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    Attualità

    Vecchi mestieri: continua il viaggio nella storia dell’artigianato locale

    Le botteghe storiche degli artieri fasanesi rivivono nei saloni della Mostra dell'artigianato alla Selva
    Palmina CannoneDa Palmina CannoneAgosto 23, 20138 minuti di lettura
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    Vecchi mestieri: continua il viaggio nella storia dell'artigianato locale - Osservatorio Fasano
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    FASANO – Continuiamo a visitare le botteghe storiche degli artieri fasanesi, allestite nel Museo allogato nel foyer del Palazzzo dei Congressi. Museo molto gettonato e apprezzato dai turisti anche stranieri e, in modo particolare, dai giovani e dagli adolescenti. Entriamo nel regno du ruàgnäre (del vasaio, pignataro o cretaio). L’arte del vasaio è antica quanto il mondo. In via santa Margherita c’era una volta una grande rimessa, annerita dal fumo di tanti anni, in cui si forgiavano oggetti di creta. Vi lavoravano Cosimo e Giovanni Spagnolo, padre e figlio. Il giovane modellava, con incredibile abilità e perizia, i pezzi di creta impastati con la sola acqua, facendo girare col piede una ruota a congegno primitivo. Acquistavano la creta da Montemesola (Ta ), perché era la migliore sul mercato. Nell’ampio laboratorio c’era un vecchio forno, dove venivano cotti i vasi e gli altri oggetti a fuoco dolce, altrimenti la creta si frantumava. La creta non danneggia le mani, né i polmoni. Per decenni questi e alti vasai hanno lavorato solo con le mani, secondo il sistema degli uomini antichi. Hanno modellato vasi, salvadanai, pentole e tegami (indispensabili per cuocere un ottimo ragù, prelibate zuppe di legumi, la carne di pecora “menarile” in brodo”, purè di fave, parmigiana, peperoni, melanzane, carciofi ripieni al forno, per non parlare di riso, patate e cozze, di pollo o coniglio ripieno al forno), scaldini, anfore, brocche, cànteri e piccoli oggetti artistici, come i caratteristici trulli in miniatura. Questa attività era fiorente fino a più di mezzo secolo fa, poi andò via via decadendo perché la creta fu sostituita, soprattutto negli utensili da cucina, dall’alluminio e dall’acciaio inossidabile.

     

    Un’altra figura artigiana era quella du furnäre (del fornaio) Un tempo non esistevano i forni a gas o elettrici, per cui si ricorreva a quelli a legna pubblici o si usava in casa u fùrne de campàgne (forno di campagna, ossia un grosso e basso cilindro di ferro su cui erano accesi carboni di legna, che si calava sul tegame sotto cui ardeva altro fuoco, realizzando la cottura sotto e sopra). Ai forni pubblici si portavano ad infornare: il pane, che si preparava in grande quantità perché doveva bastare al fabbisogno della famiglia per oltre quindici giorni; a fecàzze a préime fùrne (la focaccia cotta alla prima infornata della mattina; a fecàzze chiaine de cepodde (la focaccia con le cipolle, specialità del venerdì santo); friselle; i paste, ca se ‘mpornene u doppemangé, aqqanne u fùrne jì chiú dòlce (i biscotti, che si infornano nel pomeriggio, quando la temperatura è più bassa); e ancora pan di spagna, ciambelle, fagottini di marmellata, sosomelli, paste secche, spumetti, taralli caserecci e bolliti, testine di agnello, marro, carrube, e altre leccornie. Le signorine Guarini, sorelle del sacerdote don Pasquale, nel periodo di carnevale, al forno ubicato nel borgo antico, proprio nell’omonima via, vi portavano a tostare le mandorle, con cui realizzavano gli storici confetti ricci di puro zucchero con cuore di mandorla o chicco di caffè. I fornai vendevano anche la carbonella, molto richiesta per scaldini e bracieri in inverno. Il fornaio era instancabile nell’usare la pala, il tirabrace, e aveva sempre la battuta pronta per intrattenere i clienti (erano più di sesso femminile) quando c’era da attendere. Le figure più popolari: Cosimo Cofano, il fornaio dal cuore di miele, (c.so Garibaldi); Cristina (via Paternò e De Giosa); Mèncodde (via Verdi); Sarcinella (via Maggi); Vitolla (via Adami).

     

