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    Attualità

    Commemorazione Franco Zizzi: le parole del sindaco di Fasano Francesco Zaccaria

    Il primo cittadino ha sottolineato come Fasano, con lo scoprimento della targa, abbia, colmando una lacuna, finalmente omaggiato uno dei suoi figli migliori
    RedazioneDa RedazioneAprile 24, 20188 minuti di lettura
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    Commemorazione Franco Zizzi: le parole del sindaco di Fasano Francesco Zaccaria - Osservatorio Fasano
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    FASANO – Colmata una lacuna lunga 40 anni. La targa in piazza Ciaia in onore di Franco Zizzi e delle altre vittime di via Fani fa sì che la città di Fasano rinsaldi il forte legame che ha sempre avuto con la figura del poliziotto ucciso il 16 marzo del 1978 durante il rapimento di Aldo Moro. Ma una traccia indelebile, almeno fino a ieri (lunedì 23 aprile) non era ancora stata lasciata.

     

    "Affrontando una tragedia come quella della improvvisa perdita, e per di più violenta, di un proprio caro, la cosa più difficile è ricostruire una quotidianità – ha tenuto a dire il sindaco Francesco Zaccaria nel suo intervento prima dello scoprimento della targa in piazza Ciaia -. È toccato alla famiglia Zizzi questo lento calvario di sofferenza, cominciato durante la Pasqua di quaranta anni fa. Ma in questi quarant’anni, insieme alla fede di una famiglia profondamente credente, non è mancato il sostegno morale di tutta la comunità fasanese, senza eccezioni. Quarant’anni fa la tragedia sconvolse tutti, anche noi che eravamo bambini, come suscita orrore, e rispetto per le vittime, oggi. A Fasano nessuno ha mai parlato di “compagni che sbagliano”, né si è lanciato in assurdi distinguo: a Fasano il dolore ha generato unità e solidarietà, oltre le appartenenze politiche e oltre le ideologie, che erano la forza ma anche il limite della politica di quell’epoca; e proprio in questo si trova il senso dell’essere comunità. In più occasioni mi sono espresso, a proposito di Franco Zizzi, sul dovere come valore: voglio tornare di nuovo su questo concetto, e mi fa particolarmente piacere poterlo fare in presenza del Capo della Polizia, Franco Gabrielli, che ci ha voluto onorare della sua presenza come vertice di un Corpo che del dovere fa da sempre il proprio quotidiano. Il dovere infatti non va più di moda. Il dovere è scomodo. Il dovere è rischioso. Ma il dovere non è soltanto l’impegno che prendiamo con la società civile, tutti i giorni, sul nostro posto di lavoro o di responsabilità, come primi fra tutti ci ricordano quanti vestono una divisa: anche in famiglia, nelle amicizie, in ogni tipo di relazione umana abbiamo dei doveri, di lealtà, di correttezza, di onestà. Franco Zizzi, che al suo dovere non si è sottratto, ce lo ricorda da quarant’anni, e per questo credo che ben si adatti alla sua figura, e al suo ricordo, quanto detto una volta da Nelson Mandela: “Quando un uomo ha fatto il suo dovere per la sua gente e il suo paese, può riposare in pace”. Fasano colma oggi per questo una lacuna: era rimasto l’ultimo comune d’origine delle vittime di via Fani a non avere ancora ricordato con un monumento il proprio figlio caduto per il dovere. Oggi questa grave dimenticanza finisce: Franco riceve finalmente dalla sua città, e per sempre, il miglior omaggio che possa meritare: essere indicato come esempio della forza insopprimibile della democrazia e delle istituzioni".

     

