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    Ieri

    Donato De Carolis in carica dal 1993 al 2002

    I ritratti dei sindaci di Fasano a cura di Secondo Adamo Nardelli pubblicati su Osservatorio e successivamente nel libro "Medaglioni fasanesi"
    RedazioneDa RedazioneMaggio 5, 20126 minuti di lettura
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    Donato De Carolis in carica dal 1993 al 2002 - Osservatorio Fasano
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    FASANO – Donato De Carolis, 42 anni, laureato in scienze agrarie, ha dimostrato la sua bravura non solo nella professione, ma anche in po­litica, dove ha introdotto metodi di “coltivazione” del consenso, conseguendo risultati che mai, dico mai, altri esponenti della vita pubblica sono riusciti ad ottenere. Pre­ferisce, tra i metodi, l’innesto. Egli stesso è il prodotto di un innesto po­li­tico. Conosciuto come socialista della sinistra del Psi, poiché costituiva la linea di continuità con la politica di “solidarietà nazionale” sulla quale si erano formate le diverse giunte locali, fu collocato a piè pari sulla sedia di primo cittadino di Fasano allorquando la sacra poltrona fu lasciata dal sindaco Latorre. Lo scorcio di quella “legislatura” lo vide attento e infaticabile tessitore di alleanze trasversali con esponenti di altri partiti che il ciclone giudiziario nazionale andava dissolvendo, dando alla parola “partito” un significato blasfemo e suscitando un’ondata di “nuovismo” indistinto nella vita pubblica che ancora oggi stenta a farsi vedere.

     

    Ma facciamo un po’ la storia. Alle elezioni amministrative del 1990, quando il Psi conseguì uno straordinario successo conquistando 11 consiglieri, De Carolis, leader della corrente lombardiana, fu il 3° degli eletti con 973 voti di preferenza, preceduto da Saverio Sardone (1.106 voti) e da Pierino Dell’Anno, capolista e primo degli eletti. Da questa posizione, favorito da una congiura di circostanze favorevoli, ascese alla più alta carica comunale. Quindi De Carolis divenne sindaco avendo corpo e sangue socialista. Gli si prospettarono così 20 mesi di esercizio del potere per prepararsi alle elezioni amministrative con la nuova legge. Della sua giunta di centrosinistra facevano parte gli esponenti più produttivi, sul piano elettorale, appartenenti ai quattro partiti che la costituivano. La capacità di De Carolis di intrecciare rapporti trasversali con elementi di altri partiti si rivelò concreta ed eccezionale, anche perché i suoi interlocutori non gli erano da meno. Pure con alcuni ex assessori, esclusi quelli di sinistra che avevano fatto parte delle giunte precedenti alla sua, mantenne un buon rapporto, aiutandoli a conservare potere nei confronti degli elettori. Le riunioni conviviali periodiche servirono a rinsaldare un rapporto di amicizia extrapolitico che doveva poi costituire il fondamento della lista che condusse De Carolis al grandissimo successo elettorale.

     

    La prima cura di De Carolis fu di “picchettare” letteralmente tutte le frazioni, dove peraltro i suoi cercatori di voti, come cani da tartufo, seppero utilizzare i rapporti interpersonali consolidati in una consuetudine affettiva durata per circa due anni, durante i quali il sindaco non aveva lesinato il suo benestare per le richieste pubbliche e private provenienti dalle zone individuate come proficue ai fini elettorali. Sorse però il problema di come chiamare la lista. E qui la bravura dell’agrimensore doveva toccare i vertici più alti: fare, cioè, un innesto sulla propria qualità politica affinché non apparisse più il garofano craxiano. Trasformismo o mimetizzazione? Sta di fatto che Donato prese dalla pianta Segni una gemma e la innestò sul socialismo, che attecchì facendo na­scere il Patto dei Democratici. Come un allegro prestigiatore, De Carolis si tolse il mantello foderato di rosso e, alzando la mano, rivolto agli amici, esclamò: «Olè, il gioco è fatto!». Fu questo il vessillo da combattimento che si innalzò nella competizione elettorale, con De Carolis che aveva cambiato casacca o pelle politica per consentire la confluenza sul suo nome dei voti trasversali e l’ingresso nella sua lista di elementi fiduciari di chi operava nei retroscena o correva con altri simboli in competizioni extra comunali.

