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    Cos’è l’industria a Fasano La vita, la cultura, il lavoro attraverso gli occhi di Nunzio Schena e Stefano L’Abbate

    Da Osservatorio n. 2 – Febbraio 1987
    RedazioneDa RedazioneDicembre 18, 20149 minuti di lettura
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    Cos’è l’industria a Fasano La vita, la cultura, il lavoro attraverso gli occhi di Nunzio Schena e Stefano L’Abbate - Osservatorio Fasano
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    È un tardissimo pomeriggio di domenica, quasi sul far della sera, quando mi reco nel Regno della Carta Stampata, da Nunzio Schena. Una domenica fredda, ventosa, piovigginosa, che mette ùggia nel cuore e torpore nella mente; una di quelle domeniche nelle quali la malinconia s’insinua, con sottile perfidia, nel cuore del mondo e costringe ad amari ricordi, ad amari bilanci. A quell’ora, mentre calano le prime ombre e tutto, intorno, diventa indistinguibile, nero, cupo, anche il mio cuore ha risonanze d’algida mestizia. E son le ore in cui, col mio amico fotografo, percorro la strada buia in direzione d’un piccolo monumento culturale, d’un uomo, le cui gesta, forse, proprio nell’ora del tramonto della giornata possono essere meglio narrate e ascoltate: l’ora dei ricordi, appunto, l’ora che è sì la fine della giornata, ma che rammemora anche al cuore – per analogia – il tramonto dell’umana vita.

    Il mio amico fotografo, intanto, continua ad accarezzare la sua preziosa Yashica e ad immaginare un servizio fotografico, per Nunzio Schena, di grande qualità. «Un servizio – mi dice – che faccia risaltare le grandi qualità di Nunzio: un uomo dinamico». Il mio fotografo è di Fasano, si chiama Genni Di Ceglie, e conosce bene i meriti del Re della Carta Stampata, in tutte le sue forme: libri, giornali e riviste. «Schena – continua Di Ceglie – è un imprenditore che s'è fatto da solo. Il suo successo viene da una vita di sacrifici, di dedizione al lavoro. Magari ce ne fossero tanti d’imprenditori come lui, qui. Il suo successo non è costruito sul malaffare, ma sul duro lavoro e su una passione non comune per la tipografia».

    Con queste premesse approdo al piccolo Regno di Re Nunzio, un Regno immerso nel buio della domenica che sta scivolando via. Da fuori, da dietro l’inferriata dei cancelli, s’intravede la luce d’una stanza: dev’essere la sala del trono, la stanza del comando, il luogo delle gioie e delle pene di Re Nunzio, il luogo di passaggio, quasi d’obbligo, per la cultura pugliese e non.

    Nunzio ci accoglie con gentilezza. È vestito in maniera elegante e sobria, indossa una giacca color beige cammello, con cravatta in verde. Il suo capo è contornato da una bianca corona di capelli, e dalla sua persona promana un’aura di tranquilla e dignitosa posatezza. Un’aura e un aspetto che mi fanno balzare alla mente un’immagine di storia antica, l’immagine d’un posato e sapiente senatore dell’antica Roma: così vedo Nunzio Schena. Ma forse è quella bianca chioma di capelli a suggerirmi questo scherzo dell’associazione mentale, a suggerirmi, cioè, un’immagine così lusinghiera per l’uomo che mi sta davanti, sprofondato dietro una grande scrivania.

    Ah, dimenticavo! Nunzio non è solo; dall'altra parte della scrivania c’è un uomo vestito di grigio, Stefano L’Abbate di anni cinquantuno, direttore tecnico d’una azienda chimica, la G.S. L’Abbate, “l’unica industria saponiera da Roma in giù”. Sì, perché questa è un’intervista a due voci, a due protagonisti dell’economia e della realtà fasanese.

    «Ma io non sono un protagonista, sono un comprimario», dice Stefano L’Abbate. «Così è in campo economico, così è in campo politico e sociale: anche se ho parecchi incarichi pubblici, tra i quali voglio ricordare quello di componente del Comitato di Coordinamento del Centro d’Interesse del Comune: un tentativo per risolvere i problemi della devianza. Faccio pure parte della Direzione della D. C. e sono pure membro del Consorzio dei Trulli e delle Grolle. Ma io sono un uomo schivo, se ho citato alcuni incarichi che mi sono stati assegnati, non è per vanità, ma per rimarcare la volontà d’un impegno politico e sociale».

    Ma torniamo all'industria, signor L’Abbate. «Si, torniamo a parlare dell’industria: quella di cui io sono direttore è nata nel 1880 e si sono susseguite ben quattro generazioni alla sua guida e gestione. Noi occupiamo venticinque operai, e ci dedichiamo oltre che alla lavorazione olearia e alla saponificazione conseguente, anche alla produzione di detergenti industriali. I nostri clienti sono Enti, Ospedali e il Ministero della Difesa. Operiamo per gare d’appalto e i nostri concorrenti sono spesso colossi industriali come la Palmolive e la Henkel. Il nostro fatturato annuo è discreto, ma il nostro handicap è che dobbiamo prendere le materie prime dal Nord, la qual cosa riduce i margini di guadagno».

    Nunzio Schena, intanto, fuma come una vaporiera: una sigaretta dietro l’altra.

