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    Ieri

    Una inchiesta di 30 anni fa sulla cultura fasanese

    Molti dei problemi di ieri raccontati in un approfondimento di Quotidiano, con interviste ai personaggi dell'epoca,non ancora risolti
    RedazioneDa RedazioneOttobre 30, 20174 minuti di lettura
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    Una inchiesta di 30 anni fa sulla cultura fasanese - Osservatorio Fasano
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    A cavallo tra il 1986 e il 1987 fu pubblicata dal “Quotidiano di Lecce” un’inchiesta sulla cultura a Fasano.

    Spinto dalla voglia di raccontare e scrivere la città nella quale da qualche anno vivevo, varcai la soglia della redazione di “Quotidiano” a Brindisi, in via Dalmazia, per incontrare l’allora caposervizio Adelmo Gaetani. Dopo avere scritto e pubblicato qualche articolo di cronaca, Gaetani mi propose un’inchiesta, non sapeva dirmi su cosa, in sei puntate ognuna di sei cartelle, e che riguardasse Fasano.

    “Sei cartelle” significava che ogni puntata avrebbe preso mezza pagina del tabloid salentino oppure una intera se fosse stato corredato da fotografie. Insomma, una sorta di sfida che Adelmo Gaetani lanciò per verificare, probabilmente, se avessi la stoffa del cronista oppure per accertare se Fasano avesse da raccontare qualcosa da meritare tutto quello spazio. Non saprei dire quale fosse la bonaria provocazione. Forse entrambe.

    Accettai, e rilanciai. Gli dissi che avrei potuto raccontare della cultura a Fasano. Gaetani mi guardò sornione: “Sei sicuro?”. Sorridendo gli risposi di sì e l’esposizione di uno schema, da me tracciato lì per lì su un foglietto, lo persuase.

    A trent’anni di distanza, confidando sull’amicizia e ospitalità del direttore Zino Mastro, che ringrazio, quell’inchiesta viene pubblicata nuovamente ma con un senso più che altro documentale.

    Nel rileggere gli articoli, è inutile che io lo nasconda, il flusso di emozioni è stato notevole e dai colori fortemente contrastati: io e tutti coloro che all’epoca interpellai per raccogliere materiale avevamo trent’anni in meno. Alcuni non ci sono più.

    Ma, l’emozione riguarda anche il rapporto che ho con Fasano, città dalla quale mi sono fatto adottare e con la quale da subito ho intrattenuto una relazione d’amore e conflittualità, proprio come si conviene ad un legame affettivo passionale, autentico e duraturo.

    L’immagine che emerge dalla lettura di questi articoli, che anche su questo giornale saranno pubblicati a puntate, è quella di una città che, allora come oggi, possiede un potenziale di risorse umane, intellettuali, professionali nonché territoriali, geografiche ed economiche, superiore a quello che si può trovare nei comuni limitrofi ed oltre.

    Leggendo questa inchiesta si noterà come alcuni dei progetti e delle buone intenzioni di trent’anni fa – alcune ingenuità anche del cronista – sono rimasti tali e depositati in un qualche cassetto della memoria. Altri hanno avuto seguito ed oggi sappiamo che nuove iniziative sono sorte e portate avanti. Per cui, la riproposta di questi articoli potrebbe anche assumere la valenza di confronto tra quel che eravamo e quello che siamo.

    Oggi ritengo che siamo culturalmente più poveri. Ma, com’è ovvio, questo dato è generale e non ha a che fare solo con Fasano. Siamo più poveri perché la proposta culturale – che onestamente non so nemmeno se, in molti casi, possa essere chiamata tale – è succube della spettacolarizzazione, dell’evento ad ogni costo e del turismo così come attualmente lo conosciamo e che, ormai da qualche anno, sta trasformando la Puglia in una scenografia, una cartolina a tinte pop, buona per i forestieri, ma non tanto per gli indigeni che sempre più spesso si vedono spogliati della loro identità culturale, appunto. Una Puglia finta, con quinte in cartongesso, buona per gli americani e non solo, che però sta gradualmente perdendo la forza culturale poiché, in nome del profitto, abdica al diktat del mercato turistico di massa che tutto dissacra – nel letterale senso del termine, che toglie sacralità – e involgarisce.

    Non penso che sia cultura quello che vediamo. Magari è turismo oppure spettacolo, più o meno ben fatti, ma non cultura.

    Il confronto con la Fasano di trent’anni fa potrebbe essere utile a recuperare l’autenticità di una identità culturale che all’epoca non era ancora in declino. Al di là di ogni nostalgia, che tanto serve solo ad alimentare la tristezza, bensì guardando ad un futuro orientato all’essere piuttosto che all’apparire.

    (1. Continua)

    Bruno Marchi

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