     

    E venne il giorno della grande battaglia. Al nastro di partenza vi erano sette liste, ma solo cinque di esse ebbero risultati apprezzabili. Il Polo di destra partecipò separatamente alla competizione, in quanto al suo interno era sorto il problema del candidato sindaco, che veniva rivendicato da Forza Italia per Ettore Massari e da Alleanza Nazionale per Nicola Amati. Inoltre, all’interno di Forza Italia c’erano due posizioni rappresentate da altrettanti dirigenti, uno dei quali sosteneva una candidatura esterna, non attribuendo alcun valore elettorale all’ingresso dell’ex socialdemocratico Massari e del suo gruppo. Ciò portò a una rottura anche all’interno di Forza Italia. Non c’è dubbio che i dissapori tra le due forze del Polo abbiano agevolato il sindaco De Carolis, che riuscì a ottenere un risultato eccezionale piazzandosi al secondo posto con 4.620 voti, dopo Latorre che ne ebbe 5.061 (Amati 4.378, Massari 4.273, Zizzi 3.542). Anche le parrocchie, anzi i parrocchiani, meglio le parrocchiane, nel ricordo di quel sant’uomo di suo fratello, la benedett’anima di don Cosimo De Carolis, fecero il fioretto del voto. Fortuna delle fortune, il ballottaggio non mise di fronte a De Carolis una forza di destra dalla quale sarebbe stato comunque eliminato, ma l’esponente del Pds Nicola Latorre, che, per quanto valido e apprezzato, proviene da una forza che qui da noi non è mai riuscita a sfondare per le stesse caratteristiche socio-economiche della città. E al ballottaggio, per il canale obbligato del Patto dei Demo­cra­ti­ci, di cui, dopo l’opportuna mimetizzazione, De Carolis era leader, raccolse tutti i suffragi della destra, consentendo all’eletto di sedersi sul 61,34% dei voti validi.

     

    L’unico “pattista” divenuto sindaco in Italia è Donato De Carolis, agrimensore, dottore in agraria e alchimista della politica del consenso. Come dire, è il “Campione d’Italia”, senza riferimento al luogo che accoglie una delle case da gioco più famose d’Europa. Però l’on. Mario Segni è ingrato: non si è mai peritato di far visita al nostro Comune e al nostro sindaco, che gli ha dato la possibilità di far uscire vittorioso il suo simbolo in questa città popolata da uomini dagli “svariati sensi”. Donato De Carolis, gradito o sgradito, è il sindaco di tutti, perché rappresenta la città e la comunità. Ma non sempre la fortuna ci assiste. Perciò gli diciamo che l’ora delle abilità elettorali si è ormai conclusa da tempo. Adesso occorre governare con limpidezza e senza furbizia, evitando il piccolo cabotaggio di potere e affrontando i grandi problemi della città, se si vuole conservare la fiducia e il consenso. Non bisogna mai dimenticare che «si può essere più furbo di un altro, ma non si può essere più furbo di tutti gli altri». E tutti gli altri sono tantissimi, e possono repentinamente cambiare opinione. La grande fortuna, e perché no, anche l’abilità con la quale è stato conseguito il successo, ne rende difficile il mantenimento e impossibile il ripetersi. Io non darei troppo peso alla Bibbia, che afferma: «Infinito è il numero degli stolti», o ad un saggio francese secondo il quale: «Les sots depuis Adame sont en majorité » (gli sciocchi, dal tempo di Adamo in poi, sono in maggioranza). Quelli che hanno votato il sindaco non sono né stolti né sciocchi, e troverebbero senz’altro il tempo di castigarlo se non esercitasse la sua funzione con trasparenza, evitando ogni situazione che possa comunque destare sospetti.

     

     

    Secondo Adamo Nardelli

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