Fasano – Il palco del Teatro Kennedy, a Fasano, è divenuto ieri 11 marzo la casa di quattro uomini “disperati”, quattro giocatori che il casinò ha ingannato ripetutamente; soldi non ne hanno, ma a salvarli è l’affetto che li tiene legati.
Primo appuntamento di marzo della Stagione di Prosa, curata dall’amministrazione comunale in collaborazione con Puglia Culture, Jucatúre ha indagato in chiave ironica e ritmata i disagi, invero del tutto umani, di chi vive lontano dalla società conforme alle regole. Eppure, lungo questi margini non camminano solo ladri-attori falliti, barbieri traditi e custodi di cimiteri, ma vi si incontrano anche persone del tutto rispettabili, come un ex professore di matematica schiacciato dall’ingombrante presenza di un padre autoritario e deposto dal suo incarico, perché quell’antico trauma è stato cristallizzato attraverso la violenza verso uno studente.
La splendida scenografia ha diviso lo spazio scenico in tre ambienti a rappresentare altrettanti spazi di vita: il bagno a sinistra, luogo in cui ci si abbandona agli impulsi più primitivi (che sia il sesso o la cattiveria); il salotto e la cucina al centro, stanze simbolo della società stessa ma anche dell’affetto e dei legami profondi; la camera da letto a destra, regno della fragilità e dell’intimità più inconscia. Gli attori, così, si sono mossi tra questi spazi, affrontando un percorso narrativo che ha avuto come fulcro il tavolo della cucina: qui, insieme a un bicchiere di brandy e a una tazzina di caffè, i quattro giocatori si sono chiesti aiuto parlando con sincerità. È a tavola, in fondo, che gli animi si aprono, si diventa più fragili e si accoglie l’altro come in un rito di ancestrale memoria.

Il testo dello spagnolo Pau Mirò, più volte premiato, è stato tradotto e adattato da Enrico Ianniello, che ne ha curato anche la regia; la lingua d’arrivo, però, non è stato l’italiano, ma il dialetto napoletano. Questa scelta traduttiva, e successivamente di messa in scena, è stata un’intuizione vincente: l’intero spettacolo, infatti, ha ricordato le commedie della tradizione napoletana del secondo Novecento, sia nello scheletro della sceneggiatura sia nella sua esplicitazione prossemica. Un bellissimo dettaglio scenico, di sensibilità più contemporanea, è stata la scelta registica di illuminare lo sfondo della scenografia e, al contempo, lasciare al buio il proscenio in modo da far risaltare le silhouette nere dei protagonisti danzanti a ritmo di musica. Questi due momenti, inaspettati in una commedia quasi “classica”, hanno demarcato momenti di crisi e svolta nella trama. Il disegno luci, a tal proposito, è stato curato da Cesare Accetta e le scene da Carmine Guarino.

I quattro amici protagonisti, magistralmente interpretati da Antonio Milo (il custode del cimitero), Adriano Falivene (il ladro-attore), Giovanni Allocca (il barbiere tradito) e Marcello Romolo (l’ex professore), hanno condiviso sul palco la loro vita “al confine”, frammentata tra debiti di gioco, disoccupazione e gelosie per prostitute.
Jucatúre è un’opera sincera, tenera e reale; soprattutto, Jucatúre invita a riflettere su ciò che conta davvero per essere felici. Forse non sono i soldi, forse non è la notorietà, ma avere la fortuna di far parte di «qualcosa che è il più possibile simile a una famiglia».
Il prossimo appuntamento con la Stagione di Prosa al Kennedy è per martedì 24 marzo, ore 20:30, con Giulietta e Romeo – Il corpo di Shakespeare, regia di Michelangelo Campanale.


