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    Ieri

    Il venditore di ricci

    da Osservatorio anno II n. 2 - Febbraio 1987
    RedazioneDa RedazioneAprile 6, 20153 minuti di lettura
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    Il venditore di ricci - Osservatorio Fasano
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    Oggi è il venditore più silenzioso, lo vediamo con un grande recipiente a due manici, che chiamerei mastello se fosse di legno, all’angolo della via Latorre con corso Vittorio Emanuele. È mal sopportato dai vicini negozianti ai quali dà noia sia l’odore di qualche guscio di riccio in disfacimento dimenticato all'angolo, che la presenza, in pianta stabile, di un nugolo di mosche, attratte, invece, proprio da quell’odore. Questo venditore generalmente non esalta la sua merce, se ne sta zitto. Parla di lui, assai eloquentemente, quel mucchio di nera freschezza che trabocca dal recipiente, ornato in cima di ricci aperti, che mostrano le rossa interiora, pingui e invitanti come labbra voluttuose.

    I compratori si affollano numerosi perché i ricci sono sempre meglio apprezzati, mentre diventano più scarsi. Ma molti anni fa non era così. Allora, poteva sembrare un lusso mangiare ricci perché, i “ricci non riempiono la pancia” ma fanno consumare troppo pane, e fresco per giunta. Bisogna inzuppare, infatti un bel frustolo di pane in un riccio e strisciarlo sulle pareti, per raccogliere il rosso gustosissimo “frutto”; portare alla bocca quel pezzetto di pane, significa assorbire un concentrato dei sapori di mare, che esalta tutte le facoltà del buongustaio, e l’appetito.

    Perciò in casa di poveri lavoratori, che mettevano al sole il pane perché indurisse e cosi fosse meno appetibile, e se ne consumasse meno, mangiare ricci, era considerato un lusso. Gli artigiani spesso nelle loro “guascezze”, ne consumavano.

    Ma in genere, una volta i ricci non si vendevano facilmente: il venditore doveva darsi da fare. Ricordo uno di questi caratteristici personaggi. Egli stesso durante il giorno andava con una barchetta, mare permettendo, a raccogliere i ricci, anche d'inverno mettendo in conto una doccia indesiderata dovuta a qualche ondata più impertinente. A sera vendeva i ricci tanto faticosamente raccolti. Aveva un carretto a mano, la “trainella”, su cui metteva le sue ceste da pescatore colme di ricci. Era un uomo magro; aveva la faccia olivastra, piatta, e indossava un vestito scuro. Aveva sempre una sciarpa vecchia e nera annodata al collo e infilata nella giacca. Forse soffriva mali di gola. Infatti la sua voce era rauca, lamentosa, con un che di patetico e quasi lugubre. «Riiiiiiiiiiiiiezze! Riiiiiiiiizze! A ci ha pigghià i riiezz!». Era il suo mesto grido come un singhiozzo: come voce soffocata da un nodo di pianto. Egli si aggirava per le vie del paese a sera, nel buio crescente, quasi sempre prima che accendessero le luci pubbliche agli angoli dei caseggiati. Chi sa, forse andare in giro fasciato d’ombre gli era più confacente; o forse lo facesse per un non so che riserbo, quasi per pudore; un sorta di ritrosia nel vendere in giro ricci per la città.

    «Riiiiiiiezze! Riiiiieezze!» Sosteneva la “i” di “rizze” per diversi secondi, poi bruscamente concludeva con le due zeta aspre e ben distinte. Sembrava, una delle tante voci della notte; e come il grillo e la civetta in campagna, quella voce era il necessario accompagnamento sonoro al calare della notte in città. «Riiiezze! Riiiiezze!».

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