    Il primo cittadino fasanese si è poi reso protagonista di un secondo intervento, al Teatro Sociale, dove la cerimonia è proseguita. "A tutti voi che siete oggi uniti alla città’ di Fasano nel ricordo di Franco Zizzi, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Aldo Moro, rivolgo un caloroso saluto di benvenuto, mio personale e dell’intera comunità’ fasanese che rappresento – ha detto Zaccaria -. Caloroso, perché essere vicino a chi deve affrontare il dolore di un simile ricordo è un dono di calore umano che, se non restituisce la perdita irreparabile, permette almeno di sentire attorno a sé quell’affetto senza il quale una prova così tremenda non si può superare. Un benvenuto particolare al capo della Polizia di Stato, Franco Gabrielli, che ha deciso di onorarci della sua presenza come sottolineatura dell’attualità del sacrificio di via Fani, punto di svolta della storia di un’intera Nazione. Poco fa, in piazza Ciaia, abbiamo parlato in particolare del nostro concittadino Franco Zizzi, scoprendo la lapide che ne ricorderà per sempre la figura ai fasanesi e ai viaggiatori di passaggio. Permettetemi di completare la mia riflessione di oggi, rivolgendo un pensiero anche alla figura, oserei dire gigantesca per quanti occupano un posto di pubblica responsabilità in politica, di Aldo Moro. Al suo nome, da quando ci è stato strappato in modo tanto violento, si associa sempre la parola: statista. Ma chi è lo statista? Spesso non siamo capaci di darne una definizione. Statista è, permettetemi di proporvi la mia personale convinzione, colui che ha la capacità di intuire l’evoluzione della società e le sue trasformazioni: di conseguenza lo statista è capace di captare per primo i nuovi bisogni che queste trasformazioni producono per i cittadini, ed opera perché si creino i presupposti che conducano a soddisfare questi nuovi bisogni, producendo, infine, rispetto per la classe politica e le istituzioni. Per realizzare tutto questo, occorre essere in possesso di una capacità di mediazione fuori dal comune sia nella società che nella politica; mediazione intesa non come compromesso al ribasso ma come capacità’ di far incontrare quel che unisce e allontanare quel che divide. Aldo Moro, e non sia detto come naturale forma di rispetto per chi ci ha lasciato, ed in modo così violento, possedeva queste qualità’ forse come nessuno, nella politica italiana del Novecento, e quanto avremmo bisogno di persone come lui in questi giorni di difficile crisi politica. Nel 1968, la società italiana era scossa, come tutti ricordano, dal fermento di una gioventù che reclamava spazio, ascolto, protagonismo: bene, Aldo Moro, neanche da ministro degli Esteri, nonostante i frequentissimi viaggi che la carica imponeva, ha mai rinunciato al contatto con i giovani che gli derivava dal fare lezione all’università ogni mattina, e dal trattenersi circa un’ora con gli studenti subito dopo. Qualche volta, è noto, faceva addirittura capolino alle assemblee studentesche, in ultima fila, in piedi in fondo alla sala, con il fido Leonardi sempre accanto. Quanto avremmo bisogno oggi di politici cosi dotati di capacita di ascolto, e quanto esempio ricaviamo noi pubblici amministratori da questo tipo di comportamenti. In quello stesso 1968 Moro cosi interveniva ad un convegno di giovani della Democrazia Cristiana: “I giovani non sono più solo destinatari di provvidenze, passivi beneficiari di una iniziativa burocratica dello Stato, in questo caso veramente inconcepibile. Invece, secondo una concezione moderna e democratica della società e dello Stato, i giovani sono, per la loro parte, protagonisti, gestori dei propri interessi, custodi dei propri ideali, liberi creatori del proprio avvenire e, in definitiva, di quello del Paese”. Analisi ineccepibile, visione lucida: era questa la politica di Aldo Moro, troppo spesso ingiustamente accusato di estenuanti bizantinismi che in realtà’ erano solo reale, autentica capacità’ di sintesi. Proprio questa capacità di ascolto, analisi e sintesi furono alla base della cosiddetta “strategia dell-attenzione”, poi diventata formula politica con il Compromesso storico, o Solidarietà nazionale che dir si voglia; oggi forse la chiameremmo, con un termine alla moda, Grosse Koalition. È quasi profetico Moro nel parlare proprio a Bari, nel giugno 1969, al congresso regionale della Democrazia Cristiana pugliese: “Più le masse popolari avranno il senso dello Stato attraverso il proprio inserimento, più la democrazia sarà forte e le tentazioni autoritarie saranno eluse”. Si era a pochi mesi dall-inizio della strategia della tensione, con la bomba di piazza Fontana e Moro aveva già compreso che continuare ad escludere del tutto le masse popolari dai processi decisionali avrebbe messo in pericolo la democrazia, cosi faticosamente conquistata dalla sua generazione. E infatti, sia pur a prezzo di una dolorosa conflittualità’ che degenerò in parte in quella violenza di cui egli stesso è stato vittima, fu proprio la parte sana della società di massa a impedire che i terrorismi di destra e di sinistra prendessero il sopravvento. Anche nella segregazione degli ultimi giorni della sua vita, non mancò di dimostrare, nonostante la situazione di eccezionale condizionamento come quella della ingiusta prigionia, la sua lungimiranza, prevedendo nelle sue lettere la degenerazione e la fine del sistema dei partiti della Prima Repubblica, che non lo stava aiutando come egli pensava e auspicava. Aldo Moro, quarant’anni dopo, ci manca tantissimo: un padre della Repubblica avrebbe meritato di lasciare la sua eredità politica a figli e nipoti dotati della sua stessa capacita di capire, ma soprattutto della sua capacita di unire. Sento come preciso dovere della nostra generazione, e mio personale, quello di apprendere la più importante lezione di Aldo Moro, e metterla in pratica nel nostro fare quotidiano: ascolto, comprensione, unità".

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