurare il successo elettorale dei monarchici e costruire una risposta alla Dc, dalla quale i seguaci della Stella e Corona erano stati umiliati in sede trattante. La gentildonna, però, non era favorevole a prestare il proprio nome alla lista. Vi furono parecchi incontri a Bari tra la signora Chieco Bianchi e la delegazione del partito, che più volte rimase a colazione e fu oggetto di una ospitalità cordiale e raffinata. Tuttavia Peppino Carparelli, non ancora esperto nel maneggio di posate, non ne uscì mai soddisfatto, in quanto il cameriere negro di casa Chieco, non appena vedeva posarsi una forchetta nel piatto del futuro commendatore, lo sottraeva, e l’ospite alla fine ne usciva digiuno, per rifarsi con la focaccia di un forno di via Quintino Sella.

     

    L’insistenza di Aquilino Giannaccari ebbe la meglio, e donna Maria Chieco Bianchi divenne capolista della Stella e Corona nella consultazione elettorale amministrativa del 1949. Il risultato fu assolutamente positivo e la Dc ancora una volta rimase sconfitta. Non c’è dubbio che chi ebbe un ruolo determinante nel successo del simbolo monarchico fu Aquilino Giannaccari, con la sua intraprendenza e la sua capacità di stabilire contemporaneità tra idea e azione, adattando «sempre il piano alla battaglia e giammai la battaglia al piano». Tutti riconoscevano e riconoscono in donna Maria Chieco Bianchi una grande signorilità, accoppiata a un modo di essere cordiale e confidenziale. Ciò le valse un vasto consenso elettorale anche da parte del ceto popolare più povero, quello del rione “Barsento”, dove la gentildonna operò un “porta a porta” e fu oggetto di manifestazioni di affetto con frequenti baciamano di riconoscenza. Della giunta monarchica entrarono a far parte, tra gli altri, Donato Caramia, il maresciallo Di Ceglie e Giosè D’Amico.

     

    Sul sindaco era presente l’ombra di Aquilino Giannaccari, che di donna Maria Chieco Bianchi era il pigmalione politico. Addirittura, fuori da ogni norma, il giovane suggeritore, intraprendente e intelligente, si piazzò negli uffici comunali esercitando una sorta di capo-gabinetto che certamente non era consentita ad estranei all’amministrazione. Le battaglie, i ricorsi, le denunzie degli avversari non sortirono alcun effetto, anche perché quelli erano tempi nei quali l’interferenza tra poteri era inammissibile, e i fatti della democrazia, legittimi o illegittimi, venivano lasciati ai partiti ed erano intoccabili.

     

    Quello di donna Maria Chieco Bianchi non fu un sindacato, ma un regno. Il suo portamento, il suo distacco da ogni cosa volgare, il suo essere pronta a venire incontro ai bisogni del popolo, la innalzarono a mito. Il suo carattere generoso, la sua capacità di comprendere i problemi degli altri, ancora oggi fanno di lei una persona eccezionale. In quel periodo Fasano realizzò opere importanti, tra cui l’elettrificazione di tutte le frazioni e del Canale di Pirro (la pratica era stata avviata dall’amministrazione Di Bari); provvedimenti per le opere portuali a Savelletri; istituzione della Mostra artigiana; ampliamento della rete idrica a Fasano, Selva, Laureto, Savelletri e Salamina; istituzione della gara automobilistica Fasano-Selva; motorizzazione dei servizi di nettezza urbana e altri importanti interventi. Durante il sindacato, donna Maria partecipò alle elezioni politiche generali nella circoscrizione Bari-Foggia, risultando la seconda degli eletti alla Camera dei Deputati dopo Delcroix, cieco, grande invalido della guerra ’15-’18 e medaglia d’oro al valor militare.

     

    Una particolare simpatia stabilitasi tra donna Maria e l’on. Giuseppe Romita, ministro dell’interno al momento del referendum e allora ministro dei lavori pubblici, che la gentildonna chiamava scherzosamente “im­broglione” con riferimento al conteggio dei voti referendari sulla forma istituzionale, valse qualche vantaggio alla nostra città nel conseguimento di provvedimenti di finanziamento di opere pubbliche. Donna Maria regalò al suo collega-avversario socialista, che aveva il “vizietto” del fiuto, una tabacchiera d’argento in segno di amicizia e riconoscenza. File interminabili di postulanti popolavano il suo ufficio comunale e la sua abitazione, alla ricerca di un intervento risolutore di piccoli e grandi problemi individuali che non sempre era possibile assecondare. Ma donna Maria, persona di sensibilità umana eccezionale, laddove non poteva recare aiuto materiale non faceva mancare la sua solidarietà fraterna (cosa non facile per una aristocratica).

     

    La visita a Fasano, con ricevimento ufficiale in municipio, del grande comico Totò, fu un colpo di teatro di notevole valore propagandistico, atto a soddisfare sia il desiderio dei grandi scenari che ha sempre guidato l’opera proficua di Aquilino Giannaccari, che l’esigenza di aristocratico rito di donna Maria. E anche il popolo fu felice di applaudire Antonio De Curtis, principe di Bisanzio. Nell’occasione, Totò, signore della scena e della vita, offrì cinquantamila lire per l’assistenza agli anziani. Ancora oggi, donna Maria, al di fuori e al di sopra di ogni distinzione politica, è nel cuore di tutti. E non sono pochi coloro che si recano espressamente a Bari per rendere omaggio a un’aristocratica da campo e non da salotto, che ha sempre com­preso che il punto più alto della nobiltà sta nel sentirsi simile agli altri.

     

     

    Secondo Adamo Nardelli

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