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    Cultura & Spettacolo

    Martino Murat artigiano estroso col gusto dell’avventura

    Da pensionato fa l’artista. L’esperienza giovanile a Cinecittà – L’incontro con Fellini – Per una settimana, clochard a Parigi
    RedazioneDa RedazioneLuglio 6, 20186 minuti di lettura
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    Martino Murat artigiano estroso col gusto dell'avventura - Osservatorio Fasano
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     Al civico 4 del Largo Seggio, dirimpetto alla bottega dell’arrotino, c’è un locale di pochi metri quadri che è una chicca architettonica; la stanza è stata ristrutturata un paio di anni addietro con molto buongusto e ha la particolarità di avere gran parte del pavimento ricoperto in plexiglass lasciando, così, a vista le fondamenta dell’antico insediamento edilizio e una suggestiva brocca d’epoca. Di tanto, va dato merito al proprietario avv. Giuseppe Natola che, vivendo fuori Fasano, ha affidato il locale, in comodato d’uso, a un suo amico, un pensionato dall’estro artistico. Costui, Martino Murat, ne sta facendo buon uso avendovi realizzato uno studiolo d’arte. Vi espone sue realizzazioni: fotografie atipiche che ritraggono immagini ottenute con tecniche miste fondendo disegni a china e riflessi di luce sfruttando supporti di vetro. Per il momento, tali creazioni artistiche non hanno incontrato il favore del mercato; ma non è detto. Quelle strane foto, alla gente, comunque piacciono. E il consenso popolare basta e avanza al Signor Murat che non ha velleità artistiche, né tanto meno ambizioni economiche. Lui è pensionato; per una vita lavorativa ha fatto il manutentore alle Terme di Torre Canne ed ora, per non trascorrere il tempo oziosamente, crea. Si diverte a inventare. Invenzioni e combinazioni di forme e colori; invenzioni di oggetti, che realizza riciclando e utilizzando materiali a portata di mano. Il disegno, poi è una sua personale riscoperta. La passione per il disegno gli venne quand’era giovane e a ispirarlo fu niente che di meno Federico Fellini. Proprio lui, il famoso regista che Murat conobbe di persona a Cinecittà.

    E la nave va

    Che ci faceva il giovane Martino a Cinecittà? Questa la sua storia. Era partito da Fasano per Roma senza un programma preciso. Aveva trentuno anni. Il paese ormai gli stava stretto e il lavoro di artigiano generico e precario non lo appagava. Aveva bisogno di evadere, di volare alto o quanto meno di fare esperienze fuori dei confini municipali. Aveva, tra l’altro, la segreta aspirazione a fare l’attore. In un bar, a piazza Navona, conobbe un architetto; una conoscenza casuale che gli valse l’accredito nella città del cinema come manovale. Il suo occasionale datore di lavoro stava facendo delle opere di carpenteria proprio nel capannone dove era stato allestito il piroscafo Gloria N. per il film di Fellini E la nave va. Era la vigilia dell’estate dell’82 e il regista riminese aveva messo mano alla sceneggiatura di quel film capolavoro. «Ricordo, sia pure in maniera sfocata – ci racconta Martino Murat – che gran parte dello studio era occupato da un marchingegno mostruoso con pistoni idraulici enormi, una macchina complessa che doveva servire ad azionare la nave per gli effetti di rullio e beccheggio. Lui, Fellini, si aggirava in quel cantiere caotico, tra fili elettrici, tiranti e altro. Non credevo a miei occhi che era lui, Federico Fellini, con tanto di sciarpa rossa e cappello di feltro Borsalino, come lo avevo sempre visto sui giornali. Lo vedevo aggirarsi nello studio e dare ordini alle maestranze, non gridava, anzi non parlava proprio: faceva dei disegni su fogli di carta e li mostrava ai tecnici. Quei fogli poi li appallottolava e li gettava a terra, sparsi qua e là. Io li raccoglievo e da quei disegni ho imparato a disegnare; è stato lì che è nata la mia passione artistica. Fellini non usciva mai dallo studio; era sempre lì; a Cinecittà gli avevano preparato una stanza di cortesia, una specie di sgabuzzino dove teneva un fornello di marca Simone. Questo particolare lo ricordo molto bene perché ho un figlio che si chiama Simone. Un giorno, mi feci coraggio e lo avvicinai, era di presto pomeriggio, gli operai erano in pausa pranzo. Mi presentai e gli dissi che avrei voluto fare l’attore. Notò il mio impaccio e mi incoraggiò dicendo “bel morettino, per il solo fatto che sei qui davanti a me, sei già un attore. Però questo è un mestiere che non si può fare da autodidatta, ci vuole un po’ di scuola, il minimo indispensabile per la recitazione e soprattutto la dizione. Telefonerò alla D’Amico (l’accademia nazionale di arte drammatica fondata a Roma da Silvio D’Amico n.d.r.). Ci vediamo subito dopo le ferie”. Ma non ci vedemmo più perché io ripartii per Fasano e a Roma non tornai più. Mi innamorai di Maria, la fuitina; il matrimonio riparatore; la famiglia; il lavoro. Fine dei sogni di gloria».

    Sotto i ponti della Senna

    Aveva trovato impiego presso l’Hotel delle Terme dove si occupava di manutenzione degli impianti. Il lavoro comunque gli dava soddisfazione, avendo, peraltro un ottimo rapporto con Vito Dell’Aglio. «A tal proposito – continua nel suo dire Martino Murat – debbo dire che il commendatore Dell’Aglio era un signor imprenditore e quando ebbi una crisi famigliare, lui intuì il mio disagio mi mise in mano mezzo milione di lire e mi disse di farmi un viaggio. Si risvegliò in me il desiderio di avventura e presi il treno per Parigi. Naturalmente, non potevo permettermi il pernotto in albergo e fu così che mi ritrovai a fare il barbone per caso. Avevo conosciuto due persone Martin Coster e Renè Duvrè, almeno così si facevano chiamare, l’uno ex chirurgo e l’altro ex violinista, vivevano ormai per strada e dormivano sotto i ponti. Io mi aggregai a loro che mi fecero conoscere tutto un mondo alternativo. La sera, con un franco, affittavo da una simpatica barbona la cosiddetta camera da letto che consisteva in un cartone da imballaggio e con la protezione dei due amici francesi dormivo indisturbato sul lungosenna. Per mangiare, anche lì, c’era una organizzazione a uso e consumo dei clochards. Ho fatto quella vita per una decina di giorni. Ma per me è stata una grande scuola di vita. Da quei due amici barboni ho imparato l’arte della sopravvivenza e, in particolare, cosa è la vera dignità dell’uomo e il grande valore della libertà». Quel valore della libertà, attualmente, il pensionato Signor Martino Murat lo esprime mediante l’arte e le sue foto di “schegge di luce”. 

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