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    “La figlia del diavolo”: storia di una donna che uccise il marito

    La scrittrice martinese Anna Grazia Semeraro ha realizzato un romanzo giallo su un fatto di cronaca realmente accaduto in Valle d’Itria nel 1959
    Angelica SiciliaDa Angelica SiciliaNovembre 11, 20123 minuti di lettura
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    “La figlia del diavolo”: storia di una donna che uccise il marito - Osservatorio Fasano
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    FASANO – Ieri sera, sabato 10 novembre, è stato presentato alla cittadinanza il libro scritto dall’insegnante Anna Grazia Semeraro, edito da Schena, intitolato “La figlia del diavolo”. Nella sede della casa editrice, l’autrice ha voluto raccontare la sua seconda opera letteraria, la storia romanzata di un crimine che scosse e coinvolse le città di Martina Franca e di Fasano cinquantatre anni fa. Ad aiutarla nell’illustrazione sono stati il giornalista Franco Lisi e il criminologo Gennaro Boggia.

    Il fatto di cronaca partì con un ritrovamento: due fasanesi, un vigile urbano ed un pescatore, rinvennero un sacco di grosse dimensioni sulla scogliera di Egnazia. I due, incuriositi, decisero di scoprirne il contenuto e si trovarono al cospetto di un cadavere maschile, nudo, privo della testa e degli arti, ferito da numerosi colpi di arma da fuoco. La notizia iniziò immediatamente a circolare sui giornali e, dopo settimane di congetture, la verità venne a galla e si fece luce sul caso. Una giovane donna di Martina Franca, dopo aver assassinato il marito ventenne, aveva gettato i suoi resti in due sacchi, uno contenente la testa in un pozzo, l’altro in mare.

    La macabra vicenda frastornò l’opinione pubblica. Una tale violenza compiuta da una moglie nei confronti del marito era tanto strana quanto inconcepibile per un popolo con una mentalità arcaica. La colpevole, già madre di un bambino con un nascituro in grembo, venne condannata all’ergastolo. Per lei non ci furono attenuanti, solo condanne.

    «Questo libro – ha dichiarato Franco Lisi nell’incipit della presentazione – è stato scritto con grande perizia. Tutto è al posto giusto. L’autrice è partita da un fatto di cronaca facendoci conoscere senza segreti i sapori, i profumi, le miserie dei vicoli martinesi. I personaggi del romanzo sono così ben dipinti al punto che la storia potrebbe diventare un film».

    Il criminologo Gennaro Boggia ha offerto la sua rigorosa analisi sul crimine e sull’omicida attraverso un approfondimento storico del fatto. «Tutti gli elementi mi portano ad affermare che questo non è stato un delitto passionale – ha sottolineato lo studioso –. In quella donna non c’era il “gene dell’assassino” anzi, non sarebbe stata in grado di far del male ad altri: il suo volere specifico era quello di liberarsi della vittima. La chiave di lettura di questa vicenda emerge dalla contestualizzazione dell’azione criminale».

    Dunque, per cercare di capire il raccapricciante avvenimento, occorre necessariamente rapportare il gesto estremo della donna ad un contesto specifico e alla sua relazione con la vittima.

    Per quanto ingiustificabile, il comportamento della giovane donna amante della libertà e mal vista dal paese, rispondeva alla sua sofferenza, alle pene inflitte al suo stato d’animo incompreso e pugnalato.

    La Semeraro ha scelto l’emblematico titolo “La figlia del diavolo” in quanto la stessa protagonista aveva dichiarato in tribunale di essersi sentita “indiavolata” nell’attimo in cui aveva commesso l’omicidio, quasi a voler attribuire ad una forza superiore ed incontrollabile la sua azione. In più, «ho voluto stravolgere l’immagine della donna come angelo del focolare – ha concluso la scrittrice –. Ho cercato di cogliere il senso che si cela dietro una violenza compiuta per mano femminile poiché solitamente, e oggi più che mai, le donne sono vittime e non carnefici».

    L’autrice del delitto ha scontato la pena e vive attualmente nel Salento con la sua famiglia. Sarebbe stato interessante poter leggere anche un sua intervista all’interno del volume, al fine di avere una visione completa dell’accaduto.

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