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    Ieri

    Quella voglia di antico Natale

    Da Osservatorio n. 12 – dicembre 2000
    RedazioneDa RedazioneDicembre 18, 20144 minuti di lettura
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    Quella voglia di antico Natale - Osservatorio Fasano
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    Quando «i singhiozzi lunghi degli ultimi violini autunnali feriscono il cuore d’un languore monotono” (Verlaine, Chanson d’automne), l’irresistibile voglia del Natale di un tempo ci cattura. Con la complicità delle colline, predisposte dalla natura ad accogliere in reconditi anfratti il Bambinello, l’eterno fanciullino che alberga in noi torna a rievocare antiche nenie. Su quelle arcane note ci muoviamo lievi e silenziosi, sospinti da nugoli di pensieri. Il folto viluppo dei ricordi squarcia i veli della vetrina natalizia dell’infanzia, che nitida e viva si delinea dinanzi agli occhi sbalorditi. Nel cuore filtra una luce diffusa d’amore.

    Quando il Natale, lontano dai fasti odierni, si festeggiava in modo semplice, gli uomini accatastavano legna da ardere e il più anziano metteva a bruciare nel camino il ceppo migliore, preferibilmente di quercia, in segno di sobrietà: sarebbe rimasto nel focolare fino a Capodanno. Elementi propiziatori importanti fusi tra loro: il valore del fuoco, immagine del sole; il simbolico consumarsi dell’anno vecchio col fardello accumulatosi in 365 giorni; e le scintille in ascesa nella cappa a sottendere, col ritorno dei giorni lunghi, la nascita del Signore, salvatore del mondo.

    Nelle dimore umili il presepe di piccole dimensioni benediva la famiglia: Gesù di gesso, la capanna e le montagne di carta e frasche, le strade lastricate di sassolini, poche statuine, tanto muschio, il tutto spruzzato di farina bianca. In paese non vi erano luminarie né alberi addobbati; i negozi proponevano strenne e regali lussuosi. Alla messa di mezzanotte, nonostante i rigori invernali, assistevano tutti. I nonni offrivano ai nipotini le immagini sacre della Natività, e i piccoli, specchiandosi in quel santo pargoletto dai riccioli d’oro, le conservavano, orgogliosi di riceverne ogni anno una diversa. A distanza di decenni quei santini marcano le tappe più espressive dei nostri primi passi sul sentiero della vita. C’era pure chi, la Notte Santa, attingeva in silenzio l’acqua dalle fontanine perché, secondo un’antichissima credenza popolare, “l’acqua muta” reca benessere, serenità e ricchezza. Rami di pini incorniciavano gli archi dei trulli, diffondendo nella casa un olezzo di resina.

    Il giorno della festa, euforici e pieni di allegria, ci si scambiava gli auguri; sul comò, in bella vista, le cartoline natalizie ricevute da parenti emigrati lontano. Raffiguravano scene innevate, con vischio, agrifoglio, pettirossi e Babbo Natale; sul retro, gli auguri scritti con mano incerta, il più delle volte in maniera sgrammaticata, ma con genuini sentimenti d’affetto. Un modo di accorciare le distanze, riannodando i legami con le proprie radici.

    A mezzogiorno tutti a tavola. Il banchetto, sia dal punto di vista sociologico come momento di aggregazione, che per il tipo di cibo, ha da sempre assunto un carattere di eccezionalità e un valore particolare. Nel dopoguerra si diffuse la tradizione di nascondere sotto il piatto del padre, da parte dei fanciulli, la letterina di Natale, «una piccola pagina doppia con bordi preziosi disegnati a merletto o dorati, e al centro in alto una figurina colorata con un ventaglio meccanico, che faceva protendere in avanti un presepio o i re magi che offrivano doni a Gesù Bambino» (cfr. Il libro di Natale, A.  Caprai, 1997). Nella letterina, vergata con fatica dai bambini per via delle penne ad inchiostro, i buoni propositi fiorivano a grappoli e il genitore leggeva con tono solenne, prima del pranzo, quel “candore” e quella “ingenuità”. Momenti magici, vibranti di commozione, che mamma e papà si sarebbero portati nell’animo per giorni e giorni.

    Sulla tavola natalizia molti i simboli propiziatori secondo la tradizione cristiana: l’agrifoglio e il pungitopo, portatori di fecondità, abbondanza, forza e difesa; l’arancia, luce di speranza, e la melagrana, segmento di rigenerazione della terra per il mondo agreste, resurrezione per Cristo.

    A sera, le nonne raccontavano davanti al camino scoppiettante vecchie leggende, come la storia del rosmarino e della stella di Natale.

    Con lo scorrere dei decenni, la tradizione fasanese ha inglobato nel suo paniere tendenze non autoctone. Tra i dolci locali si è insinuato il nordico panettone; e tra le piante, altre sono state consacrate di buon auspicio: il biancospino; il ginepro, tra i cui rami, si narra, Maria si nascose fuggendo da Erode; il vischio, panacea contro tutti i mali, già citato da Virgilio nell’Eneide per le sue virtù magiche; e l’abete, albero cosmico. Ci siamo così nazionalizzati, europeizzati e finanche “globalizzati”, scrollandoci di dosso, da bravi cives mundi, il tanfo del provincialismo. Ma ogni anno, quando nasce Gesù, la nostalgia del Natale paesano si staglia nei pensieri, divenendo inseparabile compagna di viaggio. Allora con Ungaretti esclamiamo: «Non ho voglia/ di tuffarmi/ in un gomitolo/ di strade./ Ho tanta/ stanchezza/ sulle spalle./ Lasciatemi così/ come una/ cosa/ posata/ in un/ angolo/ e dimenticata./ Qui/ non si sente/ altro/ che il caldo buono./ Sto/ con le quattro/ capriole/ di fumo/ del focolare».

    di Palmina Cannone

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