    Signor Schena, vogliamo vedere come vanno le cose in casa sua? «Senz’altro», risponde Nunzio. «Io non mi posso proprio lamentare. L’editoria dà grandi soddisfazioni morali. Spesso, non riesco a star dietro alle richieste. Dò lavoro a ottantuno operai e, per me, questo lavoro è una vera e propria vocazione. Mi occupo di tipografia dal ’39, anche se mi sono messo in proprio dal ’47. Sono stato anche a Milano, nel passato, per apprendere bene questo mestiere: un solido apprendistato mi ha permesso di essere vincente sul mercato. Ma ho anche tanti sacrifici alle spalle: pensa che io andavo in bicicletta a Putignano per ben tre anni, alla tipografia De Robertis, per perfezionarmi e per espletare il lavoro che prendevo qui, a Fasano. Il vecchio De Robertis mi affidava i lavori più complessi, ed era molto contento di me. Nel ’47 ho fatto il grande salto: mi sono messo in proprio, con una fisionomia e un’impostazione di lavoro ben precise: stampa nuova, cioè analisi accurata dello stampato. Io taglio il vestito in base al personaggio, ad ogni opera il suo carattere tipografico. E dal ’47 è stata un’ascesa costante. Mi ricordo che il mio primo volume stampato è stato “Il fanciullo e l’educazione linguistica”, di Giovanni Bruno di Castellana Grolle. L’autore era un ispettore scolastico e ricordo che quel volume lo componemmo a mano. Un altro libro che ricordo con grande piacere è “L’anima del popolo ostunese” curato dal Preside Tommaso Nobile: un libro prezioso. Noi stampiamo anche per conto di altri editori. Qui si stampano pure riviste di grande prestigio culturale come “Paradigmi” del Prof. Giuseppe Semerari, rivista di critica filosofica; “Il confronto letterario”, rivista dell’Università di Pavia; “Giovani realtà” del Giudice Donato Palazzo; “Analisi Storica” del Prof. Matteo Pizzigallo; “Fasano” diretta dal Dott. Gianni Custodero».

    Adesso, Signori, offritemi un giudizio del vostro paese.

    «A Fasano, ci siamo scoloriti nel tempo», dice Stefano L’Abbate. «Questo paese, sul piano culturale, esprime varie forze, che dimostrano notevole effervescenza culturale, ma è un’effervescenza disarmonica, senza alcun coordinamento. Quando, qui, si discute di sviluppo economico, si parla quasi esclusivamente di alberghi e turismo e si ignora il ruolo dell’industria. Se anche all’industria fossero dati adeguati incentivi, le cose andrebbero senz’altro meglio sul piano economico e dell'occupazione.  Il turismo è certo importante, ma è limitato a tre mesi l’anno. E poi l’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo per quattordici anni senza un rinnovo del Consiglio di Amministrazione, è stata guidata in maniera negativa e inefficiente; adesso è commissariata. I Sindaci che si sono susseguiti in questo paese, non hanno certo demeritato; anche l’attuale, Rubino, ha mestiere ed esperienza: ci vorrebbe, però, un team che lo assecondasse adeguatamente, anche perché Rubino è un uomo un po’ schivo: per parte sua, dovrebbe curare un po’ più  le pubbliche relazioni. In passato, la classe universitaria, qui, aveva un ruolo socialmente più qualificato: era al fianco degli amministratori per la risoluzione dei problemi. Oggi questo rapporto è andato perduto. Io ho dei bellissimi ricordi del passato, a proposito di questo impegno sociale. Nel ’54/’55 facevamo un giornale che si chiamava “L’urlatore”: Gianni Custodero ne era un po’ l’anima, e ci sforzavamo di affrontare problematiche riguardanti la vita culturale e il destino di questo paese. Io ho fallo, giovanissimo, anche l’esperienza di conduzione della Casina municipale». «Ma ora che ci penso, questo paese ha avuto sempre una grande tradizione di effervescenza culturale», conclude Stefano L 'Abbate. «Ricordo in numerosissimi giornali che si sono avvicendati negli anni: Minosse, il Furetto, la Bussola, il Mattatore. Questo paese, però, deve recuperare lo svantaggio accumulato in termini di civiltà: deve essere possibile trovare un vigile che gentilmente spieghi ai turisti strade e posti; deve essere possibile che le bellezze naturali non vengano deturpate dalle case abusive; bisogna che le strade abbiano cartelli indicatori e che tutto qui rinasca a nuova vita».

    La parola a lei, signor Schena, per le conclusioni.

    «Sì, L’Abbate ha proprio ragione», dice Schena. «Questo paese ha bisogno di rinascere. Io vorrei che ci fosse benessere per tutti. Anche se lavoro dodici ore al giorno, sono contento per come mi vanno le cose: tra me e gli autori dei testi c’è una grande comunione, anche se ho paura che questo rapporto vada smarrito al momento in cui smetterò di condurre l’azienda. Non ho per nulla condizionato i miei figli a proseguire questo lavoro. Sono loro che vogliono continuare la tradizione di questa azienda. La mia vita è riempita dalla gioia del rapporto col cliente. Certo, ci vuole una certa scaltrezza per stare in questo campo; io per esempio politicamente sono una puttana, così deve essere il vero tipografo: ma ho un grande ideale: la libertà della stampa. Lavoro e onore: sono questi i miei più grandi valori della vita. L’onore, purtroppo, oggi non è più di moda, ma io ho cercato di trasmettere ai miei figli il senso dell'onore, del rispetto del prossimo e dell’onestà».

    A questo punto l’intervista si conclude. «Mi raccomando, non mi amplifichi troppo nell’intervista, io sono un uomo schivo e modesto»: con queste parole Stefano L‘Abbate si congeda. E mentre il re della carta stampata mi fa dono di libri da lui stampati, io indugio ancora per un attimo ad ammirare un policromo manifesto del carnevale di Putignano, un manifesto che ben esprime tutta la perizia e la fantasia di Nunzio Schena tipografo ed editore.

     

    di O. R. MOREA

     

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