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    Ieri

    In giro tra gli effluvi di cipolla

    Dalla Quaresima al Venerdì Santo della tradizione fasanese
    RedazioneDa RedazioneAprile 6, 20126 minuti di lettura
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    In giro tra gli effluvi di cipolla - Osservatorio Fasano
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    di PIERLUIGI GIORDANO CARDONE

    L’alba porta con sé i colori pastello dei quotidiani risvegli del Sud… Osservo i tronchi contorti degli ulivi e penso allo spirito decadente del paesello, alle sue contraddizioni, agli immancabili paradossi, ai luoghi storici della fasanesità: è una visione patafisica, seguendo l’arte e il simpatico delirio della scienza delle soluzioni immaginarie.

    Inforco il mio cavallo, una sgangherata bici anni ’70, con quel sospiro di meridionalità che sa godere della tradizione. È venerdì, e le campane stranamente non testimoniano ancora il farsi del giorno. Ma che sarà mai successo? Voglio vederci chiaro. Imbraccio la mia “scarrizza” e mi dirigo dalla campagna verso il paese. Il mio rapporto con la strada e i chilometri è di straordinaria simbiosi, quasi che io, il territorio, la bici e … le buche diventassimo una cosa sola.

    Un invadente vento eli scirocco abbraccia l’aria, spolverando le tinte di una primavera ancora incerta: la “scarrizza” cigola sinistramente, colonna sonora del mio mulinare “girardenghiano”. Il tragitto è lungo, popolato di scorci e quadretti bucolici, e nasconde nella sua essenza il topos del viaggio visionario e surreale. Si va dal mare a Fasano, da Fasano al mare; dalla descrizione alla curiosità, dalla curiosità all’immaginazione più scanzonata. Manca poco all’una. Il corso Garibaldi è tutto un formicolare di gente indaffarata che, tra pacchi, pacchetti e buste, non può notare la mia insolita figura che s’aggira furtiva. La pedalata si fa pesante e il respiro affannoso: so di non essere più un giovincello e cerco ristoro in uno dei tanti bar che costellano le vie lastricate del centro cittadino. Poggio la bici contro una fioriera, mi stiracchio (neanche avessi scalato il Mortirolo) e riprendo fiato. Poi quell’olezzo inconfondibile, pregnante, che inonda olfatto, tatto e gusto, che contamina vesti, pelle e innata curiosità. Quell’agreste odore di forno che cerco nel ricordo bambino di masseria, Sud, salsa e calzone ripieno. La smania di sapere vince la timidezza: nel bar la mia tazzina è vuota da un pezzo, ma sono ancora lì, in attesa di risolvere lo strambo enigma. Un pingue figuro entra nel locale col suo bravo carico di tegami intovagliati: posa il fardello ancora fumante e ordina un digestivo. Mi avvicino in cerca di verità ma il suo oracolo parla una lingua tra il sanscrito e l’aramaico, la cui piena comprensione si rivela assolutamente proibitiva.

    Venerdì santo, cipolla, focaccia, tradizione: la confusione regna sovrana, l’appetito tira i primi calci allo stomaco. Opto per una passeggiata chiarificatrice nel centro storico, zoccolo duro di ogni usanza e portatore sano di ethos. Aria stralunata, occhi al cielo ed incedere goffo: in giro non c’è nessuno, il fasanese medio gozzoviglia. Rimango attonito ed impietrito. Le “chianche” di forme diverse mi impegnano in un cammino accidentato, quando un’ombra di gambe umane penzolanti dall’alto prima mi atterrisce e poi mi fa sorridere: è un fantoccio con fattezze umane, precisamente di donna non proprio giovane, munito di taralli, aglio, acciughe, fuso e quant’altro.