    Sostiamo jìnde a pettìche (nella bottega) du callaräre (del ramaio o calderaio) Il calderaio era un artiere particolare, in quanto “artefice dalle molte arti”, per dirla con il compianto Giuseppe Marangelli. Non si limitava, infatti, a produrre vasellame di rame rosso, ma era anche lattoniere, fumista, costruttore di parafulmini, ingegnere, idraulico, commerciante dei propri manufatti, che vendeva alle fiere, e altro. Era depositario di tante esperienze tecniche, della tradizione, e conosceva metalli e acidi alla perfezione. Sapeva individuare la buona e la cattiva qualità del rame: puro o, al contrario, carico di terra, sottile o pesante, senza spessore omogeneo. Quanto allo stagno, lo acquistava in blocchi col marchio “Strait”, che si riteneva essere il più puro. Usava acidi pericolosi: solforico, muriatico, nitrico, per cui ne aveva grande competenza sia per un corretto uso e sia per la qualità. Il già citato Marangelli ricorda che, una volta, un rivenditore tentò di offrire ad uno dei ramai fasanesi dell’acido muriatico a prezzo stracciato. Il calderaio pretese di vederlo prima dell’acquisto. Appena l’acido cominciò a fuoriuscire dalla damigiana per raccogliersi in un orciolo di creta smaltata, il maestro artigiano protestò: “No, questo acido non lo voglio!” Gli era bastato osservarlo, per considerarne la scadente qualità. I più rinomati calderai di Fasano sono stati i Fratelli Marangelli, con bottega in via Nazionale dei Trulli (già via Taranto), n. 86 (ancora oggi esistente), che negli anni Trenta del secolo scorso contavano numerosi operai. Ciascuno, al proprio posto, batteva la caldaia con ritmo uguale, costante, fino a fondersi, “in un’unica onda musicale”. Per il vicinato quei suoni segnavano il tempo. “I calderai hanno attaccato”, “I calderai hanno smesso” erano le espressioni ricorrenti nel dire delle massaie, per indicare il mattino o l’ora di pranzo. In un caso o nell’altro, dovevano affrettarsi a rassettare la casa o a portare il piatto in tavola. Il tempo si fermava la domenica, quando le botteghe dei ramai erano chiuse. Nella stessa via Naz. dei Trulli c’era e c’è la bottega degli Olive, altri eccelsi maestri rinomati in paese e fuori. Naturalmente esistevano tanti altri bravi calderai in paese, che è impossibile citare. Altra tappa è il laboratorio du mèste d’asce (del falegname).

     

    Tra i mestieri artigianali esercitati a Fasano, una considerazione importante spettava al falegname, la cui attività ricopriva un ruolo necessario all’economia della società del tempo. Questo lavoro comprendeva, infatti, varie tipologie: ebanista, impiallacciatore, intagliatore, intarsiatore, tornitore, carradore. Erano tutti, nella propria peculiarità, bravissimi artieri con provata capacità tecnica e sicura competenza professionale, non proveniente dalla frequenza di scuole, bensì dall’esperienza acquisita da piccoli in bottega, dove imparavano i segreti del mestiere durante un lungo periodo di apprendistato, senza remunerazione alcuna. C’era il falegname, che eseguiva infissi e mobili più economici in legno di abete per le case delle famiglie meno abbienti, o per gli sposi plebei: le “tavole” di legno, da posizionare sui trespoli di ferro, a reggere il saccone (imbottito con foglie secche di granturco), o il materasso (di fiocchi di lana di pecora), l’armadio, il comò, i comodini, la cassapanca, il tavolo da pranzo, il cui piano di appoggio si ribaltava, lasciando aperta una cassa, dove s’impastava, e poi si conservava il pane fatto in casa, e qualche sedia.

     

    E c’era l’ebanista, che lavorava il legno pregiato (noce, palissandro, mogano, ciliegio, frassino, castagno) per le esigenze più fini delle classi sociali più abbienti, ossia infissi e mobili in legno pregiato e più elaborati per palazzi e case signorili. Tra i più rinomati il pensiero va a Giuseppe Custodero, papà del giornalista e storico Gianni, agli Ancona, ai Rosato, ai Giordano, a Michele Valentini, papà dell’ing. Giovanni, ai Recchia, ai Loconte, a Di Roma, Cedro, Guarini, Di Ceglie, Cofano, Buongiorno, Legrottaglie, Murri.

     

    Un discorso a parte meritano i carradori, tra i quali si erge la figura geniale di Tommaso Caramia, che da provetto “ingegnere” disegnò e creò carrozze di lusso (naturalmente a trazione animale), principalmente da passeggio, dotate di eleganti rifiniture, e inoltre: a bagnacavàdde, adibita al trasporto di tre o quattro passeggeri; u brècche, vettura con alta cassetta; u vagonètte, carrozza più lunga; carrozze funebri per i funerali dei bambini; altri modelli per il trasporto dei detenuti, e per le fughe d’amore (la fuitina di innamorati contrastati dalle proprie famiglie), carrozzelle scoperte a quattro ruote, u sciarabàlle, u soprammòlle, u sulche ad un posto, a sciarrètte. La poliedrica attività del Caramia non si ferma qui. Ideò e realizzò carri per usi diversi: da quello adibito al trasporto del latte a quelli, nel 1943, per carichi di viveri e munizioni, commissionatigli dall’arsenale militare di Taranto. La storia infinita di Tommaso annota ancora tra le pagine: piccoli carri gommati, rimorchi, e tante invenzioni, tra le quali il “particolare freno” per rimorchio C.R.L. 30; il “particolare del timone”; il rimorchio agricolo “Caramia C.R.P.20” (20 q. di portata) e … altre. La memoria corre ad un altro carradore, Giuseppe Palazzo, con bottega in via Roma, e a tutti gli altri che non citiamo (per motivi di sintesi), ma ai quali va la nostra ammirazione.

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