Dai primi passi tra i balli caraibici in tenera età fino al diploma da ballerino professionista ottenuto in Austria, Gabriel Potenza incarna la passione e la determinazione di chi ha scelto la danza non solo come arte, ma come stile di vita. Originario di Fasano, Gabriel ha saputo affrontare con coraggio ogni tappa del suo percorso: dai sacrifici della famiglia al trasferimento a Roma per studiare al Teatro dell’Opera, fino all’ingresso in una compagnia internazionale.
In questa intervista, Gabriel si racconta con sincerità e profondità: i sogni da bambino, le difficoltà, le audizioni, le esperienze indimenticabili sul palco, il legame con i maestri e l’amore per la propria famiglia. Un dialogo autentico con un giovane artista che, con i piedi ben saldi a terra e il cuore proteso verso l’alto, continua a danzare seguendo ciò che lo fa sentire davvero vivo.

Gabriel, ci racconti il momento preciso in cui ti sei innamorato della danza?
«Credo all’ età di quattro anni; dopo aver fatto la mia prima lezione di balli caraibici, sentivo il mio corpo in maniera diversa, come se scoprissi nuove parti di esso: dopo quella volta non sono più riuscito a staccarmi dalla danza».
Quali sono i tuoi primi ricordi legati allo “Studio 54” di Fasano?
«Ricordo perfettamente la mia prima volta sul palcoscenico: mi sentivo rinato e con una giusta dose di ansia, ma con tanta voglia di fare».
Come reagivano i tuoi coetanei al fatto che da bambino ballavi generi come caraibico e hip-hop?
«Al giorno d’oggi sembra strano iniziare con hip hop e caraibici, soprattutto nel mondo della danza classica dove si comincia da molto piccoli, per cui era visto in maniera un po’ strana».
Come hai vissuto l’esperienza del musical Weekend di Francesca Cipriani a Roma?
«Credo che il musical Weekend mi abbia formato tanto, sia professionalmente che umanamente: mi ha dato fiducia in me stesso. La direttrice del musical Weekend Francesca Cipriani mi ha fatto scoprire il mondo della danza classica e la ringrazio moltissimo, poiché è stata lei a mandarmi al Teatro dell’Opera di Roma».

Che cosa hai provato quando ti è arrivata la proposta di trasferirti a Roma per studiare al Teatro dell’Opera? Quale è stata la tua esperienza formativa lì?
«Inizialmente la proposta mi spaventava, d’altronde avevo solo 10 anni e vivevo in un’altra regione, però volevo scoprire e sperimentare il mio corpo e la danza, così, con tanti sacrifici da parte dei miei genitori, decisi di provarci. Ho trascorso 5 anni nella scuola di danza e ho ricevuto una formazione tecnica che tutt’oggi mi accompagna nel mio percorso, soprattutto grazie al maestro Gerardo Porcelluzzi perché non ha mai smesso di credere in me, anche quando io facevo fatica a credere in me stesso».
I tuoi genitori hanno avuto un ruolo fondamentale nel tuo percorso. Cosa vorresti dire loro oggi?
«Vorrei ringraziarli per tutti i sacrifici che hanno fatto per me, hanno lasciato tutto ciò che avevano in Puglia solo per permettermi di inseguire il mio sogno senza mai chiedermi nulla indietro, non sarò mai grato abbastanza per questo e un giorno li ripagherò di tutti i sacrifici che hanno fatto per me; loro sono stati, sono e saranno la mia roccia».
Quali emozioni ricordi più vividamente durante gli spettacoli a cui hai partecipato, come Lo schiaccianoci o Imago?
«Era tutto nuovo per me e le emozioni dello Schiaccianoci (ad oggi uno dei miei spettacoli preferiti) erano fortissime, la magia di uno spettacolo del genere è impensabile, soprattutto nel periodo natalizio e Giuliano Peparini (coreografo) mise insieme ballerini classici e ballerini di break dance creando un contrasto magico per il pubblico e soprattutto per me poiché era una cosa totalmente nuova».
C’è stato un momento in cui hai pensato di mollare? Se sì, cosa ti ha spinto a continuare?
«Non nego che ci sono stati dei periodi difficili nel mio percorso, a volte credevo di non essere abbastanza per il mondo della danza oppure di non potercela mai fare, ma ho sempre avuto la mia famiglia e insegnanti al mio fianco che mi hanno sempre incoraggiato a non mollare mai e a credere in me stesso».
Cosa ti ha spinto a scegliere proprio Vienna per proseguire i tuoi studi?
«Mi è stata strettamente consigliata da persone che hanno sempre creduto in me, Vienna è la città dell’arte e della musica; insomma, lì la gente durante la sera magari preferisce andare a un galà o magari a un concerto, volevo che la danza avesse valore e decisi di provarci».
Che differenze hai notato tra il metodo di insegnamento italiano e quello austriaco?
«Credo che il metodo di insegnamento austriaco lasci più libertà alle proprie emozioni, con tanta disciplina ma anche tanta complicità».