    Continuo nel mio iter tra quadri vie viuzze, che si stendono come a proteggere la chiesa madre, ma sono inquieto: ho fame. Prima di tutto, però, voglio capire, voglio sapere … di focaccia e campane mute, di pupazzi in bella mostra e misteriosi ornamenti. Immerso in tali interrogativi, decido di fermarmi sugli scalini di un’abitazione: il fumo grigio-blu di una sigaretta acuisce l’aura di mistero, il profumo d’arcano … ma l’olezzo di cipolla cotta copre tutto. Busso a una porta. Risponde una voce gentile e dolce, quasi intimidita. Dico di essere un turista e di aver impellente bisogno d’una toilette: la nonnina mi intima di salire, senza pensieri, senza tentennamenti. Dopo una tortuosa rampa di scale, piombo nel favoloso mondo di questa novantenne fasanese, cultrice di folklore, da sempre abitante in via Madonna della Stella. Il suo cane abbaia e salta, funambolo d’un volpino. L’itagliano incerto della donna riempie il comprensibile silenzio con una genuina accoglienza, tutta meridionale, e sazia fame e smania di cultura “fatta in casa”. «Non è vero che son turista – dico – e non mi spinge la fisiologia: ho fame di casereccio e di tradizione, ho dubbi e curiosità da saziare! ». La nonnina va in cucina e ritorna con un piatto stracolmo: «Questa è la mia focaccia ripiena con cipolla e spunzale: tu mangia, e nel frattempo io ti spiegherò tutto».

    Si aprono le danze: la Quarantana, la terra che muore e rinasce, il calendario contadino e la fugacità della vita, i canti di questua all’uovo (simbolo d’abbondanza) e le donne che impastano focaccia per l’esigenza di una pietanza fredda (il Venerdì Santo le fasanesi d’una volta non accendevano il fuoco, non si pettinavano, non svolgevano le abituali mansioni domestiche e si scioglievano i capelli in memoria della Maddalena, trascorrendo l’intera giornata in chiesa per assistere il Sepolcro). E ancora: il grano cotto al buio e la pignata, cose cristiane e cose pagane, processioni e profanità… Le ore volano via veloci. Incamero nozioni e mangio con forsennata passione queste prelibatezze artigianali.

    Ma fuori è quasi sera, e la mia “scarrizza” giace incustodita da troppo ormai. Inoltre la strada del ritorno è lunga, e le mie gambe sono zavorrate da quanto ho mangiato. «Tra discorsi senza tempo – dico alla gentile nonnina -, proprio quest’ultimo diventa tiranno: è ora che io vada, ma ritornerò sotto quest’arco… ameno portatore di fasanesità». Il cane non abbaia più ed è buffo nel suo scodinzolare. La signora comprende e mi congeda un po’ a malincuore: spesso le parole degli anziani nascondono un’umanità disarmante. La via vecchia per Savelletri mi abbraccia affettuosa, il vento in faccia scompiglia chioma e razionalità, i paesaggi marittimi al tramonto svelano un’anima romantica e trash, tra tinte impressionistiche e rifiuti solidi urbani: anche questo è Sud!

    La “scarrizza” saetta agile tra muretti a secco e fichi d’india: sto tornando nel mio regno di campagna. Con in testa le parole della nonna, mi abbandono alla speculazione più sfrontata, immaginando un borgo medievale abitato da un popolo simpatico e bislacco, che affonda le proprie radici nei culti agresti della morte e della vita. La Quarantana diventa così una sorta di totem, la dea Calì della prosperità: in un certo periodo dell’anno viene venerata con ogni sorta di rito e omaggio, canto e leccornia, e si ciba di focaccia ripiena, sua personalissima ambrosia. Gli effluvi “cipolleschi” fungono da incenso, e le parole dei “canti all’uovo” diventano la sua Bibbia … Il fasanese medio le è assolutamente devoto, e nel Venerdì Santo le si avvicina idealmente, sfruttando lo stato di trance di una digestione mai così ingolfata. Egli tira avanti tra i canti fino a notte inoltrata, per poi abbandonarsi al soporifero abbraccio di un Morfeo alticcio e dissacrante, foriero d’una domenica pasquale in cui tutto torna alla normalità, anche i politici. Poi un interrogativo: e se la Quarantana fosse proprio la nonnina che mi ha erudito per testimoniare la sua stessa esistenza?

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