Quale tra gli spettacoli affrontati in Austria ti ha dato di più, artisticamente o umanamente?
«Principalmente JIT di Kinsun Chan e Prisma di Christiana Stefanou, mi hanno dato nuove prospettive e nuove emozioni, la storia, le luci e le scenografie erano magnifiche, mi hanno dato la possibilità di esprimere me stesso attraverso nuovi stili come il contemporaneo e il neo-classico».
Cosa hai provato il giorno in cui hai ricevuto il diploma da ballerino professionista?
«Mi sembrava surreale e le emozioni erano fortissime, dopo anni di accademia finalmente mi sentivo completo e realizzato».
Com’è andato il periodo delle audizioni internazionali? Hai qualche aneddoto particolare?
«Penso sia stato il periodo più difficile della mia vita, ti rendi conto di quanti ballerini ci sono effettivamente in giro per il mondo e quanti di loro come te cercano una compagnia dove poter lavorare. Mi ricordo che nelle le prime audizioni ero molto in ansia perché c’erano più di 400 ballerini e i posti erano solamente 5, la selezione era molto dura e si veniva scelti durante l’audizione e dopo ogni singolo esercizio. Dopo aver fatto tantissime audizioni, il mio consiglio è quello di pensare solamente a te stesso e non basarti sugli altri, l’importante è dare il proprio meglio e godersi il momento senza stress. Alla fin dei conti la Danza è soggettiva e non oggettiva».
Puoi dirci qualcosa sulla compagnia con cui inizierai questa nuova avventura?
«È una compagnia che mi ha molto ispirato sia per le tournée che per il repertorio durante l’anno, dandomi la possibilità di lavorare con coreografi, insegnanti e ballerini di livello internazionale».
Quali ballerini o coreografi ti ispirano maggiormente?
«I ballerini che mi hanno sempre ispirato sono Daniil Simkin, Adamzhan Baktiyar e Giorgi Potskhishvili».
Cosa significa per te “essere un ballerino professionista” oggi?
«Equivale a una soddisfazione immensa, poter lavorare facendo ciò che amo è ciò che ho sempre sognato».
Hai un sogno particolare nel cassetto che ancora non hai realizzato?
«Tendo sempre a puntare in alto e aspiro a diventare un primo ballerino un giorno, questo è il mio più grande sogno, ma per realizzarlo ho ancora tanta strada da fare».
Che consiglio daresti a un bambino che sogna di diventare un ballerino, ma ha paura di cominciare?
«Direi che non bisogna aver paura del giudizio degli altri, non importa cosa la gente pensa di te, insegui ciò che ti dice il cuore e dai il massimo per raggiungere i tuoi obbiettivi, l’unica persona con cui dovrai mai paragonarti è solo ed esclusivamente te stesso».


